Diritto internazionale

  • A.A. 2015/2016
  • CFU 8
  • Ore 40
  • Classe di laurea LM-63
Fabrizio Marongiu Buonaiuti / Professore di ruolo - I fascia / Diritto internazionale (IUS/13)
Dipartimento di Giurisprudenza
Prerequisiti

Non sono previste propedeuticità e quindi l'accesso agli esami è libero a prescindere dall'anno di
iscrizione al Corso.
La frequenza dell'insegnamento di Inglese (business and law) agevolerà la consultazione dei testi
rilevanti in lingua originale.

Obiettivi del corso

Il Corso ha per obiettivo di contribuire alla formazione di un laureato dotato di un sapere
"trasversale" che gli consenta di muoversi in un contesto non più limitato alla sola dimensione
nazionale, tramite l'acquisizione di un'approfondita conoscenza e comprensione delle dinamiche
dell'ordinamento giuridico internazionale, affrontando le principali problematiche che si pongono
al suo interno, tanto nella loro dimensione teorica quanto negli sviluppi della prassi.

Il Corso mira a sviluppare negli studenti l'acquisizione di un'avanzata padronanza delle categorie
concettuali e dei meccanismi determinanti delle dinamiche dei rapporti giuridici internazionali,
nonché del ruolo rispettivo degli Stati, delle organizzazioni internazionali e degli altri attori
rilevanti, con la conseguente acquisizione della capacità di valutare criticamente ed individuare
soluzioni relativamente alle questioni di carattere giuridico che si pongono in tale ambito.

Programma del corso

Il Corso affronterà principalmente i seguenti temi:

1. I soggetti del diritto internazionale: gli Stati; le organizzazioni internazionali; la
soggettività internazionale dell'individuo;

2. Le fonti del diritto internazionale: la consuetudine; i principi generali di diritto; i
trattati; gli atti delle organizzazioni internazionali;

3. L'adattamento al diritto internazionale;

4. La sovranità degli Stati e i suoi limiti;

5. La responsabilità internazionale;

6. La risoluzione delle controversie internazionali.

Programma d'esame

Studenti non frequentanti:

C. FOCARELLI, Diritto internazionale, vol. I - Il sistema degli Stati e i valori comuni
dell'umanità, Padova, CEDAM, 2012, Parte I (tutta); Parte II (solo il Capitolo IV),
Parte III (tutta).

Si consiglia inoltre la consultazione della prassi citata nel manuale, raccolta nei
volumi:

C. FOCARELLI, Diritto internazionale, vol. II - Prassi (2008-2012), Padova, CEDAM,
2012;

e, per la prassi precedente,

C. FOCARELLI, Lezioni di Diritto internazionale, vol. II - Prassi, Padova, CEDAM,
2008,

con riferimento agli argomenti rientranti nel programma d'esame.

Gli studenti dovranno in ogni caso consultare la Carta delle Nazioni Unite, la
Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati; le disposizioni pertinenti della
Costituzione italiana; il Progetto di articoli sulla responsabilità degli Stati e lo
Statuto della Corte internazionale di giustizia. I relativi testi saranno inseriti tra i
materiali didattici del Corso sulla pagina web del docente.

Per gli studenti frequentanti:

Gli studenti che frequenteranno regolarmente il Corso potranno studiare sugli
appunti delle lezioni, integrati dai materiali indicati dal docente e inseriti
tra i materiali didattici del Corso sulla pagina web del docente.

Dovranno in ogni caso consultare i testi normativi sopra indicati.




Testi (A)dottati, (C)onsigliati
  • 1.  (A) C. Focarelli Diritto internazionale, Vol. I - Il sistema degli Stati e i valori comuni dell'umanità CEDAM, Padova, 2012 » Pagine/Capitoli: Programma per 8 CFU: Parte I, Parte II (solo capitolo IV), Parte III.
  • 2.  (C) C. Focarelli Diritto internazionale, Vol. II - Prassi (2008-2012) CEDAM, Padova, 2012 » Pagine/Capitoli: Prassi pertinente alle parti del programma indicate per il volume I
  • 3.  (C) C. Focarelli Lezioni di Diritto internazionale, vol. II - Prassi CEDAM, Padova, 2008 » Pagine/Capitoli: Prassi pertinente alle parti del programma indicate per il volume I
Altre informazioni / materiali aggiuntivi

Gli studenti regolarmente frequentanti il Corso potranno preparare l'esame sugli appunti delle lezioni, integrati dai materiali (fonti normative, prassi, articoli di dottrina) di volta in volta indicati dal docente. Tali materiali saranno, di regola, inseriti tra i materiali didattici del Corso sulla pagina web del docente.

Gli studenti, frequentanti e non, dovranno in ogni caso consultare i testi della Carta delle Nazioni Unite, della Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati, delle disposizioni pertinenti della Costituzione italiana, del Progetto di articoli sulla responsabilità degli Stati e dello Statuto della Corte internazionale di giustizia. I relativi testi saranno inseriti tra i materiali didattici sulla pagina web del docente.

Metodi didattici
  • Lezioni frontali, integrate da esercitazioni su casi pratici. Particolare attenzione verrà dedicata
    nell'ambito del Corso all'analisi, da una parte, dei dati normativi pertinenti, la cui consultazione e
    comprensione, nella rispettiva natura giuridica ed effetti, è necessaria al fine dell'acquisizione di una
    conoscenza approfondita della disciplina giuridica degli istituti esaminati, e, dall'altra, della prassi
    rilevante. Con riferimento a quest'ultima, il docente inserirà sulla pagina web del Corso una
    selezione di materiali rilevanti per ciascuno degli argomenti trattati, principalmente tratti dalla prassi
    giurisprudenziale internazionale, che formeranno oggetto d'esame e di discussione nel corso delle
    lezioni, al fine di formare negli studenti una sviluppata capacità di comprensione delle dinamiche dei
    rapporti internazionali e del ruolo degli Stati e delle organizzazioni internazionali nella disciplina di
    tali rapporti.
Modalità di valutazione
  • Esame scritto e orale, con possibilità di una verifica intermedia scritta riservata agli studenti
    frequentanti il Corso.
    La prova scritta comporterà domande a risposta aperta, sugli argomenti trattati nel Corso (per i
    frequentanti) ovvero nel programma d'esame.
    La verifica intermedia scritta, riservata ai frequentanti, comporterà ugualmente domande a risposta
    aperta, sugli argomenti trattati nel Corso fino al momento della verifica. Gli studenti che la
    supereranno sosterranno la prova finale scritta solamente sugli argomenti che verranno trattati nel
    Corso dopo lo svolgimento della verifica intermedia.
    La prova orale, che presuppone il superamento della prova scritta, potrà comportare una domanda
    di ulteriore verifica sugli argomenti trattati nel Corso ovvero nel programma d'esame.
Lingue, oltre all'italiano, che possono essere utilizzate per l'attività didattica

Inglese, Francese (relativamente alle fonti normative ed alla prassi non disponibile in lingua italiana)

Lingue, oltre all'italiano, che si intende utilizzare per la valutazione

Inglese. Francese (per gli studenti stranieri che ne facciano richiesta)

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 Notizie
  Materiali didattici
  •  Risultati prova scritta parziale riservata ai frequentanti

    L’esito positivo della prova parziale varrà per tutti gli appelli dell’A.A. 2015/2016, in occasione dei quali i candidati sosterranno la prova scritta unicamente sulla restante parte del programma d’esame. I candidati la cui prova sia risultata insufficiente o che intendano conseguire una votazione più alta sulla parte dell’esame oggetto della prova parziale potranno sostenere nuovamente la prova per intero in occasione di un qualsiasi appello d’esame dell’A.A. 2015/2016. Potranno prendere visione della prova svolta nella pausa della prossima lezione, martedì 12 aprile p.v.

  •  Testi normativi di riferimento generale

    Si riportano in questa cartella i principali testi normativi di riferimento per lo studio della materia, destinati tanto agli studenti frequentanti quanto ai non frequentanti.

    • Costituzione della Repubblica italiana

      Si raccomanda in particolare lo studio delle disposizioni degli articoli 10, 11, 80, 87, 89 e 117.

    • Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati

      Aperta alla firma a Vienna il 23 maggio 1969, in vigore per 114 Stati, compresa l'Italia, dal 27 gennaio 1980, costituisce il risultato di una prolungata opera di codificazione delle norme di diritto internazionale consuetudinario in materia.

    • Statuto dell'Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU)

      Noto anche come Carta delle Nazioni Unite, firmato a San Francisco il 26 giugno 1945 ed entrato in vigore il 24 ottobre 1945.

    • Statuto della Corte internazionale di giustizia

      Lo Statuto della Corte internazionale di giustizia è allegato allo Statuto dell'Organizzazione delle Nazioni unite e ne costituisce parte integrante. Ha per scopo di disciplinare l'organizzazione ed il funzionamento della Corte stessa.

    • Progetto di articoli sulla responsabilità internazionale degli Stati

      Adottato nel 2001 dalla Commissione del diritto internazionale delle Nazioni Unite, benché non tradottosi in una convenzione internazionale e pertanto sprovvisto di carattere giuridicamente vincolante, costituisce il risultato di un'ampia e prolungata opera di codificazione delle norme di diritto internazionale consuetudinario in materia.

  •  Caratteri generali della comunità internazionale

    Materiali relativi alla definizione delle caratteristiche generali della comunità internazionale, riferiti alla parte introduttiva del corso

    • Tribunale internazionale per il diritto del mare, ordinanza 24 agosto 2015, Incidente dell'"Enrica Lexie" (Italia c. India)

      L'ordinanza del Tribunale internazionale per il diritto del mare, che si riporta nel testo originale in lingua inglese, riguarda la richiesta di misure cautelari presentata dall'Italia nella controversia contro l'India relativamente all'incidente della nave "Enrica Lexie", che vede coinvolti due fucilieri di marina italiani imbarcati su di una nave mercantile battente bandiera italiana nell'ambito dell'azione di contrasto alla pirateria, accusati di avere ucciso due pescatori indiani a bordo di un peschereccio battente bandiera indiana. Il caso, nelle sue circostanze e nella problematica giuridica che solleva, è particolarmente indicativo delle peculiarità dell'ordinamento internazionale e dei suoi intrinseci limiti.

    • Dichiarazione relativa ai principi di diritto internazionale concernenti le relazioni amichevoli tra gli Stati

      Adottata con risoluzione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite n. 2625 (XXV Sessione) del 24 ottobre 1970. Vedere in particolare il punto relativo al principio dell'eguaglianza sovrana degli Stati.

  •  I soggetti del diritto internazionale: in particolare, gli Stati.

    In questa cartella si raccolgono in sintesi i principali casi della prassi relativa all'identificazione degli elementi costitutivi della statualità: popolazione, territorio, potestà d'imperio e all'accertamento dei requisiti dell'indipendenza e dell'effettività dell'esercizio di quest'ultima. Si precisa che le schede di sintesi inserite sono tratte dal volume Focarelli C., Diritto internazionale, volume II, Prassi, I ed., Padova, 2008, non più disponibile in distribuzione, e si intendono ad esclusivo uso degli studenti frequentanti il corso.

    • Corte internazionale di giustizia, sent. 6 aprile 1955, caso Nottebohm (Liechtenstein c. Guatemala)

      La sentenza della Corte internazionale di giustizia è rilevante con riferimento all'identificazione dell'elemento della popolazione, in quanto si sofferma sui presupposti dell'attribuzione della cittadinanza, affermando che, per quanto sia in linea di principio libertà degli Stati di disciplinarne i presupposti, questi debbano in ogni caso riflettere l'esistenza di un collegamento reale ed effettivo tra lo Stato e l'individuo cui viene concessa.

    • Amtsgericht (Tribunale amministrativo) di Colonia (Germania), sent. 3 maggio 1978, relativa al caso del "Ducato di Seeland"

      La sentenza è rilevante con riferimento all'elemento della territorialità dello Stato, il quale non può ritenersi sussistente in presenza di un ente che pretenda di identificare come proprio territorio una struttura artificiale (nella specie, una piattaforma militare abbandonata situata nel Mare del Nord).

    • Sentenza arbitrale del 4 aprile 1928, arbitro unico Huber, relativa all'Isola di Palmas

      La sentenza arbitrale è rilevante con riferimento al profilo dell'effettività dell'esercizio della potestà d'imperio su di un territorio determinato e sulla popolazione ivi stanziata, ed afferma l'irrilevanza in proposito del titolo su cui si fonda l'esercizio della sovranità.

    • Sentenza arbitrale del 18 ottobre 1923, arbitro unico Taft, relativa alle Concessioni Tinoco

      La sentenza, nel ribadire l'irrilevanza, al fine dell'effettività nell'esercizio della potestà d'imperio su di un dato territorio e sulla relativa popolazione, del titolo su cui questa si fonda, riconduce l'effettività al concreto esercizio di tale potestà nel periodo in cui l'atto di cui si discute è stato compiuto (nella specie, la conclusione di contratti con investitori stranieri, detti, secondo la terminologia del tempo, concessioni per significare la supremazia dello Stato territoriale rispetto alla controparte privata straniera), a prescindere dalle modalità rivoluzionarie in cui il governo del tempo si era insediato e dal successivo ritorno al potere del governo precedentemente esistente.

    • Parere della Corte permanente di giustizia internazionale, 5 settembre 1931, Regime doganale tra Austria e Germania (Zollverein)

      Il parere si sofferma sul requisito dell'indipendenza dello Stato, affermando come questo debba essere accertato sulla base di elementi di diritto e non già di fatto, negando in particolare che possa far venir meno l'indipendenza ai fini della soggettività internazionale la conclusione da parte di uno Stato (l'Austria nel periodo tra le due Guerre mondiali, nella specie) di un accordo atto a realizzare sostanzialmente un'unione doganale con un altro Stato (la Germania) che l'avrebbe posto in una situazione di pesante dipendenza economica rispetto a quest'ultimo.

    • Risoluzione dell'Assemblea generale ONU, n. 31/6 A del 26 ottobre 1976, concernente il Transkey

      La risoluzione, atto di carattere non vincolante, affermava l'invalidità della proclamazione dello "Stato del Transkey", avvenuta in Sudafrica al tempo in cui nel paese imperava la politica di apartheid, dal momento che questo difettava di reale indipendenza dal governo sudafricano, trattandosi di un "governo fantoccio".

    • Corte europea dei diritti umani, sent. 23 febbraio 1995 (eccezioni preliminari), Loizidou c. Turchia

      La sentenza è rilevante per quanto attiene al profilo dell'indipendenza con riferimento alla Repubblica turca di Cipro del Nord. La Corte europea, infatti, dovendo stabilire se una violazione dei diritti tutelati dalla Convenzione europea dei diritti dell'uomo avvenuta nella parte nord dell'isola di Cipro sottoposta a controllo militare turco, fosse avvenuta o meno sotto la "giurisdizione" della Turchia ai fini dell'art. 1 della Convenzione, ha negato che la Repubblica turca di Cipro del Nord esercitasse con indipendenza la potestà d'imperio sul territorio in questione, il controllo effettivo sul quale dovendo considerarsi esercitato dalla Turchia a mezzo dell'occupazione militare.

    • Corte di cassazione, sent. 28 dicembre 2004, n. 49666, Djukanovic

      La sentenza, nell'esaminare la questione se l'accusato Djukanovic godesse o meno dell'immunità giurisdizionale in qualità dapprima di Capo dello Stato e successivamente di Capo del governo del Montenegro, ha affrontato incidentalmente la questione se quest'ultimo godesse dell'indipendenza al fine di poter essere considerato un autonomo soggetto statuale. La Cassazione ha negato la sussistenza di tale presupposto, essendo il Montenegro da considerarsi, al tempo del giudizio, una mera componente di uno Stato federale (la Repubblica federale di Jugoslavia, ricomprendente la Serbia e il Montenegro).

    • Corte di cassazione, sent. 25 giugno 1985, n. 1981, Arafat

      La sentenza della Cassazione italiana, dovendo stabilire se Yasser Arafat godesse o meno dell'immunità giurisdizionale dovuta ai Capi di Stato esteri, ha affrontato incidentalmente la questione se un movimento di liberazione nazionale, come, nella specie, l'Organizzazione per la liberazione della Palestina (O.L.P.) possa essere equiparato ad uno Stato a tali effetti. La Cassazione ha raggiunto una conclusione negativa, rilevando la mancanza del presupposto della sovranità territoriale che è propria degli Stati.

  •  Gli altri soggetti del diritto internazionale

    Si raccolgono in questa cartella alcuni elementi della prassi relativa alla soggettività internazionale di enti diversi dagli Stati, quali le organizzazioni internazionali, la Santa Sede, l'Ordine di Malta, nonché alla discussa questione della soggettività internazionale dell'individuo. Vale la medesima avvertenza di cui alla cartella precedente in ordine alla fonte delle schede di sintesi inserite.

    • Corte internazionale di giustizia, parere 11 aprile 1949, Riparazione dei danni subiti al servizio delle Nazioni Unite

      Il parere, emesso dalla Corte internazionale di giustizia su richiesta dell'Assemblea generale e riguardante la questione se l'Organizzazione delle Nazioni Unite fosse legittimata a proporre un reclamo internazionale contro lo Stato ritenuto responsabile per l'uccisione del conte Bernadotte inviato a Gerusalemme in qualità di mediatore per conto dell'Organizzazione, si sofferma sulla questione della soggettività internazionale dell'Organizzazione, quale presupposto essenziale della legittimazione a proporre il reclamo. La Corte desume la soggettività internazionale dell'ONU tanto dai poteri che le sono conferiti dalla Carta, quanto dai fini per i quali tali poteri le sono stati conferiti, ritenendo confermata la soggettività internazionale dell'organizzazione particolarmente dal suo potere di concludere accordi internazionali con gli Stati membri, ciò che comprova la sua titolarità di una soggettività internazionale distinta da quella dei Membri stessi.

    • Corte internazionale di giustizia, parere 20 dicembre 1980, Interpretazione dell'accordo del 25 marzo 1951 tra l'Organizzazione mondiale della Sanità (OMS) e l'Egitto

      Il parere, che si richiama al precedente reso nel 1949 con riferimento alla questione della riparazione dei danni subiti al servizio delle Nazioni Unite, si sofferma sulla soggettività internazionale dell'Organizzazione mondiale della sanità (OMS) e in particolare sulle prerogative che da tale soggettività internazionale discendono, con particolare riferimento al potere di scegliere liberamente la propria sede e decidere in merito all'ubicazione dei propri uffici regionali. Al tempo stesso la Corte afferma che la soggettività internazionale delle organizzazioni internazionali le pone in una condizione di soggezione a tutti gli obblighi posti dalle norme del diritto internazionale, tanto generale, con riferimento alle norme consuetudinarie, quanto particolare, con riferimento ai rispettivi trattati ovvero atti istitutivi e ad ogni altro accordo internazionale del quale siano parti.

    • Corte di cassazione (sez. un.), sent. 26 febbraio 1931, Istituto internazionale d'agricoltura c. Profili

      La sentenza della Cassazione italiana riconosce la soggettività internazionale dell'Istituto internazionale d'agricoltura, antesignano dell'odierna FAO (Food and Agriculture Organization, istituto specializzato delle Nazioni Unite), identificandolo come costituente una forma evoluta di unione internazionale amministrativa, dotata, a differenza del modello primigenio di unioni di Stati, di un proprio autonomo centro di imputazione di interessi e di una propria organizzazione, chiusa rispetto all'ingerenza degli Stati membri. In conseguenza, la Cassazione italiana ha riconosciuto all'Istituto internazionale d'agricoltura l'immunità dalla giurisdizione italiana, giustificata dall'esigenza di evitare ingerenze da parte di organi dello Stato sulle modalità di organizzazione interna dell'ente nel perseguimento dei suoi fini istituzionali.

    • House of Lords, sent. 26 ottobre 1989, Consiglio internazionale dello Stagno

      La sentenza si sofferma sulla posizione degli Stati non membri di un'organizzazione internazionale nei confronti di quest'ultima, affermando che anche nel caso in cui uno Stato non membro ritenesse difettare nell'organizzazione i requisiti di un'autonoma soggettività internazionale, nondimeno sarebbe tenuto a riconoscerle il trattamento dovuto ad una persona giuridica straniera.

    • House of Lords, sent. 21 febbraio 1991, Fondo monetario arabo

      La sentenza si sofferma sulla posizione degli Stati non membri di un'organizzazione internazionale per quanto attiene al trattamento dovuto a quest'ultima, adottando una posizione simile a quella accolta nella sentenza del 1989 relativa al Consiglio internazionale dello stagno (v.)

    • Corte di cassazione, sent. 17 luglio 1987, n. 3932, Marcinkus et al.

      La sentenza ribadisce il carattere di soggetto di diritto internazionale proprio della Santa Sede, quale ente centrale di governo della Chiesa cattolica, con il conseguente riconoscimento delle immunità giurisdizionali agli enti centrali della Chiesa stessa ed ai relativi organi o rappresentanti, con specifico riferimento allo I.O.R. e ai relativi funzionari.

    • Corte di cassazione, sez. un., sent. 17 novembre 1989, n. 4909, Capitolo della Basilica di S. Giovanni in Laterano c. Zammerini

      La sentenza, nel ribadire il carattere di soggetto di diritto internazionale della Santa Sede, nondimeno afferma che il connesso regime di immunità giurisdizionale non debba andare al di là di quello che è riconosciuto agli Stati stranieri, non potendo quindi operare in relazione a controversie relative a rapporti di lavoro inerenti a mansioni meramente ausiliarie e concernenti meri aspetti economici del rapporto.

    • Corte di cassazione, sent. 21 maggio 2003, n. 22516, Tucci et al. (Radio Vaticana)

      La sentenza, relativa alla controversia concernente le emissioni elettromagnetiche in territorio italiano provenienti dagli impianti della Radio Vaticana, nel ribadire la natura di soggetto di diritto internazionale della Santa Sede, nega per un verso la natura di ente centrale della Chiesa cattolica relativamente alla Radio Vaticana e, par altro verso, afferma che il riconoscimento delle immunità giurisdizionali dovute alla Santa Sede non possa comportare una rinuncia all'esercizio della giurisdizione dello Stato sul proprio territorio.

    • Tribunale cardinalizio della Santa Sede, sent. 24 gennaio 1953, concernente l'Ordine di Malta

      La sentenza si sofferma sulla natura giuridica del Sovrano Militare Ordine di Malta (SMOM), affermando che le prerogative sovrane di cui questo gode non possano considerarsi pienamente corrispondenti a quelle di uno Stato, dovendo piuttosto essere riconosciuta all'Ordine una sovranità di carattere funzionale, in quanto diretta ad assicurare le finalità che esso persegue.

    • Corte di cassazione, sez. un., sent. 18 marzo 1992, n. 3360, ACISMOM c. Alba et al.

      La sentenza, nel confermare la precedente giurisprudenza della Cassazione italiana nel senso di riconoscere la soggettività internazionale dell'Ordine di Malta, nondimeno afferma che le connesse immunità giurisdizionali non debbano andare al di là di quelle correntemente riconosciute agli Stati stranieri, negando in particolare l'immunità dell'Ordine in relazione alle controversie di lavoro introdotte da dipendenti delle strutture sanitarie che l'Ordine gestisce in convenzione con lo Stato italiano, in quanto inerenti ad attività sottoposta al potere di quest'ultimo.

    • Corte europea dei diritti umani, dec. 2 maggio 2007, Behrami c. Francia, Saramati c. Francia, Germania e Norvegia

      La decisione della Corte europea dei diritti dell'uomo affronta la questione dei limiti dell'ambito di applicazione del sistema di protezione dei diritti fondamentali dell'individuo creato con la Convenzione europea dei diritti dell'uomo, la quale in base al suo articolo 1 si applica unicamente in relazione agli individui che si trovino sotto il controllo effettivo ("juridisdiction" (nel testo inglese)/"juridiction" (nel testo francese)) di uno Stato parte della Convenzione stessa. La questione si poneva, nella specie, in relazione a violazioni dei diritti tutelati avvenute nel territorio del Kosovo nel corso degli interventi dei contingenti KFOR, vale a dire della forza multinazionale istituita con la risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite n. 1244/1999. La Corte europea è giunta alla conclusione che, dato che il territorio kosovaro all'epoca dei fatti era sotto il controllo effettivo della UNMIK (United Nations Mission in Kosovo), alla quale il Consiglio di sicurezza con la medesima risoluzione aveva affidato l'amministrazione provvisoria del Kosovo, gli individui i cui diritti avevano subito le violazioni lamentate non potevano essere considerati trovarsi sotto il controllo effettivo di alcuno degli Stati contraenti della Convenzione.

    • Tribunale penale internazionale (Norimberga), sent. 1° ottobre 1946

      La sentenza costituisce una pietra miliare dello sviluppo del diritto penale internazionale, affermando la coesistenza della responsabilità internazionale degli Stati con la responsabilità penale individuale degli individui che, agendo in qualità di organi degli Stati, si siano resi colpevoli di crimini internazionali, con ciò affermando che il diritto internazionale può giungere ad imporre doveri e responsabilità agli individui.

    • Tribunale penale internazionale per i crimini commessi nell'ex-Jugoslavia, sent. 7 maggio 1997, Tadic

      La sentenza riafferma la regola enunciata dal Tribunale penale internazionale di Norimberga (v.), ribadendo che un individuo può essere ritenuto responsabile e quindi punito per le violazioni del diritto internazionale umanitario.

    • Corte costituzionale federale tedesca (Bundesverfassungsgericht), sent. 2 novembre 2006, Bombardamento del ponte di Varvarin

      La sentenza, pronunciata relativamente ad azioni risarcitorie promosse nei confronti della Germania dai parenti delle vittime civili di un bombardamento occorso durante l'intervento N.A.T.O. in Kosovo, si sforza di definire i diritti dei singoli individui conseguenti alla commissione di violazioni del diritto internazionale umanitario, affermando che, per quanto le norme di questo tipo siano poste a tutela dei diritti degli individui, la loro attuazione sia rimessa nondimeno agli Stati che le hanno poste, dovendosi conseguentemente negare un autonomo diritto degli individui a farne valere la violazione nei confronti degli Stati esteri individuati come responsabili.

  •  Le fonti del diritto internazionale. In particolare: la consuetudine.

    In questa cartella si raccolgono alcune pronunce giurisprudenziali rilevanti, di organi giurisdizionali statali ed internazionali, in merito all'individuazione degli elementi identificativi della consuetudine ed alla rilevazione della prassi degli Stati. Vale la medesima avvertenza di cui alle precedenti cartelle relativamente alla fonte da cui le schede di sintesi inserite sono tratte.

    • Corte internazionale di giustizia, sent. 20 febbraio 1969, Germania c. Danimarca, Germania c. Paesi Bassi, Delimitazione della piattaforma continentale del Mare del Nord

      La sentenza afferma la teoria dualista, per cui al fine della sussistenza di una norma consuetudinaria è necessario accertare l'esistenza di entrambi i presupposti della diuturnitas (prassi) e della opinio iuris sive necessitatis. In particolare, con riferimento ad una norma contenuta in una convenzione internazionale di codificazione, come la Convenzione di Ginevra del 1958 riguardante la piattaforma continentale, le scarse ratifiche o adesioni avute dalla convenzione e l'assenza di una prassi a sostegno della regola, soprattutto da parte degli Stati interessati alla sua applicazione, depongono negativamente in ordine alla sua autonoma esistenza quale norma di diritto internazionale consuetudinario.

    • Corte internazionale di giustizia, sent. 27 giugno 1986, Nicaragua c. Stati Uniti, Attività militari e paramilitari degli Stati Uniti in Nicaragua e contro il Nicaragua

      La sentenza si iscrive nella teoria dualista della consuetudine (v. sent. 1969, Piattaforma continentale), sottolineando in particolare l'importanza che la presenza di una norma di diritto internazionale consuetudinario sia suffragata non soltanto dalla sua riproduzione all'interno di convenzioni internazionali, quand'anche della portata dello Statuto delle Nazioni Unite, bensì da una prassi effettiva degli Stati. A questo riguardo, non si richiede che tale prassi debba essere assolutamente uniforme, ma che le eventuali deviazioni da essa siano giustificate sulla base di eccezioni o giustificazioni contemplate dalla regola stessa, oppure siano considerate quali sue violazioni, e non già quali manifestazioni del riconoscimento di una nuova regola di segno diverso.

    • Corte internazionale di giustizia, parere 8 luglio 1996, Liceità della minaccia e dell'impiego delle armi nucleari

      Il parere, di carattere consultivo, emanato su richiesta dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite, si sofferma sulla rilevanza delle risoluzioni adottate dall'Assemblea generale come prova dell'esistenza di un'opinio iuris sive necessitatis a sostegno dell'emersione di una nuova regola di diritto internazionale consuetudinario, atta, nella specie, a vietare la minaccia e l'impiego di armi nucleari. La Corte osserva che l'efficacia in tal senso di una risoluzione dell'Assemblea generale è inevitabilmente sminuita ove la stessa sia stata adottata con un numero consistente di astensioni o voti contrari, prova che la supposta opinio iuris a sostegno della nuova regola non possa considerarsi generalmente condivisa e, conseguentemente, che si sia al più in presenza di una regola in corso di emersione.

    • Corte per la divisione provinciale del Capo (Sudafrica), sentenza 3 novembre 1987, caso Petane

      La sentenza si sofferma sulle modalità della rilevazione della prassi degli Stati, necessaria al fine dell'accertamento dell'esistenza di una regola di diritto internazionale consuetudinario. In particolare, la sentenza sottolinea la necessità di avere riguardo ai comportamenti effettivamente tenuti dagli organi statali, piuttosto che alle dichiarazioni di principio da questi formulate in occasione di conferenze internazionali o in seno ad organi quali l'Assemblea generale delle Nazioni Unite, potendo queste dichiarazioni essere influenzate dal contesto a volte propagandistico nel quale vengono adottate e non rispecchiare l'effettivo atteggiamento tenuto dagli Stati, quale si manifesta attraverso la prassi dei relativi organi.

    • Corte internazionale di giustizia, sentenza 14 febbraio 2002, Rep. dem. del Congo c. Belgio, Mandato d'arresto

      La sentenza si sofferma sulle modalità di rilevazione della prassi degli Stati, necessaria al fine dell'affermazione di una regola di diritto internazionale consuetudinario, riservando particolare attenzione, alla luce della materia considerata (le regole di diritto consuetudinario concernenti le immunità giurisdizionali degli organi di vertice degli Stati esteri, in relazione ai casi in cui questi siano accusati della commissione di crimini internazionali), alla legislazione statale ed alla giurisprudenza degli organi giurisdizionali interni.

    • Corte permanente di giustizia internazionale, sentenza 7 settembre 1927, Francia c. Turchia, caso Lotus

      La sentenza, tra le più note rese dalla Corte permanente di giustizia internazionale, si sofferma sulle modalità di rilevazione della prassi degli Stati, necessaria al fine dell'affermazione di una regola di diritto internazionale consuetudinario, affermando la rilevanza al fine della prassi stessa anche di meri comportamenti di astensione tenuti dagli Stati (nella specie, trattandosi dell'accertamento dell'esistenza di una regola di diritto internazionale consuetudinario che affermasse la giurisdizione dello Stato della bandiera su di una nave in alto mare, rilevava la prassi costantemente tenuta dagli Stati nel senso di astenersi dal compiere atti che comportassero l'esercizio della giurisdizione sulle navi battenti la bandiera di altri Stati mentre queste si trovavano in alto mare).

    • Corte internazionale di giustizia, sent. 20 novembre 1950, Colombia c. Perù, Diritto di asilo (caso Haya de la Torre)

      La sentenza afferma implicitamente la configurabilità di consuetudini particolari, segnatamente di carattere regionale, con riferimento ad una prassi formatasi tra alcuni Stati sudamericani in materia di concessione del diritto d'asilo. Nondimeno, la Corte osserva che norme consuetudinarie di tal genere, proprio in quanto aventi carattere particolare, non possono applicarsi ad uno Stato che, pur appartenendo all'area regionale nella quale le consuetudini stesse si sono formate, non ha mai partecipato con il proprio comportamento alla formazione di tali regole e la ha, anzi, rifiutate, astenendosi, significativamente, dall'aderire ad una convenzione di carattere regionale nella quale le regole in questione venivano ad essere codificate.

    • Corte internazionale di giustizia, sent. 12 aprile 1960, Diritto di passaggio in territorio indiano (Portogallo c. India)

      La sentenza afferma la configurabilità di consuetudini locali, come quella in base alla quale il Regno Unito, al tempo in cui esercitava la sovranità sul territorio indiano, si era obbligato a riconoscere al Portogallo il diritto di passaggio attraverso il proprio territorio per consentire l'accesso alle enclaves portoghesi esistenti in tale territorio, con l'effetto di ritenere applicabile tale consuetudine anche nei confronti dell'India, che con l'acquisto dell'indipendenza era subentrata al Regno Unito nella sovranità sul territorio in questione.

    • Corte internazionale di giustizia, parere 21 giugno 1971, Conseguenze giuridiche per gli Stati della continua presenza del Sudafrica in Namibia nonostante la risoluzione 276 (1970) del Consiglio di sicurezza

      Il parere afferma l'ammissibilità della formazione di consuetudini particolari all'interno di organizzazioni internazionali, con particolare riferimento all'ammissibilità dell'adozione di risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite su questioni di carattere non procedurale con l'astensione di uno o più membri permanenti del Consiglio stesso.

    • Corte suprema degli Stati Uniti, sentenza relativa al caso The Antelope (1825)

      La sentenza concerne la configurabilità della figura dell'obiettore persistente, vale a dire di uno Stato che si sia costantemente opposto con le proprie dichiarazioni e con la propria condotta alla formazione di una norma consuetudinaria e pretenda conseguentemente di non considerarsi ad essa soggetto, con riferimento alla regola, sorretta a quel tempo dalla prassi e dall'opinio iuris sive necessitatis della gran parte degli Stati, per la quale il commercio degli schiavi era da considerarsi lecito. Gli Stati membri dell'Unione degli Stati Uniti affermavano di essersi sempre opposti a tale regola e pretendevano pertanto di non essere obbligati a riconoscere come lecita una tale pratica, rivendicando conseguentemente il diritto di sequestrare, conformemente alle proprie leggi, una nave battente bandiera straniera che si era arenata sulle coste degli Stati Uniti con a bordo un carico di schiavi. La sentenza della Corte Suprema ha negato l'ammissibilità di tale teoria, affermando conseguentemente che gli Stati Uniti erano tenuti a riconoscere come internazionalmente lecita tale pratica, essendo conseguentemente tenuti a restituire alla Spagna, che ne rivendicava il titolo, la gran parte degli schiavi che si trovavano a bordo della nave e che a tale paese erano destinati, potendo invece disporre in base alle proprie leggi degli altri che si trovavano a bordo della nave stessa.

    • Corte internazionale di giustizia, sentenza 18 dicembre 1951, Regno Unito c. Norvegia, Zone di pesca della Norvegia

      La sentenza ammette la configurabilità dell'istituto del "persistent objector" (obiettore persistente), affermando che una regola di diritto internazionale generale consuetudinario, posto che sia venuta in esistenza (ciò che nella specie, con riferimento alle regole concernenti la delimitazione delle zone di pesca verso l'alto mare, la Corte negava), non sia applicabile nei confronti di uno Stato che la abbia sistematicamente contestata, al punto da non potersi considerare aver partecipato alla sua formazione.

    • Commissione interamericana dei diritti dell'uomo, risoluzione n. 3/87 del 22 settembre 1987, caso Roach and Pinkerton

      La risoluzione della Commissione interamericana dei diritti dell'uomo ha ammesso, in linea di principio, la configurabilità della teoria dell'obiettore persistente, in base alla quale una norma consuetudinaria non può considerarsi vincolare uno Stato che abbia costantemente espresso proteste contro la norma stessa, affermando nondimeno che la teoria in questione non possa operare nei confronti di norme che abbiano acquisito carattere di ius cogens, come, nella specie, doveva ritenersi essere la norma, recepita a livello convenzionale nella stessa Convenzione americana dei diritti dell'uomo, che vieta la condanna alla pena capitale per reati commessi prima del compimento del diciottesimo anno d'età.

  •  Le fonti del diritto internazionale. In particolare: i principi generali di diritto riconosciuti dalle nazioni civili

     

    • Lavori del Comitato consultivo di giuristi incaricato di redigere lo Statuto della Corte permanente di giustizia internazionale

      Il Comitato consultivo di giuristi, nominato dal Consiglio della Società delle Nazioni, si soffermò sull'opportunità di includere tra le fonti delle quali la Corte permanente di giustizia internazionale avrebbe dovuto fare applicazione nel decidere delle controversie sottopostele (indicate nell'art. 38 del relativo Statuto) i principi generali di diritto riconosciuti dalle nazioni civili. La sintesi allegata riporta le principali opinioni espresse dai componenti più autorevoli del comitato, nelle quali si evidenzia, con varie sfumature, la finalità essenziale del riferimento a tali principi, consistente nel consentire alla Corte di colmare le lacune esistenti nelle regole di diritto internazionale consuetudinario.

    • Corte internazionale di giustizia, sent. 20 febbraio 1969, Delimitazione della piattaforma continentale nel Mare del Nord. Opinione individuale del giudice F. Ammoun.

      L'opinione individuale del giudice Ammoun allegata alla sentenza della Corte internazionale di giustizia del 1969 relativa al caso della Piattaforma continentale nel Mare del Nord è incentrata sulla pertinenza del ricorso all'espressione "nazioni civili" per identificare i principi generali di diritto ai quali fa riferimento l'art. 38, par. 1, lett. c) dello Statuto della Corte internazionale di giustizia. Secondo l'opinione del giudice, l'espressione "nazioni civili" non può essere legittimamente utilizzata nella misura in cui possa presentare una valenza discriminatoria nei confronti delle nazioni che non rientrano tra quelle, essenzialmente europee o nordamericane, al cui ruolo si deve la formazione della gran parte delle norme del diritto internazionale contemporaneo. Il giudice Ammoun propone pertanto che l'espressione in questione venga più modernamente interpretata come atta a riferirsi a un insieme di norme comuni alle legislazioni dei diversi paesi del mondo, sorrette da un'identità di ratio legis e pertanto atte ad essere trasposte, proprio in virtù del loro carattere comune, dagli ordinamenti giuridici interni degli Stati all'ordinamento internazionale.

  •  Le fonti del diritto internazionale. In particolare: i trattati

     

    • Corte internazionale di giustizia, sent. 22 luglio 1952, Regno Unito c. Iran, caso dell'Anglo-Iranian Oil Company

      Nella sentenza la Corte internazionale di giustizia si sofferma sulla distinzione tra trattati internazionali in senso proprio, in quanto comportanti l'incontro della volontà di due o più soggetti di diritto internazionale per porre in essere un rapporto retto dal diritto internazionale, e meri contratti, come i contratti relativi ad operazioni di investimento conclusi tra uno Stato e un privato straniero, i quali non vincolano lo Stato del quale il privato è cittadino, ovvero, trattandosi di una persona giuridica, di cui ha la nazionalità.

    • Corte internazionale di giustizia, sentenza 3 febbraio 2006, Rep. dem. Congo c. Ruanda, Attività armate sul territorio del Congo (nuovo ricorso del 2002)

      La sentenza si sofferma sulla irretroattività della disciplina del diritto dei trattati contenuta nella Convenzione di Vienna del 1969 (v. cartella "Testi normativi di riferimento generale"), per cui, in base al suo art. 4, la Convenzione non si applica ai trattati conclusi anteriormente alla sua entrata in vigore per gli Stati contraenti interessati. Nella specie, la Corte respinge l'argomentazione volta a superare tale limite temporale all'applicazione della Convenzione, al fine di applicarla, per quanto rilevava ai fini del caso di specie, alla Convenzione per la prevenzione e repressione del crimine di genocidio del 9 dicembre 1948. Tale argomentazione si basava sul carattere di codificazione delle norme di diritto internazionale generale in materia proprio della Convenzione di Vienna del 1969, per cui le sue regole avrebbero in sostanza potuto considerarsi preesistenti alla Convenzione e quindi applicabili anche a trattati conclusi anteriormente. La Corte, nel confermare il carattere di codificazione proprio della Convenzione di Vienna, nondimeno afferma che tale carattere non è riscontrabile nelle disposizioni di carattere procedurale come quella contenuta nell'art. 66, che prevede la sottoponibilità alla Corte internazionale di giustizia di questioni attinenti alla contrarietà a norme cogenti.

    • Corte internazionale di giustizia, sentenza 19 dicembre 1978, Grecia c. Turchia, Piattaforma continentale del mare Egeo

      Nella sentenza la Corte internazionale di giustizia afferma il principio della libertà delle forme nella conclusione di trattati internazionali, affermando che possa in linea di principio costituire un accordo internazionale anche un comunicato congiunto adottato dalle parti al termine di una conferenza diplomatica, dovendosi, al fine di stabilire se si sia in presenza di un accordo di carattere giuridicamente vincolante, avere riguardo alla natura dell'atto o della trattativa che trova espressione nel documento adottato. Nel caso di specie, la Corte ravvisò la presenza nel comunicato congiunto di un impegno a negoziare e a stipulare un accordo ulteriore, trattandosi quindi di un mero pactum de contrahendo inidoneo a produrre automaticamente effetti vincolanti.

    • Corte internazionale di giustizia, sent. 1° luglio 1994, Qatar c. Bahrein, Delimitazione marittima e questioni territoriali

      La sentenza ribadisce il principio della libertà delle forme nella conclusione degli accordi internazionali, affermando che un accordo internazionale vincolante possa essere contenuto anche nel processo verbale di un incontro internazionale, sempre che, secondo quanto già affermato nella precedente sentenza del 1978 relativa alla Piattaforma continentale del mare Egeo (v.), il verbale indichi specificamente gli impegni reciprocamente assunti dalle parti e questi non siano subordinati alla negoziazione o conclusione di accordi ulteriori.

    • Corte di cassazione, sez. un., sent. 22 marzo 1972, n. 867, Società Unione Manifatture c. Ministero delle Finanze

      La sentenza afferma l'ammissibilità per l'ordinamento italiano della conclusione di accordi in forma semplificata, i quali entrano in vigore per effetto della sola firma dei plenipotenziari senza necessità di un atto di ratifica, distinguendo nondimeno in proposito i casi contemplati dall'art. 80 Cost., nei quali è comunque necessario un atto del Parlamento diretto non già ad autorizzare la ratifica, dato che questa relativamente agli accordi conclusi in forma semplificata non ha luogo, bensì comunque ad approvare il contenuto dell'accordo internazionale.

    • Corte costituzionale italiana, sentenza 6 dicembre 2004, n. 379, Presidente del Consiglio dei Ministri c. Regione Emilia-Romagna

      La sentenza tratta della competenza a stipulare delle regioni, a seguito della riforma del Titolo V della Costituzione operata con l. cost. n. 3/2001. In particolare, la sentenza esclude che possano considerarsi violate le prerogative del Presidente della Repubblica ai sensi dell'art. 87 della Costituzione, nella parte in cui prevede come sua competenza la ratifica dei trattati internazionali, in presenza di un accordo stipulato in forma semplificata dalla Regione, purché ciò sia avvenuto nei casi e con le forme previste da leggi dello Stato (in base all'art. 117, ultimo comma, Cost.) e l'accordo non ricada in una delle materie contemplate dall'art. 80 cost.

    • Corte permanente di giustizia internazionale, sentenza 17 agosto 1923, caso del vapore Wimbledon (Francia, Giappone, Gran Bretagna e Italia c. Germania)

      La sentenza affronta la questione dell'ambito soggettivo di efficacia dei trattati, con specifico riferimento ad una disposizione del Trattato di pace di Versailles (1919), la quale garantiva la libertà di transito attraverso il canale di Kiel a tutte le navi, anche battenti bandiera di uno Stato terzo, a condizione che si trattasse comunque di uno Stato che fosse in pace con la Germania. La sentenza appare pertinente per evidenziare la distinzione tra disposizioni contenute in un trattato le quali prevedano un diritto a favore di uno o più Stati terzi, del quale questi possano invocare il rispetto, e disposizioni le quali invece, come nel caso in esame, si limitano a creare una situazione materiale di vantaggio della quale possa beneficiare qualsiasi Stato, ma la cui eventuale violazione ad opera di una parte potrà essere fatta valere unicamente dalle altre parti contraenti che vi abbiano interesse.

    • Corte permanente di giustizia internazionale, sent. 7 giugno 1932, Zone franche dell'Alta Savoia e del paese di Gex (Svizzera c. Francia)

      La sentenza della Corte permanente di giustizia internazionale si è pronunciata sull'attitudine di una disposizione del Trattato di pace di Versailles del 1919, nel quale si prevedeva che la Francia dovesse assicurare il mantenimento di una zona franca nella porzione del territorio dell'Alta Savoia interposta tra il Cantone di Ginevra ed il restante territorio della Confederazione svizzera, a costituire un vero e proprio diritto a favore della Svizzera a godere della libertà di transito attraverso la porzione del territorio francese che ne derivava. La Corte permanente di giustizia internazionale, sulla base dell'insieme del testo e del contesto del Trattato di Versailles e delle circostanze nelle quali quest'ultimo e la nota formulata al riguardo dal Consiglio federale svizzero sono state redatte (cfr., in proposito, i criteri per l'interpretazione dei trattati basati sul c.d. metodo obiettivistico, di cui all'art. 31 della Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati) è giunta alla conclusione che con tali disposizioni le Potenze vincitrici del primo conflitto mondiale, parti contraenti del Trattato di Versailles, avessero voluto conferire alla Svizzera un vero e proprio diritto, che questa era pertanto legittimata a fare valere contro la successiva decisione unilaterale della Francia di sopprimere la zona franca in questione.

    • Commissione di giuristi nominata dal Consiglio della Società delle Nazioni, parere 5 settembre 1920, Isole d'Aland (Svezia c. Finlandia)

      Il parere della commissione di giuristi nominata dal Consiglio della Società delle Nazioni riguarda l'efficacia di un accordo concluso nel 1856 dalla Russia con la Francia e la Gran Bretagna, nel quale la prima si era assunta l'obbligo di smilitarizzare le isole d'Aland, nei confronti della Finlandia e della Svezia, Stati terzi rispetto all'accordo. Se nei confronti della Finlandia l'efficacia dell'accordo poteva basarsi sulla successione di questa alla Russia nella sovranità sul territorio finlandese con l'acquisto dell'indipendenza, trattandosi di un accordo che aveva per oggetto di imporre obblighi relativi all'uso del territorio e come tale configurabile alla stregua di un trattato localizzabile soggetto alla regola della continuità, l'efficacia vincolante dell'accordo si imponeva nondimeno anche nei confronti della Svezia, dal momento che il trattato in questione aveva per oggetto di istituire un "regolamento positivo di interessi europei", posto nell'interesse collettivo di tutti i paesi interessati, i quali venivano pertanto ad essere legittimati ad invocarne il rispetto indipendentemente dalla propria partecipazione all'accordo. Sostanzialmente, come verrà poi chiarito nella sentenza della Corte permanente di giustizia internazionale del 1923 relativa al vapore Wimbledon (v.), al fine di accertare se un trattato internazionale sia per sua natura idoneo ad attribuire diritti autonomamente azionabili da parte di un paese terzo, come nella specie, piuttosto che mere situazioni materiali di vantaggio, occorre fare riferimento alla finalità materiale perseguita con l'accordo e alla natura dei rapporti giuridici che questo ha posto in essere.

    • Corte di giustizia delle Comunità europee, sent. 14 ottobre 1980, in causa 812/79, Burgoa

      La sentenza tratta della incompatibilità tra norme convenzionali, con specifico riferimento ai rapporti tra i Trattati istitutivi delle Comunità europee e gli accordi conclusi anteriormente all'entrata in vigore dei Trattati da Stati membri con Stati terzi. Rileva a questo riguardo la disposizione tuttora presente all'interno del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea (TFUE), all'art. 351 (già art. 307 TCE ed ancor prima, al tempo della sentenza in esame, art. 234 del Trattato CEE), che costituisce un esempio di clausola di subordinazione, in quanto riconosce la prevalenza delle disposizioni contenute in tali accordi in caso di contrasto con le norme dei Trattati. Nondimeno, si tratta di una subordinazione condizionata, in quanto la norma, al secondo comma, prevede l'obbligo per gli Stati membri che siano parti di tali accordi di attivarsi allo scopo di eliminare le incompatibilità riscontrate.

    • Corte di cassazione, sent. 22 marzo 1984, n. 1920, Lo Franco c. Quartiere generale delle forze armate terrestri del Sud Europa (N.A.T.O.) a Verona

      La sentenza affronta la problematica dell'incompatibilità tra norme convenzionali, con specifico riferimento ai rapporti intercorrenti tra il Protocollo multilaterale di Parigi del 20 agosto 1952 sullo statuto dei quartieri generali militari internazionali e l'accordo bilaterale tra la N.A.T.O. e l'Italia del 26 luglio 1961, relativo alla istituzione del Quartiere generale delle forze armate terrestri del Sud Europa della stessa N.A.T.O. a Verona. La sentenza risolve in via interpretativa l'incompatibilità riscontrata, ricostruendo in termini di integrazione e di complementarità i rapporti tra i due accordi.

    • Corte internazionale di giustizia, parere 28 maggio 1951, Riserve alla convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio

      Il parere della Corte internazionale di giustizia, nel pronunciarsi sull'ammissibilità di riserve alla convenzione delle Nazioni Unite del 1948 sulla prevenzione e la repressione del crimine di genocidio, sottolinea il carattere peculiare degli accordi internazionali volti alla tutela dei diritti umani ed alla repressione dei crimini internazionali, affermando che in relazione a tali trattati non vengono in considerazione interessi particolari dei singoli Stati che ne sono parti, bensì un interesse comune, proprio di tutti e ciascuno dei contraenti, alla realizzazione dei fini propri della convenzione. L'affermazione si ricollega alla distinzione sistematica tra trattati-contratto (Vertrag-Vertraege nella terminologia tedesca), basati su di un rapporto sinallagmatico e su obblighi reciproci tra le parti, e trattati normativi o istitutivi di regimi obiettivi (Vereinbarung-Vereinbarungen nella terminologia tedesca), che, per l'appunto, presuppongono un interesse comune a istituire una disciplina comune della materia che ne forma oggetto, posta a garanzia di valori condivisi da tutte le parti del trattato.

    • Sentenza arbitrale del 30 giugno 1977, Delimitazione della Piattaforma continentale nel Canale della Manica (Regno Unito c. Francia)

      La sentenza arbitrale si pronuncia sugli effetti di un'obiezione sollevata dal Regno Unito ad una riserva apposta dalla Francia all'art. 6 della Convenzione di Ginevra del 29 aprile 1958 sulla piattaforma continentale (sulla questione della conformità di tale regola al diritto internazionale consuetudinario v. già, tra i materiali inseriti in precedenza, Corte internazionale di giustizia, sent. 20 febbraio 1969, Piattaforma continentale del Mare del Nord). Non comportando l'obiezione del Regno Unito alla riserva apposta dalla Francia la manifestazione della volontà di non ritenersi vincolato dalla Convenzione nei confronti della Francia ove questa non avesse ritirato la riserva oggetto dell'obiezione, il tribunale arbitrale ha ritenuto che la disposizione oggetto della riserva dovesse considerarsi applicabile nei rapporti tra i due Stati nella misura risultante dalla riserva stessa. La sentenza riprende la soluzione codificata nell'art. 21, par. 3, della Convenzione di Vienna del 1969 sul diritto dei trattati per il caso di obiezione che non sia netta, vale a dire, che, come nella specie su cui si è pronunciato il tribunale arbitrale, non esprima la volontà dello Stato obiettante di opporsi all'entrata in vigore del trattato nei rapporti con lo Stato autore della riserva ove quest'ultimo non ritiri la riserva stessa.

    • Corte europea dei diritti umani, sent. 29 aprile 1988, Belilos c. Svizzera

      La Corte europea nella sentenza in esame si è pronunciata su di una dichiarazione interpretativa adottata dalla Svizzera all'atto della ratifica della Convenzione europea dei diritti umani, la quale comportava un'interpretazione restrittiva dell'art. 6, par. 1 della Convenzione stessa. La Corte ha ritenuto che la dichiarazione fosse da interpretarsi alla luce dei suoi effetti concreti e non già della sua denominazione, rilevando come questa avesse sostanzialmente per effetto di escludere dall'ambito di applicazione della norma determinate categorie di procedimenti e dovesse pertanto considerarsi equivalente ad una riserva eccettuativa, la cui ammissibilità doveva essere valutata alla luce della disciplina restrittiva recata in proposito dall'art. 64 (nel testo attualmente vigente art. 57) della Convenzione europea. Quest'ultima norma ammette infatti le riserve unicamente nella misura in cui siano giustificate dalla presenza di una legge interna contrastante con una disposizione della Convenzione, ponendo in capo allo Stato riservatario l'onere di corredare la riserva di un'esposizione del contenuto della legge in questione.

    • Considerazioni del Comitato dei diritti umani delle Nazioni Unite del 28 luglio 1981, Fanali c. Italia

      Le considerazioni del Comitato dei diritti umani della Nazioni Unite riguardano la validità di una riserva apposta dall'Italia all'art. 14, par. 5 del Patto delle Nazioni Unite sui diritti civili e politici del 16 dicembre 1966. La riserva, che riguardava il diritto del condannato all'appello avverso le sentenze penali ed era volta ed escludere tale diritto in relazione alla specifica ipotesi dei procedimenti penali che si svolgono dinanzi alla Corte costituzionale contro il Presidente della Repubblica o singoli ministri o altre persone, come il ricorrente nel caso di specie, che siano imputate del medesimo reato, era stata apposta dall'Esecutivo in sede di ratifica senza essere stata prevista dalle Camere nella legge di autorizzazione alla ratifica stessa, adottata in base all'art. 80 Cost. Il Comitato dei diritti umani delle Nazioni Unite ha escluso che l'eventuale violazione del diritto interno derivante dall'apposizione da parte governativa di una riserva non contemplata dal Parlamento in sede di autorizzazione alla ratifica inficiasse la validità dell'apposizione della riserva sul piano internazionale.

    • Corte europea dei diritti umani, sent. 21 febbraio 1975, Golder c. Regno Unito

      La sentenza, nel pronunciarsi sull'interpretazione dell'art. 6, par. 1, della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali del 4 novembre 1950, fa riferimento alle regole in materia di interpretazione dei trattati contenute nella Convenzione di Vienna del 1969 sui diritto dei trattati (artt. 31-33), considerandole applicabili anche relativamente ad una convenzione conclusa anteriormente all'entrata in vigore di quest'ultima (ed in deroga, formalmente, alla regola dell'irretroattività affermata nel suo art. 4), in quanto corrispondenti alle regole di diritto internazionale consuetudinario in materia di interpretazione dei trattati.

    • Corte d'appello dell'Ontario (Canada), sent. 10 febbraio 1984, Regina v. Palacios

      La sentenza, nel pronunciarsi sull'interpretazione dell'art. 39 della Convenzione di Vienna del 18 aprile 1961 sulle relazioni diplomatiche, si ispira al metodo obiettivistico nell'interpretazione dei trattati, che si trova riflesso anche nella disposizione dell'art. 31 della Convenzione di Vienna del 1969 sul diritto dei trattati, in base al quale le disposizioni di un trattato devono essere interpretate alla luce del loro oggetto e del loro scopo, costituito, nel caso della Convenzione di Vienna del 1961, dall'affermare e garantire i privilegi e le immunità diplomatiche.

    • Corte internazionale di giustizia, sent. 13 luglio 2009, Controversia relativa a diritti di navigazione e a diritti connessi (Costa Rica c. Nicaragua)

      La sentenza sottolinea l'importanza della prassi tenuta dalle parti contraenti successivamente alla conclusione di un trattato internazionale al fine di risolvere questioni relative all'interpretazione del trattato stesso che non possano essere risolte unicamente sulla base del testo e del contesto del trattato, come previsto dall'art. 31, par. 3, lett. b) della Convenzione di Vienna del 1969 sul diritto dei trattati, che deve intendersi corrispondente al diritto internazionale consuetudinario. Il riferimento alla prassi successiva delle parti appare particolarmente pertinente per risolvere questioni interpretative che si pongano relativamente a trattati conclusi in epoca alquanto risalente, come il trattato relativo al regime del fiume San Juan concluso tra Nicaragua e Costa Rica nel lontano 1858, che formava oggetto della sentenza della Corte internazionale di giustizia, al fine di pervenire ad un'interpretazione che sia maggiormente rispondente agli interessi ed alle aspettative correnti delle parti piuttosto che a quelli eventualmente ravvisabili con riferimento al tempo in cui il trattato venne concluso.

    • Corte europea dei diritti umani (Grande camera), decisione 12 dicembre 2001, Bankovic et al. c. Belgio e altri 16 Stati contraenti

      La decisione, nel pronunciarsi sull'interpretazione dell'espressione "giurisdizione" di cui all'art. 1 della Convenzione europea dei diritti umani al fine di stabilire se le vittime civili dei bombardamenti N.A.T.O. in Kosovo nel 1999 potessero considerarsi ricadere nella sfera di controllo degli Stati contraenti della Convenzione europea che avevano partecipato all'azione e di potere conseguentemente ritenere applicabili le garanzie offerte dalla Convenzione stessa, fa riferimento ai criteri interpretativi contenuti nell'art. 31 della Convenzione di Vienna del 1969 sul diritto dei trattati, assumendone, come già nella sentenza relativa al caso Golder (v.), la conformità al diritto internazionale consuetudinario. In particolare, la Corte europea si sofferma sulla regola di cui all'art. 31, par. 3, lettera c) della Convenzione di Vienna, la quale prevede che nell'interpretazione dei trattati debba tenersi conto, oltre che degli altri elementi indicati alle lettere precedenti della stessa disposizione, di ogni regola pertinente di diritto internazionale applicabile nei rapporti tra le parti, osservando in proposito che i principi propri della Convenzione europea non possano essere interpretati nel vuoto, dovendo anzi la Convenzione essere interpretata nella misura del possibile in armonia con gli altri principi propri del diritto internazionale, del quale essa fa parte.

    • Corte internazionale di giustizia, parere 11 aprile 1949, Riparazione dei danni subiti al servizio delle Nazioni Unite

      Il parere consultivo, al quale già si è fatto riferimento a proposito della soggettività internazionale delle organizzazioni internazionali (v. supra, nella cartella "gli altri soggetti del diritto internazionale"), fa riferimento alla teoria dei poteri impliciti per affermare che, quantunque la Carta delle Nazioni Unite, così come non conferisce espressamente all'Organizzazione la personalità giuridica di diritto internazionale, nemmeno preveda la sua capacità di proporre un reclamo internazionale, nondimeno tale capacità debba ritenersi rientrare implicitamente nei poteri che la Carta stessa ha conferito agli organi dell'Organizzazione, essendo necessario al fine di consentire l'efficace ed autonomo esercizio di tali poteri che l'Organizzazione disponga della capacità di presentare i reclami internazionali che l'esercizio delle sue funzioni renda necessari.

    • Corte internazionale di giustizia, parere 13 luglio 1954, Efficacia delle sentenze del Tribunale amministrativo delle Nazioni Unite

      Il parere della Corte internazionale di giustizia, ponendosi sulla scia del precedente parere del 1949 sulla Riparazione dei danni subiti al servizio delle Nazioni Unite (v.), fa riferimento alla teoria dei poteri impliciti per giustificare il riconoscimento all'Organizzazione del potere di istituire un tribunale amministrativo, competente a giudicare delle controversie derivanti dai contratti di servizio intercorsi tra l'Organizzazione e i membri del suo personale. In particolare, la Corte desume l'esistenza di tale potere dall'assenza di alcuna disposizione nella Carta che conferisca competenza in proposito ad alcuno degli organi principali dlele Nazioni Unite e, al tempo stesso, dalla norma dell'art. 105 della Carta, che garantisce l'immunità giurisdizionale dell'Organizzazione di fronte ai giudici nazionali, giungendo alla conclusione che la Carta, alla luce dei principi che essa stessa enuncia, non può considerarsi aver voluto creare una situazione nella quale i membri del proprio personale restino sprovvisti di qualsiasi tutela giurisdizionale relativamente ai diritti che si basino sul rapporto di servizio con l'Organizzazione.

    • Corte di giustizia delle Comunità europee, sent. 31 marzo 1971, in causa 22/70, Accordo europeo sul trasporto di merci su strada (AETS)

      La Corte di giustizia delle Comunità europee (ora, a seguito del Trattato di Lisbona, Corte di giustizia dell'Unione europea), ha fatto riferimento alla teoria dei poteri impliciti per giustificare l'attribuzione alla allora Comunità economica europea (ora, come sopra, all'Unione europea) del potere di concludere accordi internazionali con Stati terzi od organizzazioni internazionali anche al di là delle ipotesi in cui tale potere le è espressamente conferito dal Trattato istitutivo. La Corte di giustizia ha desunto tale potere dalle disposizioni che regolano la competenza interna (vale a dire, ad adottare atti di diritto derivato) nella materia considerata, argomentando che per le inevitabili ricadute dell'esercizio di tale competenza su rapporti coinvolgenti anche Stati terzi, essa in tanto potesse essere efficacemente esercitata in quanto fosse accompagnata da una parallela competenza esterna nella stessa materia.

  •  Le fonti del diritto internazionale. In particolare: la successione degli Stati nei trattati

     

    • Convenzione sulla successione degli Stati nei trattati (Vienna, 23 agosto 1978)

      Testo ufficiale in lingua inglese, pubblicato in United Nations Treaty Series, vol. 1946 - I - n. 33356. Vedere in particolare gli articoli 12, 16 e 34.

    • Corte internazionale di giustizia, sent. 25 settembre 1997, Ungheria c. Slovacchia, Progetto Gabcikovo-Nagymaros (dighe sul Danubio)

      La sentenza riguarda il regime della successione degli Stati nei trattati, con particolare riferimento alla determinazione del carattere localizzabile di un trattato, con conseguente applicazione della regola della continuità. Nella specie, la Corte ha affermato il carattere localizzabile di un trattato relativo alla realizzazione di un progetto comportante l'utilizzazione delle acque del Danubio e la parziale deviazione del relativo corso d'acqua a scopo di produzione di energia e di creazione di un nuovo canale navigabile, in quanto inerente alle modalità d'uso di una porzione di territorio, ritenendo conseguentemente subentrata la Slovacchia alla disciolta Repubblica Cecoslovacca nel trattato che questa aveva concluso con l'Ungheria.

    • Dichiarazione unilaterale del Tanganica inviata il 9 dicembre 1961 al Segretario generale delle Nazioni Unite

      Con tale dichiarazione il Tanganica aveva manifestato la volontà di accollarsi gli obblighi di carattere convenzionale contratti dal Regno Unito con altri Stati nel periodo in cui il Tanganica era stato sottoposto al suo dominio coloniale, con ciò esprimendo unilateralmente la volontà di derogare all'applicazione della regola della tabula rasa. Tale dichiarazione, oltre ad essere subordinata alla condizione della reciprocità, non potendo produrre effetto che nei confronti di quegli Stati parti degli accordi interessati che reciprocamente intendessero ritenersi vincolati nei confronti del Tanganica, prevedeva un termine di due anni, entro il quale i trattati che non avessero formato oggetto di nuovi accordi volti alla loro modifica o abrogazione sarebbero stati considerati estinti salvo che, in base alle regole di diritto internazionale generale, dovessero considerarsi ad altro titolo ancora in vigore. La dichiarazione in questione ha inaugurato una prassi, detta del periodo di riflessione, seguita poi da altri Stati in circostanze analoghe.

    • Corte d'appello di Roma, sent. 17 ottobre 1980, Bottali

      La sentenza, relativa all'applicabilità nei rapporti tra l'Italia e l'India di una convenzione bilaterale di estradizione conclusa tra l'Italia e il Regno Unito il 5 febbraio 1873 in considerazione del fatto che al momento della sua conclusione il Regno Unito esercitava il suo dominio coloniale sul territorio indiano, esamina gli strumenti attraverso i quali, in deroga alla regola generale della tabula rasa, gli accordi conclusi dalla madrepatria durante il periodo coloniale possono continuare a trovare applicazione nei confronti degli Stati sorti dalla decolonizzazione, osservando che i meri accordi di devoluzione intervenuti a tal fine tra la ex potenza coloniale e gli Stati di nuova indipendenza siano, in quanto res inter alios acta, di per sé inopponibili alle controparti con le quali la potenza coloniale si era obbligata, salvo intervenga una notificazione di successione, ove si tratti di un trattato multilaterale aperto, ovvero, ove, come nel caso di specie, si tratti di un trattato bilaterale, un accordo apposito, solitamente concluso in forma semplificata mediante un mero scambio di note, nel quale lo Stato subentrante e la controparte manifestano la volontà di continuare ad applicare il trattato. Conseguentemente, la Corte d'appello di Roma ritenne che in assenza di tali passi formali come pure di un comportamento concludente che indicasse in modo non equivoco la volontà delle parti di ritenersi obbligate dall'accordo, questo non potesse considerarsi applicabile nei rapporti tra l'Italia e lo stato successore.

  •  Le fonti del diritto internazionale. In particolare: le cause di invalidità dei trattati

     

    • Corte internazionale di giustizia, sent. 15 giugno 1962, Cambogia c. Thailandia, caso del Tempio di Préah Vihéar

      La sentenza si sofferma sull'errore essenziale come causa di invalidità dei trattati. In particolare, con riferimento ad un trattato concluso il 13 febbraio 1904 tra la Francia, che esercitava il dominio coloniale sull'Indocina, e il Regno del Siam, odierna Thailandia, si trattava di accertare se questo fosse viziato da errore nella parte in cui, nel determinare il confine tra l'Indocina, nella parte corrispondente al territorio dell'odierna Cambogia, e il Siam, aveva deviato dalla linea determinata secondo certi riferimenti naturalistici fissati nel trattato stesso facendo ricadere l'area su cui insisteva il tempio di Préah Vihéar nel territorio indocinese anziché in quello siamese. La Corte internazionale di giustizia ritenne che nella specie non potesse essere invocato il vizio dell'errore, dal momento che lo Stato contraente che lo eccepiva non poteva affermare di non essere stato al corrente dell'intenzione della controparte di determinare il confine in tal modo nell'area interessata, risultando ciò chiaramente dai lavori di una Commissione mista nominata dalle due parti al fine di concretamente determinare il confine in base all'accordo, non sussistendo quindi i presupposti della non riconoscibilità dell'errore al momento della conclusione dell'accordo e dell'assenza di contributo al suo verificarsi ad opera della parte che lo invoca.

    • Corte distrettuale di Arnhem (Paesi Bassi), 17 gennaio 1952, caso Maenner (accordo relativo alla cessione dei Sudeti)

      La sentenza si sofferma sulla violenza come causa di invalidità dei trattati, con specifico riferimento al trattato tra la Germania e la Cecoslovacchia del 20 novembre 1938 relativo alla cessione del territorio dei Sudeti, per effetto del quale i cittadini cecoslovacchi residenti nel territorio in questione avevano acquisito la cittadinanza tedesca, con la conseguenza materiale di non poter beneficiare, in base alla legge dei Paesi Bassi relativa alla riparazione dei danni di guerra, delle misure di ristoro stabilite dalla legge stessa. La corte distrettuale olandese alla quale l'attore si era rivolto ritenne invalido il trattato in questione in quanto esso era stato concluso sotto la minaccia della violenza bellica nei confronti della Repubblica cecoslovacca, con conseguente venir meno della cittadinanza tedesca conferita all'attore in virtù del trattato stesso. La sentenza venne peraltro rovesciata in appello, osservandosi in quella sede che la Cecoslovacchia aveva dato esecuzione all'accordo e non ritenendosi pienamente provata l'esistenza di una regola di diritto internazionale generale per la quale debbano considerarsi nulli gli accordi conclusi sotto costrizione, essendo nella prassi sovente gli accordi di cessione di territorio conclusi attraverso pesanti pressioni o l'uso della forza bellica.

    • Divisione giudiziaria del Consiglio per il ripristino dei diritti, sent. 29 giugno 1956, Ratz-Lienert, Klein c. Istituto Beheers

      La sentenza, come le precedenti della Corte distrettuale e della Corte d'appello di Arnhem rispettivamente del 17 gennaio e del 18 novembre 1952 (v. in questa stessa cartella), concerne la validità del trattato di Berlino del 20 novembre 1938 tra la Germania e la Cecoslovacchia, per il quale, a seguito della cessione del territorio dei Sudeti al Reich tedesco, gli abitanti di tale territorio avevano acquistato la cittadinanza tedesca. Diversamente dalle conclusioni alle quali era pervenuta la Corte d'appello di Arnhem nella sentenza da ultimo ricordata, la Divisione giudiziaria della Commissione per il ripristino dei diritti olandese ritenne invalido il trattato in questione, in quanto concluso sotto costrizione esplicita, ineludibile ed illecita, dal momento che la Cecoslovacchia aveva accettato di divenire parte al trattato solo dopo aver dovuto subire la cessione del territorio dei Sudeti alla Germania, impostale per effetto dell'accordo di Monaco del 29 settembre 1938 intervenuto tra la Germania, l'Italia, la Gran Bretagna e la Francia e attuata sotto la minaccia dell'invasione bellica.

    • Corte internazionale di giustizia, sent. 2 febbraio 1973, Regno Unito c. Islanda e Rep. fed. di Germania c. Islanda (Giurisdizione sulle zone di pesca)

      La sentenza tratta della violenza come causa di invalidità dei trattati, con specifico riferimento ad un accordo concluso tra il Regno Unito e l'Islanda in merito alla delimitazione delle zone di pesca nel Mare del Nord, del quale l'Islanda affermava l'invalidità per essere stato concluso sotto la minaccia dell'uso della forza bellica. Nella specie, essendo l'accordo stato concluso in esito ad una fase di tensione tra i due Stati, nella quale il Regno Unito aveva posto in essere misure di intimidazione mediante il dispiegamento della flotta militare britannica, la Corte internazionale di giustizia ha ritenuto nondimeno che l'Islanda non avesse adeguatamente suffragato l'eccezione del vizio di violenza con prove atte a dimostrare la effettiva incidenza degli atti di intimidazione in questione sulla determinazione della volontà dell'Islanda di concludere l'accordo, che al contrario risultava invece negoziato su di un piano di perfetta parità tra i due Stati.

  •  Le fonti del diritto internazionale. In particolare: lo ius cogens

     

    • Corte permanente di giustizia internazionale, sent. 12 dicembre 1934, Oscar Chinn, opinione individuale del giudice Schuecking

      L'opinione individuale in questione costituisce una delle prime affermazioni dell'esistenza di un nucleo di regole di diritto internazionale generale le quali non possono essere derogate dalla volontà delle parti, con conseguente invalidità di ogni accordo che contenesse statuizioni contrastanti con tali regole. L'opinione individuale in questione trae spunto a tal fine dalla norma dell'art. 20 del Patto della Società delle Nazioni, che prevede l'obbligo per gli Stati contraenti di non contrarre per il futuro tra di loro obblighi incompatibili con le disposizioni del Patto, affermando che sarebbe da considerarsi implicita nella volontà stessa degli Stati di porre in essere la Società delle Nazioni e di promuovere al suo interno un'attività di codificazione del diritto internazionale l'intenzione di convenire determinate regole giuridiche con l'effetto che esse non possano essere derogate tramite l'accordo di alcune parti soltanto.

    • Corte costituzionale tedesca, sent. 7 aprile 1965, Valutazione degli stranieri per la tassazione di guerra

      La sentenza della Corte costituzionale tedesca fa riferimento alla regola dell'art. 25 della Legge fondamentale (Grundgesetz) tedesca, concernente l'adattamento del diritto tedesco alle regole di diritto internazionale, osservando che la norma, nel prevedere l'adattamento a tali regole nella misura in cui esse siano da considerarsi valide ai sensi del diritto internazionale stesso, per implicazione non può consentire la produzione di effetti in Germania a regole contenute in accordi internazionali che siano in contrasto con norme di diritto internazionale generale inderogabili. A questo riguardo, la Corte osserva come soltanto poche regole giuridiche di importanza fondamentali siano da considerarsi provviste di tale carattere inderogabile, dovendo trattarsi di regole che siano profondamente radicate nel convincimento della comunità degli Stati e che siano indispensabili per l'esistenza stessa di un ordinamento giuridico internazionale.

    • Tribunale penale internazionale per i crimini commessi nell'ex-Jugoslavia (Camera di prima istanza), sent. 10 dicembre 1998, Furundzija

      La sentenza si sofferma sulla definizione della tortura come crimine internazionale, affermando la natura del divieto di tortura quale norma imperativa di diritto internazionale ovvero di ius cogens. Secondo quanto affermato dal Tribunale, la norma di diritto internazionale generale che vieta la commissione di atti di tortura, oltre a presentare carattere inderogabile, si presenta idonea a far sorgere obblighi erga omnes, nel senso che la violazione di tale obbligo da parte di un qualsiasi soggetto di diritto internazionale costituisce al tempo stesso una violazione del corrispondente diritto a che l'obbligo sia rispettato del quale sono titolari tutti i membri della comunità internazionale, con la conseguenza che ciascuno di essi ha diritto di richiedere il rispetto di tale obbligo ovvero la cessazione della sua violazione.

    • Corte internazionale di giustizia, sent. 3 febbraio 2006, Attività armate nel territorio del Congo (nuovo ricorso, 2002, Rep. dem. Congo c. Rwanda, competenza e ricevibilità)

      La sentenza, già citata a proposito della irretroattività dell'applicazione delle disposizioni della Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati che non siano corrispondenti a norme di diritto internazionale generale (v. supra, nella cartella "le fonti del diritto internazionale: in particolare, i trattati"), ha escluso la corrispondenza al diritto internazionale generale dell'art. 66 della Convenzione di Vienna, il quale consente di sottoporre alla Corte internazionale di giustizia le controversie tra Stati parti della Convenzione in merito al contrasto di un trattato internazionale con una norma di ius cogens ai sensi degli articoli 53 o 64 della Convenzione di Vienna. Conseguentemente, constatato che l'art. 66 della Convenzione non si può applicare retroattivamente rispetto a un trattato, la Convenzione sulla prevenzione e repressione del crimine di genocidio del 1948, concluso in epoca anteriore all'entrata in vigore della Convenzione di Vienna, la Corte ha escluso che il carattere di ius cogens delle norme la cui applicazione veniva in considerazione potesse di per sé giustificare l'affermazione della competenza della Corte in assenza di un'adeguata manifestazione del consenso di entrambi gli Stati parti della controversia a sottoporsi alla giurisdizione della Corte stessa.

    • Corte internazionale di giustizia, sent. 3 febbraio 2012, Immunità giurisdizionali dello Stato (Germania c. Italia)

      La sentenza della Corte internazionale di giustizia, relativa all'immunità giurisdizionale della Germania dalle azioni risarcitorie proposte davanti ai giudici italiani dalle vittime e da parenti delle vittime dei crimini commessi dalle forze armate tedesche in territorio italiano durante la seconda guerra mondiale, ha negato, ritenendo non conforme al diritto internazionale l'orientamento in proposito adottato dalla Corte di cassazione italiana, che il carattere di ius cogens delle norme violate dagli atti che davano origine alle azioni risarcitorie in questione potesse comportare, in assenza di una specifica regola di carattere consuetudinario che lo prevedesse, un'eccezione all'applicazione delle regole generali di diritto internazionale consuetudinario che prevedono l'immunità giurisdizionale degli Stati esteri rispetto ad azioni giudiziarie concernenti atti posti in essere iure imperii, vale a dire nell'esercizio della potestà d'imperio dello Stato estero, come gli atti pur qualificabili alla stregua di crimini internazionali che formavano oggetto delle azioni in questione. La Corte ha inoltre negato che tra le une e le altre norme potesse configurarsi un reale contrasto, dato che esse avevano un carattere diverso, procedurale le norme consuetudinarie in materia di immunità giurisdizionale dello Stato estero, sostanziale le norme di ius cogens che vietando la commissione di crimini internazionali tutelano i diritti fondamentali della persona umana.

  •  Le fonti del diritto internazionale. In particolare: le cause di estinzione dei trattati

     

    • Corte di cassazione, sez. un., sent. 8 novembre 1971, n. 3147, Lanificio Branditex c. S.a.r.l. Azais & Vidal

      La sentenza della Corte di cassazione si pronuncia sulla rilevanza dello stato di guerra come causa di estinzione ovvero di sospensione dei trattati. La Cassazione fa riferimento in proposito all'esigenza di valutare se, alla luce dell'oggetto e dello scopo del trattato, il suo mantenimento in vigore sia o meno incompatibile con lo stato di guerra sopravvenuto tra le parti e, in particolare, se l'eventuale incompatibilità presenti carattere irreversibile o, viceversa, solamente temporaneo. Con riferimento al caso di un accordo, la Convenzione di Ginevra del 24 settembre 1923, concernente la disciplina dell'arbitrato nelle controversie commerciali internazionali, la Cassazione ha ritenuto che, seppure il sopravvenire dello stato di guerra tra le parti, avvenuto con la dichiarazione di guerra dell'Italia nei confronti della Francia durante la seconda guerra mondiale, giustificasse una sospensione dell'efficacia del trattato tra le parti in conflitto, nondimeno le vicende belliche intercorse non pregiudicassero la ripresa dell'esecuzione del trattato una volta cessate le ostilità al termine del conflitto e ripresi i normali rapporti internazionali tra le parti.

    • Corte internazionale di giustizia, sent. 25 settembre 1997, Ungheria c. Slovacchia, Progetto Gabcikovo-Nagymaros (dighe sul Danubio)

      La Corte internazionale di giustizia nella sentenza in esame, oltre a pronunciarsi sul punto della successione degli Stati nei trattati (v.), si è soffermata sull'inadempimento come causa di estinzione dei trattati. Nella specie, l'avere la Cecoslovacchia unilateralmente deciso di realizzare una deviazione delle acque del fiume Danubio a proprio vantaggio costituiva un inadempimento essenziale agli obblighi assunti con il trattato concluso con l'Ungheria.

    • Corte internazionale di giustizia, sent. 25 settembre 1997, Ungheria c. Slovacchia, Progetto Gabcikovo-Nagymaros (dighe sul Danubio) (segue)

      La sentenza della Corte internazionale di giustizia, oltre a soffermarsi sul profilo dell'inadempimento come causa di estinzione dei trattati (v. supra, in questa stessa cartella) si è soffermata altresì sui presupposti delle ulteriori cause di estinzione dei trattati costituite dall'impossibilità sopravvenuta dell'esecuzione del trattato e dal mutamento fondamentale delle circostanze esistenti al momento della conclusione del trattato (c.d. clausola "rebus sic stantibus"). Con riferimento alla prima, la Corte ha negato che potesse comportare una effettiva impossibilità sopravvenuta dell'esecuzione il mero sopravvenire di difficoltà finanziarie di uno Stato parte, per quanto gravi. Con riferimento alla seconda, la Corte ha negato che, in relazione all'oggetto del trattato, che comportava l'esecuzione di opere di carattere idraulico a scopo di produzione di energia e di miglioramento delle vie navigabili, potessero comportare un mutamento fondamentale delle circostanze che avevano determinato il consenso delle parti ad obbligarsi i mutamenti di carattere politico avvenuti nei due Stati successivamente alla conclusione del trattato.

    • Corte di giustizia delle Comunità europee, sent. 16 giugno 1998, in causa C-162/96, Racke

      La sentenza si sofferma sulla clausola rebus sic stantibus come causa di estinzione dei trattati, consistente nel mutamento fondamentale delle circostanze esistenti al momento della conclusione del trattato. Nella specie, trattandosi di un accordo commerciale concluso dalla Comunità europea con la disciolta Repubblica socialista federativa di Jugoslavia, la Corte di giustizia ha ritenuto che lo smembramento della ex Jugoslavia con la conseguente formazione di nuovi Stati sul suo territorio, avvenuta a seguito di una prolungata fase di conflittualità, costituissero un mutamento fondamentale delle circostanze esistenti al momento della conclusione dell'accordo, tale da inficiarne l'applicazione.

  •  Le fonti del diritto internazionale. In particolare: gli atti delle organizzazioni internazionali

     

    • Risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite n. 1970 (2011) nei confronti della Libia

      La risoluzione costituisce un esempio della prassi delle risoluzioni con le quali il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha adottato misure non implicanti l'uso della forza ai sensi dell'art. 41 della Carta delle Nazioni Unite. Tali risoluzioni, che costituiscono atti vincolanti per tutti gli Stati membri dell'organizzazione, possono in alcuni casi, come in quello in esame, prevedere l'adozione da parte degli Stati membri dell'organizzazione, ovvero, ove del caso, da parte di un'organizzazione di carattere regionale come l'Unione europea alla quale gli Stati membri abbiano trasferito la competenza ad adottare atti in proposito, di misure di carattere restrittivo, con particolare riferimento alla libertà di circolazione ovvero di movimento di capitali, nei confronti di determinati soggetti, persone fisiche o giuridiche, indicati in un allegato alla risoluzione stessa.

    • Corte internazionale di giustizia, parere 21 giugno 1971, Conseguenze giuridiche per gli Stati della continua presenza del Sudafrica in Namibia

      Il parere, noto per aver affermato la legittimità dell'adozione di risoluzioni del Consiglio di sicurezza su questioni di carattere non procedurale con l'astensione di uno o più membri permanenti, si sofferma altresì sull'interpretazione della risoluzione n. 276 (1970) relativa alla situazione in Namibia alla luce delle disposizioni della Carta delle Nazioni Unite, ricorrendo ad un'interpretazione evolutiva di quest'ultima, nel senso di accentuare la rilevanza del principio di autodeterminazione dei popoli.

    • Risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite n. 1441 (2002) concernente la situazione in Iraq

      La risoluzione in esame sollevava un problema interpretativo, consistente nello stabilire se nell'imporre l'obbligo all'Iraq di consentire lo svolgimento delle ispezioni volte ad accertare l'adempimento dei propri doveri di disarmo potesse contenere al proprio interno un'autorizzazione all'uso della forza militare in caso di violazione dell'obbligo suddetto. In proposito, le dichiarazioni pronunciate dai membri del Consiglio di sicurezza in occasione dell'adozione della risoluzione consentono di concludere nel senso che la risoluzione non contenesse al proprio interno alcun dispositivo nascosto (hidden trigger) atto ad autorizzare l'uso della forza in caso di violazione degli obblighi incombenti all'Iraq in assenza di una nuova risoluzione che disponesse in questo senso.

    • Corte internazionale di giustizia, parere 22 luglio 2010, Conformità al diritto internazionale della dichiarazione di indipendenza del Kosovo

      Il parere della Corte internazionale di giustizia si pronuncia sull'interpretazione della risoluzione n. 1244 (1999) del Consiglio di Sicurezza, riguardante la situazione in Kosovo, al fine di stabilire se questa vietasse l'adozione di una dichiarazione di indipendenza. A tal fine, la Corte fa riferimento ai criteri di cui agli articoli 31 e 32 della Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati, ritenendo nondimeno che essi debbano essere adattati al contesto specifico delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza alla luce anche del procedimento decisionale, delineato dall'art. 27 dello Statuto delle Nazioni Unite, attraverso il quale vengono adottate. La Corte fa riferimento, tra gli elementi da prendere in considerazione, le dichiarazioni dei membri del Consiglio di sicurezza rese in occasione dell'adozione della risoluzione, le ulteriori risoluzioni emanate dal Consiglio stesso con riferimento alla medesima situazione e la prassi successiva degli organi dell'Organizzazione e degli Stati interessati.

  •  L'adattamento dell'ordinamento statale al diritto internazionale. In particolare: l'adattamento al diritto internazionale generale

     

    • Tribunale di Firenze, ordinanza 23 marzo 2015, Alessi e altri c. Repubblica federale di Germania

      L'ordinanza è stata pronunciata dal Tribunale di Firenze nell'ambito dell'azione risarcitoria promossa nei confronti della Repubblica federale di Germania dagli eredi di un cittadino italiano vittima di un atto di deportazione ed assoggettamento ai lavori forzati da parte delle forze armate tedesche durante l'occupazione del territorio italiano nel corso della seconda guerra mondiale, dalla quale era sorta la questione di legittimità costituzionale risolta dalla Corte costituzionale con la sentenza 22 ottobre 2014, n. 238 (v. in questa cartella). Il Tribunale di Firenze, preso atto della sopravvenuta inapplicabilità nell'ordinamento dello Stato italiano, a seguito della pronuncia della Corte costituzionale, delle norme internazionali di natura tanto consuetudinaria quanto pattizia, con specifico riferimento all'obbligo di dare attuazione alla sentenza della Corte internazionale di giustizia del 3 febbraio 2012 nella causa Germania c. Italia, in base alle quali avrebbe dovuto riconoscersi l'immunità giurisdizionale della Germania in relazione alle pretese risarcitorie in questione, avuto riguardo alla peculiarità delle circostanze ha disposto per una risoluzione della controversia in via conciliativa, o, in caso di mancata accettazione ad opera delle parti della proposta conciliativa formulata nell'ordinanza o di altra analoga da convenirsi tra le parti stesse, tramite il ricorso alla mediazione per ordine del giudice ex art. 5, comma 2, D. lgs. n. 28/2010.

    • Corte costituzionale, ordinanza 11 febbraio 2015, n. 30

      L'ordinanza della Corte costituzionale si pronuncia sulle medesime questioni già oggetto della sentenza 22 ottobre 2014, n. 238, della stessa Corte (v. in questa stessa cartella), dichiarando inammissibile la riproposizione delle medesime questioni, sorte in un procedimento giudiziario parallelo a quello che aveva dato oggetto alla recedente pronuncia, in quanto già risolte con la precedente pronuncia, alla quale rimanda, riassumendone in sintesi i punti salienti della motivazione, con particolare riguardo alle considerazioni per le quali la regola di diritto internazionale consuetudinario in materia di immunità giurisdizionale dello Stato estero deve ritenersi non essere entrata a far parte dell'ordinamento giuridico italiano in virtù dell'adattamento automatico di cui all'art. 10, 1° comma, della Costituzione, nella parte in cui contrasta con i principi generali della Costituzione stessa attinenti alla tutela dei diritti fondamentali della persona umana.

    • CORTE COSTITUZIONALE, SENT. 22 OTTOBRE 2014, N. 238, CONCERNENTE L'IMMUNITÀ GIURISDIZIONALE DEGLI STATI ESTERI IN RELAZIONE ALLA COMMISSIONE DI CRIMINI INTERNAZIONALI

      La sentenza della Corte costituzionale supera il precedente orientamento di cui alla sentenza del 12 giugno 1979, n. 48, Russell (v. supra, in questa cartella) per il quale il sindacato di compatibilità delle norme di diritto internazionale generale immesse nell'ordinamento dello Stato italiano tramite l'art. 10, 1° comma della Costituzione con i principi generali della stessa carta costituzionale non si applica alle norme consuetudinarie, come quelle in materia di immunità tanto degli Stati quanto degli agenti diplomatici stranieri, formatesi da epoca anteriore alla Costituzione e regolarmente osservate dallo Stato italiano. Con particolare riferimento all'adattamento dell'ordinamento italiano alle regole consuetudinarie sull'immunità giurisdizionale degli Stati esteri così come interpretate dalla Corte internazionale di giustizia nella sentenza del 3 febbraio 2012 nella controversia Germania c. Italia (v. supra, nella cartella relativa allo ius cogens), la Corte costituzionale, se dapprima ha affermato di non poter sindacare l'interpretazione che di tali regole ha dato la Corte internazionale di giustizia (CIG), ha tuttavia poi proceduto ad un'autonoma interpretazione delle regole in questione, affermando che le regole stesse, così come interpretate dalla CIG nella sentenza in questione, non possano considerarsi corrispondere pienamente alle "regole del diritto internazionale generalmente riconosciute" per i fini dell'art. 10, 1° comma della Costituzione, se non nella misura in cui prevedano un'eccezione per il caso in cui gli atti imputabili allo Stato estero, benché posti in essere iure imperii, e cioè nell'esercizio della potestà d'imperio dello Stato, siano configurabili quali crimini internazionali, eccezione la cui sussistenza la CIG nella sentenza in questione aveva per l'appunto negato. Sulla base di tale assunto, la Corte costituzionale ha dichiarato che l'adattamento automatico di cui all'art. 10, 1° comma della Costituzione non opera in relazione alla regola sull'immunità giurisdizionale dello Stato estero così come interpretata dalla Corte internazionale di giustizia, in quanto, nella parte in cui non prevede alcuna eccezione per il caso in cui lo Stato estero sia chiamato a rispondere di crimini internazionali, è incompatibile con i principi generali della Costituzione relativi alla tutela della dignità umana (art. 2) e al diritto di agire in giudizio per la tutela dei propri diritti (art. 24), norma che presenta particolare rilevanza in relazione alla tutela di diritti inviolabili della persona umana. La sentenza ha inoltre dichiarato l'illegittimità costituzionale, per le medesime motivazioni, della legge con la quale è stata data esecuzione nell'ordinamento dello Stato italiano allo Statuto delle Nazioni Unite, nella parte in cui si riferisce all'art. 94 dello Statuto stesso, che prevede l'obbligo per i membri delle Nazioni Unite che siano parti di una controversia innanzi alla CIG di conformarsi a quanto deciso dalla Corte nella propria sentenza, per quanto riguarda la sentenza del 3 febbraio 2012 nella causa in questione. Inoltre, la Corte ha altresì dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'art. 3 della legge 14 gennaio 2013, n. 5, con il quale erano state adottate delle specifiche disposizioni di adattamento dell'ordinamento interno dello Stato italiano volte a consentire l'esecuzione della sentenza in questione.

    • Corte costituzionale, sent. 16 aprile 2008, n. 129, Dorigo

      La sentenza della Corte costituzionale afferma l'inapplicabilità della norma di cui all'art. 10, 1° comma Cost., per la quale l'ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme di diritto internazionale generalmente riconosciute, alle norme di diritto internazionale di carattere pattizio, con particolare riferimento a disposizioni, come nella specie l'art. 6 della Convenzione europea dei diritti umani, che non possano essere considerate corrispondenti a norme di diritto internazionale generale.

    • Corte costituzionale, sent. 8 aprile 1976, n. 69, caso Zennaro

      La sentenza della Corte costituzionale, nell'affermare che l'art. 10, 1° comma della Costituzione, nel prevedere l'adattamento dell'ordinamento italiano alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute, si presta ad assicurare l'adattamento non soltanto alle norme consuetudinarie bensì ugualmente ai principi generali di diritto riconosciuti dalle nazioni civili, esclude che possa considerarsi come tale un principio volto ad estendere la regola del ne bis in idem dalla sfera interna ad un singolo ordinamento ai rapporti tra sentenze penali pronunciate in paesi diversi.

    • Corte costituzionale, sent. 18 giugno 1979, n. 48, Russell

      La sentenza della Corte costituzionale, nell'affermare che l'adattamento dell'ordinamento italiano alle norme del diritto internazionale generale operato in via permanente ad automatica dall'art. 10, 1° comma Cost. è suscettibile di incontrare un limite nei casi in cui tali regole entrino in contrasto con i principi fondamentali dell'ordinamento costituzionale italiano, nondimeno limita la portata di tale sindacato di compatibilità alle norme di diritto internazionale generale che vengano a formarsi dopo l'entrata in vigore della Costituzione, distinguendo in proposito la posizione di quelle regole - come quelle concernenti le immunità giurisdizionali degli agenti diplomatici - che indiscutibilmente si siano formate anteriormente e siano state regolarmente osservate nell'ordinamento italiano già da tempo anteriore all'adozione della Carta costituzionale.

  •  L'adattamento dell'ordinamento statale al diritto internazionale. In particolare: l'adattamento al diritto internazionale pattizio

     

    • Corte di cassazione, sez. un., sent. 22 marzo 1972, n. 867, Società Unione Manifatture c. Ministero delle finanze

      La sentenza sottolinea la distinzione tra la fase della formazione degli obblighi convenzionali per l'Italia, che si perfeziona con la ratifica, detta anche fase ascendente, e la fase dell'adattamento dell'ordinamento statale alle norme convenzionali, detta anche fase discendente, che presuppone un atto di adattamento ad hoc. Nondimeno, le due fasi, per quanto distinte, sono strettamente collegate, al punto che non può trovare applicazione nell'ordinamento italiano un accordo internazionale il quale ancora non sia stato ratificato dall'Italia, sempre che, in base ad una consuetudine integratrice delle disposizioni costituzionali in materia, l'accordo non possa considerarsi concluso in forma semplificata per effetto della mera firma. Anche in quest'ultimo caso, l'emanazione dell'ordine di esecuzione rimane comunque necessario ai fini dell'adattamento dell'ordinamento dello Stato alle norme dell'accordo.

    • Corte di cassazione (sez. un. civ.), sent. 8 novembre 1971, n. 3147, Lanificio Branditex c. S.A.R.L. Azais et Vidal

      La sentenza, già esaminata con riferimento alle cause di estinzione dei trattati (v. supra, nella relativa cartella), si sofferma anche sul profilo della prevalenza delle leggi con le quali sia stato dato l'ordine di esecuzione di trattati internazionali sulle leggi interne successive di contenuto incompatibile. Nel quadro normativo anteriore all'introduzione dell'attuale art. 117, 1° comma, della Costituzione per effetto della l. cost. n. 3/2001, tale prevalenza veniva generalmente affermata, come nel caso di specie, alla luce del carattere di specialità che la disciplina contenuta nel trattato internazionale presenta in rapporto alla disciplina generale della materia contenuta nella legge dello stato. Nel caso di specie, la disciplina contenuta nella Convenzione di Ginevra del 24 settembre 1923 in materia di arbitrato commerciale internazionale, presentava innegabilmente carattere di specialità rispetto alla disciplina generale in materia, come al tempo contenuta nel codice di procedura civile del 1942, il quale, segnatamente, all'art. 2 prevedeva l'inderogabilità convenzionale della giurisdizione italiana a favore di giudici stranieri o di arbitri sedenti all'estero, al di fuori dei casi limitati contemplati dalla norma.

    • Corte costituzionale, sent. 6 giugno 1989, n. 323, SIBRAM c. Alitalia

      La sentenza, come la sentenza della Cassazione relativa al caso Lanificio Branditex c. Soc. Azais et Vidal sopra riportata, affronta, con riferimento al quadro normativo anteriore all'introduzione dell'attuale art. 117, 1° comma, cost. per effetto della l. cost. n. 3/2001, la problematica del rapporto tra i trattati internazionali ratificati dall'Italia e resi esecutivi nell'ordinamento dello Stato e le leggi interne successive di contenuto incompatibile, affermando che il principio di specialità generalmente invocato per giustificare la prevalenza dei trattati possa essere derogato allorquando la legge interna successiva, oltre a recare materialmente una diversa disciplina della materia considerata o di un qualche suo profilo, persegua chiaramente lo scopo di derogare alla disciplina convenzionale. Nel caso di specie, ciò avveniva in relazione ad una legge interna con la quale l'Italia aveva inteso dare anticipatamente applicazione alle regole di limitazione della responsabilità del vettore nei contratti di trasporto aereo internazionale contenute nel Protocollo di Montreal del 25 settembre 1975 prima che questo fosse internazionalmente in vigore, con il risultato di derogare all'applicazione della disciplina tuttora vigente a livello internazionale e risultante dalla Convenzione di Varsavia del 12 ottobre 1929 in materia di trasporto aereo internazionale, così come modificata dal precedente Protocollo dell'Aja del 28 settembre 1955.

    • Legge 5 giugno 2003, n. 131

      Disposizioni per l'adeguamento dell'ordinamento della Repubblica alla legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3. La legge reca disposizioni di attuazione delle norme contenute nel titolo V della Costituzione così come modificate dalla legge costituzionale n. 3 del 2001 (v. il testo della Costituzione italiana, così come modificato dalla l. cost. n. 3/2001, nella cartella "testi normativi di riferimento generale"). In particolare, all'art. 1, la legge n. 131/2003 chiarisce che gli "obblighi internazionali" ai quali è fatto riferimento nell'art. 117, 1° comma, della Costituzione così come introdotto dalla l. cost. n. 3/2001 ricomprendono anche gli obblighi derivanti dai trattati internazionali che non presentino i caratteri peculiari propri dei trattati contemplati dall'art. 11 della Costituzione. Con riferimento all'adattamento agli accordi internazionali nelle materie di competenza regionale (in rif. all'art. 117, comma 5, Cost. -v. il testo nella cartella Testi normativi di riferimento generale), v. l'art. 6, primo comma, della legge; con riferimento al potere sostitutivo in caso di mancato rispetto di norme o trattati internazionali o della normativa comunitaria (rectius: dell'Unione europea) di cui all'art. 120, secondo comma, Cost, v. l'art. 8, primo e secondo comma, della legge.

    • Corte costituzionale, sent. 22 ottobre 2007, n. 348, R.A. c. Comune di Torre Annunziata et al.

      La sentenza della Corte costituzionale affronta, come la seguente sentenza n. 349 del 2007(v.), le conseguenze dell'incompatibilità di una norma interna con le disposizioni della Convenzione europea dei diritti umani, affermando che, malgrado la grande rilevanza delle disposizioni della Convenzione in quanto volte a tutelare i diritti fondamentali della persona umana, queste nondimeno sono disposizioni di carattere pattizio, le quali obbligano lo Stato italiano nel suo insieme ma non sono idonee a produrre effetti diretti nell'ordinamento interno alla stessa stregua delle norme dell'Unione europea. Tale distinzione risulta chiaramente evidenziata, ad avviso della Corte, anche dall'art. 117, 1° comma, Cost., come risulta dalla riforma del 2001, il quale fa riferimento separatamente agli obblighi internazionali e a quelli derivanti dall'ordinamento comunitario (ovvero, ora, dell'Unione europea). Pertanto, in caso di contrasto, ne potrà scaturire come conseguenza la dichiarazione di illegittimità costituzionale delle norme interne incompatibili, per violazione dell'art. 117, 1° comma, Cost. in quanto norma interposta, e non già la immediata disapplicazione delle norme interne contrastanti da parte del giudice interno, come avviene in caso di contrasto con le norme dell'ordinamento dell'Unione europea provviste di effetto diretto o di diretta applicabilità.

    • Corte costituzionale, sent. 22 ottobre 2007, n. 349, E. P. c. Comune di Avellino et al.

      La sentenza della Corte costituzionale, al pari della precedente sentenza n. 348 del 2007 (v.), tratta delle conseguenze dell'incompatibilità delle norme interne dell'ordinamento italiano con le disposizioni della Convenzione europea dei diritti umani. Alle considerazioni già svolte nella precedente sentenza, alla cui sintesi si rimanda, la sentenza n. 349 aggiunge ulteriori considerazioni relative all'invocabilità in proposito dell'art. 11 Cost., escludendo che la disposizione in questione possa trovare applicazione con riferimento alla Convenzione europea dei diritti umani, la partecipazione alla quale da parte dell'Italia non comporta, diversamente da quanto avviene in relazione all'ordinamento dell'Unione europea, alcuna cessione di sovranità ad un ordinamento distinto. La Corte costituzionale esclude, inoltre, che l'art. 11 Cost. possa venire in considerazione indirettamente, per via della rilevanza che alle norme della Convenzione europea è attribuita dall'art. 6 del TUE al fine della ricostruzione dei principi generali del diritto dell'Unione europea in materia di protezione dei diritti fondamentali, in quanto tali principi si applicano unicamente, quale parte del diritto dell'Unione, nell'ambito di applicazione proprio di tale diritto. Tale conclusione non appare poter essere superata dall'attesa adesione dell'Unione europea alla Convenzione europea dei diritti umani, prevista dall'art. 6, par. 2, TUE come modificato dal Trattato di Lisbona.

  •  La sovranità degli Stati e i limiti posti dal diritto internazionale. In particolare: i limiti della giurisdizione statale

     

    • Corte distrettuale dell'Aja (Paesi Bassi), sent. 17 settembre 1982, Compagnie européenne des petroles c. Sensor Nederland

      La sentenza, emessa da un tribunale interno dei Paesi Bassi, riguarda i limiti dell'efficacia extraterritoriale delle misure di embargo commerciale. Nella specie, i giudici olandesi hanno escluso l'applicabilità ad un contratto per la fornitura di apparecchiature tecniche occorrenti per la costruzione del gasdotto siberiano, concluso tra una società francese ed una olandese, delle misure di embargo commerciale previste dalla legislazione statunitense, delle quali la società olandese invocava l'applicazione per giustificare la mancata esecuzione della fornitura malgrado il contratto fosse soggetto al diritto olandese. Ad avviso dei giudici olandesi, infatti, il mero fatto che la società olandese tenuta all'esecuzione della prestazione controversa fosse integralmente controllata da una società statunitense non giustificava la pretesa di applicazione extraterritoriale delle misure d'embargo, non avendo queste titolo ad applicarsi ad un contratto intercorso tra parti nessuna della quale presentasse un diretto collegamento con gli Stati Uniti e riguardante una prestazione non destinata ad eseguirsi in tale paese.

    • Corte di assise di Roma, sent. 25 ottobre 2007, Lozano (caso Calipari)

      La sentenza, riguardante i limiti dell'esercizio della giurisdizione statale in materia penale, fa riferimento al criterio della nazionalità passiva, che giustifica la pretesa punitiva dello Stato in relazione ad un illecito commesso all'estero da un autore straniero, sulla base della nazionalità italiana della vittima (la fattispecie si riferisce all'uccisione dell'agente dei servizi segreti italiani Nicola Calipari ad opera di un militare statunitense, che aveva sparato contro l'autovettura a bordo della quale si trovava l'agente italiano nei pressi dell'aeroporto di Baghdad (Iraq), in occasione di un'operazione volta alla liberazione di una giornalista italiana che vi era stata sequestrata).

    • Corte internazionale di giustizia, sent. 14 febbraio 2002, Mandato d'arresto (Rep. dem. Congo c. Belgio)

      La sentenza riguarda la pretesa da parte del Belgio di esercitare la propria giurisdizione penale sui crimini commessi nel territorio della Repubblica popolare del Congo dal ministro degli esteri in carica di tale paese, con l'emissione di un mandato di arresto internazionale, il quale trovava fondamento nella giurisdizione universale attribuita ai giudici belgi dalla legislazione interna al tempo applicabile. La Corte internazionale di giustizia, pur non contestando in linea di principio la pretesa del Belgio di esercitare la giurisdizione universale in relazione a fatti configurabili come crimini internazionali, nondimeno esclude che la natura dei fatti e il criterio su cui la giurisdizione statale si basa possano comportare un superamento dell'immunità giurisdizionale della quale gode un ministro degli esteri di uno Stato estero mentre è in carica, la quale trova fondamento nell'esigenza di assicurare l'indisturbato esercizio delle sue funzioni.

  •  La responsabilità internazionale degli Stati. In particolare: l'elemento soggettivo dell'illecito internazionale

     

    • Corte internazionale di giustizia, sent. 24 maggio 1980, Iran c. Stati Uniti, caso del Personale diplomatico degli Stati Uniti in ostaggio a Teheran

      La sentenza tratta dell'elemento soggettivo dell'illecito internazionale, consistente nell'imputabilità allo Stato dell'illecito stesso, con riferimento ad un fatto posto in essere da soggetti privati, nella specie dei militanti i quali avevano occupato la sede dell'ambasciata statunitense a Teheran e sequestrato il personale diplomatico presente, in palese violazione delle regole di diritto internazionale consuetudinario sulle immunità della sede e del personale e diplomatico, codificate nella Convenzione di Vienna del 1961 sulle relazioni diplomatiche. Nell'ambito della prolungata vicenda erano, come ravvisato dalla Corte, da distinguersi due fasi: una prima in cui l'azione dei militanti non aveva ricevuto alcuna approvazione ufficiale e pertanto era da considerarsi un mero atto di privati, per il quale lo Stato iraniano poteva essere chiamato a rispondere solo in via indiretta, e cioè per avere violato i doveri di prevenire e successivamente di reprimere l'attività illecita di privati che possa comportare la violazione di obblighi internazionali dello Stato, e una seconda, nella quale lo Stato iraniano con dichiarazioni del proprio ministro degli esteri aveva fatte proprie le azioni in questioni, affermando che esse avrebbero trovato giustificazione a titolo di contromisure per pretesi illeciti, in termini di ingerenza negli affari interni iraniani, che il governo iraniano intendeva imputare agli Stati Uniti.

    • Corte internazionale di giustizia, sent. 27 giugno 1986, Attività militari e paramilitari degli Stati Uniti in Nicaragua e contro il Nicaragua

      La sentenza, tra gli altri profili, tratta anche dell'elemento soggettivo dell'illecito internazionale, con specifico riferimento alla questione dell'imputabilità agli Stati Uniti degli atti posti in essere nel territorio del Nicaragua da una parte dai c. d. UCLAs (Unilaterally Controlled Latino Assets), i quali erano sostanzialmente dei mercenari reclutati dagli Stati Uniti per l'esecuzione di determinate operazioni militari in Nicaragua e, dall'altra, dai Contras, i quali erano invece dei ribelli anti-sandinisti nicaraguensi, i quali avevano posto in essere attività paramilitari di guerriglia contro il governo nicaraguense. Se con riferimento ai primi non pareva discutibile che essi, in quanto reclutati espressamente dagli Stati Uniti per l'esecuzione delle operazioni, agissero sotto il diretto controllo degli Stati Uniti ai quali erano conseguentemente imputabili gli illeciti commessi, relativamente ai secondi la sussistenza dell'elemento soggettivo dell'illecito appariva più controversa, in quanto, se era certo che Gli Stati Uniti avessero finanziato, equipaggiato ed addestrato i Contras, non altrettanto chiara era la sussistenza di un effettivo controllo degli Stati Uniti sulle operazioni poste in essere da questi ultimi.

    • Tribunale penale internazionale per l'ex Jugoslavia (Camera d'appello), sent. 15 luglio 1999, Tadic

      La sentenza della Camera d'appello del Tribunale per l'ex Jugoslavia si sofferma sull'imputazione delle attività armate svoltesi sul territorio dell'ex Jugoslavia dopo il 19 maggio 1992, data nella quale l'esercito popolare jugoslavo si è ritirato dalla Bosnia-Erzegovina, al fine dell'applicazione dell'art. 2 dello Statuto del Tribunale. La norma prevede infatti, come presupposto per la ricorrenza di una violazione grave delle Convenzioni di Ginevra di diritto umanitario del 1949 per i fini da essa contemplati, che si sia in presenza di un conflitto internazionale. A tal fine, la Camera d'appello ha affermato che il carattere internazionale del conflitto può derivare non solo dal coinvolgimento diretto di un altro Stato con proprie truppe regolari, bensì anche dalla partecipazione ad un conflitto armato interno allo Stato territoriale di forze che agiscano per conto di un altro Stato. La sentenza fa riferimento in proposito da una parte ai criteri enunciati nell'art. 4 della Terza Convenzione di Ginevra del 1949 e dall'altra al criterio del controllo da parte di un altro Stato adottato dalla Corte internazionale di giustizia nel caso delle Attività militari e paramilitari in Nicaragua (v. in questa stessa cartella). A quest'ultimo riguardo, la Camera d'appello osserva che il grado di controllo delle forze armate intervenute nel conflitto da parte di un altro Stato può variare a seconda delle circostanze di fatto di ciascun caso, ritenendo che alla luce delle circostanze del caso di specie si dovesse fare riferimento al criterio del controllo complessivo, che non può limitarsi al finanziamento ed equipaggiamento delle forze in questione, bensì richiede la partecipazione dello Stato in questione alla preparazione ed alla supervisione delle operazioni militari, senza, pur sempre, richiedere che tale controllo si manifesti capillarmente nell'emanazione di specifici ordini od istruzioni relativamente alle singole azioni, ed indipendentemente dalla contrarietà o meno di tali azioni alle norme del diritto internazionale umanitario.

    • Corte internazionale di giustizia, sent. 26 febbraio 2007, Bosnia-Erzegovina c. Serbia e Montenegro, Applicazione della Convenzione per la prevenzione e repressione del crimine di genocidio

      La sentenza affronta la problematica dell'elemento soggettivo dell'illecito internazionale, con riferimento all'imputabilità alla Serbia del massacro di Srebrenica del 1995, che la Corte stessa ha qualificato alla stregua di un genocidio ai sensi della Convenzione del 1948 relativa alla prevenzione e repressione di tale crimine. Nella specie, si trattava di accertare se gli esecutori materiali del massacro, pur non essendo organi de iure della Serbia, nondimeno potessero considerarsi alla stregua di organi de facto di quest'ultima. A tal fine, la Corte, richiamandosi anche alla precedente sentenza del 1986 relativa alle Attività militari e paramilitari in Nicaragua (v.), ha affermato che affinché soggetti non facenti parte dell'apparato organizzativo di uno Stato possano nondimeno considerarsi alla stregua di organi di fatto dello stesso, è necessario che essi agiscano in completa dipendenza dallo Stato stesso, senza godere di alcun margine di autonomia nella condotta delle azioni rilevanti. Nella specie, la Corte ha ritenuto che gli esecutori materiali del massacro non potessero dirsi operare in completa dipendenza dalla Serbia, nonostante il notevole sostegno ricevuto da quest'ultima nello svolgimento delle proprie azioni.

  •  La responsabilità internazionale degli Stati. In particolare: l'elemento oggettivo dell'illecito internazionale e le circostanze escludenti l'illiceità

     

    • Sentenza arbitrale del 30 aprile 1990, Nuova Zelanda c. Francia (caso del Rainbow Warrior)

      La sentenza tratta delle cause di esclusione dell'illiceità, vale a dire di quelle circostanze la cui sussistenza è suscettibile di far venir meno l'elemento oggettivo dell'illecito internazionale, costituito dall'antigiuridicità della condotta. In particolare, oggetto della sentenza era la sussistenza di circostanze atte a giustificare la violazione da parte della Francia degli obblighi previsti in un accordo bilaterale con la Nuova Zelanda nel quale erano state individuate le misure da prendersi da parte della Francia a titolo di riparazione per l'illecito costituito dal sabotaggio della nave Rainbow Warrior, di proprietà dell'associazione Greenpeace, nel porto di Auckland in Nuova Zelanda in relazione allo svolgimento degli esperimenti nucleari francesi nell'atollo di Mururoa. In particolare, contestandosi alla Francia un inadempimento all'obbligo di mantenere al confino in un atollo del Pacifico i due agenti francesi esecutori materiali dell'atto, si discuteva se le ragioni di salute addotte dalla Francia per giustificare il rimpatrio anticipato dei due agenti potessero integrare una delle cause di esclusione dell'illiceità contemplate dal Progetto di articoli sulla responsabilità internazionale degli Stati (v. tra i testi normativi di riferimento generale). Il Tribunale arbitrale, escluso che le circostanze addotte dalla Francia potessero qualificarsi in termini di forza maggiore, mancando all'evidenza il requisito della presenza di una forza irresistibile ed anche quello dell'impossibilità assoluta di adempire all'obbligo violato, ed ugualmente che potesse ricorrere lo stato di necessità, non essendo in pericolo nella specie un interesse vitale dello Stato nel suo insieme, ha ammesso invece la tendenziale configurabilità nella specie dell'estremo pericolo, per essere in pericolo se non già la vita quantomeno l'integrità fisica dell'organo dello Stato. Il Tribunale arbitrale ha nondimeno affermato che l'invocabilità dell'estremo pericolo come causa escludente l'illiceità del rimpatrio anticipato dei due agenti era da ritenersi subordinata da una parte al riconoscimento della gravità delle circostanze di carattere medico ad opera della controparte, e, dall'altra, al ristabilimento della situazione originaria, con la riconduzione dei due agenti al confino una volta cessate le esigenze, e all'esistenza di uno sforzo condotto in buona fede allo scopo di ottenere il consenso della controparte alla sospensione temporanea dell'esecuzione dell'obbligo violato.

    • Corte internazionale di giustizia, sent. 25 settembre 1997, Ungheria c. Slovacchia, Progetto Gabcikovo-Nagymaros (dighe sul Danubio)

      La sentenza, tra gli altri profili, si sofferma sullo stato di necessità come causa di esclusione dell'illiceità, con riferimento alla sua invocabilità da parte dell'Ungheria come giustificazione per la decisione di sospendere unilateralmente l'esecuzione dei lavori relativi alla realizzazione del progetto di deviazione e sfruttamento delle acque del fiume Danubio a seguito della variante unilateralmente adottata dalla Slovacchia. Nella specie, l'Ungheria invocava lo stato di necessità a giustificazione della propria decisione di sospendere i lavori asserendo che la variante adottata dalla Slovacchia fosse suscettibile di causare un grave pregiudizio all'ambiente ungherese. La Corte, pur riconoscendo, con riferimento anche al proprio Parere sulla Liceità dell'impiego delle armi nucleari, l'importanza dell'ambiente non già unicamente per gli Stati bensì anche per il genere umano nel suo insieme, nondimeno ha ravvisato la mancanza nella specie di un pericolo di carattere grave e imminente per l'ambiente stesso derivante dalla variante apportata al progetto dalla Slovacchia, essendo il pericolo in realtà meramente paventato, ed anche la mancata dimostrazione da parte dell'Ungheria dell'assenza di mezzi diversi da quelli utilizzati per fare fronte al pericolo stesso, requisiti i quali formano parte integrante dello stato di necessità come causa di esclusione dell'illiceità.

    • Corte internazionale di giustizia, parere 8 luglio 1996, Liceità della minaccia o dell'impiego di armi nucleari

      Il parere della Corte internazionale di giustizia si sofferma sulla portata della legittima difesa come causa di esclusione dell'antigiuridicità, suscettibile di operare come eccezione alla regola generale del divieto dell'uso della forza nelle relazioni internazionali, come riconosciuto nell'art. 51 della Carta delle Nazioni Unite. La Corte osserva che la minaccia e l'impiego delle armi nucleari non formano oggetto di una specifica proibizione nell'ambito della Carta, la liceità di tale minaccia o impiego dovendo pertanto soggiacere ai criteri generali insiti nell'istituto della legittima difesa, con particolare riguardo alla necessità e proporzionalità della reazione, ed al rispetto dei principi e delle regole del diritto internazionale umanitario, avendo particolare riguardo al carattere indiscriminato delle conseguenze suscettibili di derivare dall'impiego di tali armi, le quali per loro natura si prestano a causare effetti devastanti su di una scala molto vasta, colpendo al tempo stesso obiettivi militari e civili.

    • Corte internazionale di giustizia, parere 9 luglio 2004, Conseguenze giuridiche della costruzione del muro nei Territori palestinesi occupati

      Il parere della Corte internazionale di giustizia, prima di addentrarsi ad esaminare le conseguenze della costruzione del muro nei Territori palestinesi da parte di Israele, si è innanzitutto soffermata sulla liceità della costruzione stessa dal punto di vista del diritto internazionale. Ritenendo che la costruzione del muro secondo il tracciato prescelto da Israele comportasse una violazione del principio di autodeterminazione dei popoli e del divieto di annessione con la forza di territori altrui, oltre ad altre violazioni relative ai diritti umani ed alle norme di diritto internazionale umanitario, la Corte ha affrontato la questione dell'invocabilità di cause di esclusione dell'illiceità. In proposito, la Corte ha escluso la sussistenza della necessità militare, non essendo provato che il tracciato prescelto fosse imposto da ragion di carattere militare. Ha escluso inoltre l'invocabilità della legittima difesa, a motivo del fatto che gli attacchi militari subiti da Israele non provenivano da una forza esterna, come è necessario al fine dell'invocazione della causa di esclusione in questione, bensì dall'interno degli stessi Territori palestinesi occupati. Infine, ha escluso l'invocabilità dello stato di necessità, causa d'esclusione dell'illiceità la quale presuppone la contestuale presenza di una serie di presupposti destinati ad applicarsi cumulativamente, non essendo in particolare provato che la costruzione del muro secondo quel particolare tracciato fosse l'unico mezzo per salvaguardare l'interesse essenziale della sicurezza dello Stato di Israele. In merito alle conseguenze derivanti dall'illecito in questione, la Corte afferma il carattere erga omnes degli obblighi violati, in quanto concernenti il rispetto del diritto all'autodeterminazione dei popoli e delle disposizioni del diritto internazionale umanitario, con la conseguenza che tutti gli Stati hanno l'obbligo di non riconoscere le conseguenze, in termini di delimitazione territoriale, derivanti dalla costruzione del muro, nonché l'obbligo di non prestare assistenza allo Stato di Israele nel mantenimento della situazione derivante dalla costruzione stessa, nonché più in generale l'obbligo di assicurare il rispetto da parte di Israele dei diritti violati (cfr. art. 41 del Progetto di articoli sulla responsabilità degli Stati).

  •  La responsabilità internazionale degli Stati. In particolare: le conseguenze dell'illecito internazionale

     

    • Sentenza arbitrale del 31 luglio 1928, Germania c. Portogallo, caso del Forte di Naulilaa

      La sentenza arbitrale tratta dei presupposti per il ricorso a contromisure armate, anteriormente all'affermazione, nella Carta delle Nazioni Unite e parallelamente nel diritto internazionale generale, della regola generale del divieto dell'uso della forza eccettuati i casi di legittima difesa (cfr. art. 2, par. 4 e art. 51, Carta delle Nazioni Unite; art. 21, Progetto di articoli sulla responsabilità degli Stati). Nella specie, con riferimento ad un attacco armato sferrato dalla Germania, che al tempo della Prima guerra mondiale esercitava il dominio coloniale sul Sud-ovest africano (odierna Namibia) contro l'Angola (al tempo colonia portoghese) con la distruzione di alcune fortificazioni ivi esistenti, la sentenza arbitrale ha ritenuto non sussistenti i presupposti per considerare l'attacco sferrato dalla Germania alla stregua di una contromisura in relazione all'uccisione di alcuni militari tedeschi da parte di militari portoghesi in Angola. Infatti, per quanto allo stato del diritto consuetudinario come a quel tempo vigente non si fosse ancora pienamente affermata una regola che stabilisse un necessario rapporto di proporzionalità tra l'illecito subito e la reazione a titolo di contromisura (cfr. attualmente art. 51, Progetto di articoli sulla responsabilità internazionale degli Stati), nondimeno nel caso di specie si era in presenza di una manifesta sproporzione della reazione rispetto all'illecito subito. Per di più, la sentenza arbitrale rilevava la presenza di violazioni di carattere procedurale, per non essere stata la reazione tedesca preceduta da alcuna intimazione allo Stato offensore (cfr. art. 52, Progetto di articoli sulla resp. int.le degli Stati).

    • Sentenza arbitrale del 9 dicembre 1978, Stati Uniti c. Francia, caso dei Servizi aerei

      La sentenza arbitrale discute dei presupposti del ricorso a contromisure di carattere pacifico, a proposito della reazione degli Stati Uniti di fronte al rifiuto della Francia di accettare determinate proposte sulla base di quanto concordato tra i due Stati in un apposito accordo sul traffico aereo. La sentenza ha affermato in proposito la necessità che le contromisure presentino un certo grado di equivalenza rispetto all'obbligo violato, precisando altresì che, quanto all'elemento della proporzionalità, essa debba essere valutata non soltanto con riferimento ai danni materiali, nella specie di carattere economico, derivanti dall'illecito, bensì anche con riferimento all'importanza delle questioni di principio sollevate. Sul piano procedurale, la sentenza arbitrale ha affermato in sostanza gli obblighi che si possono trovare enunciati nell'art. 52 del Progetto di articoli sulla responsabilità internazionale degli Stati, con particolare riferimento all'obbligo per le parti di attivarsi al fine di trovare una soluzione negoziale della controversia, ed all'obbligo di astenersi dal ricorso a contromisure pendente un procedimento di carattere arbitrale o giudiziario volto alla risoluzione della controversia, affermando nondimeno che quest'ultimo obbligo non preclude l'adozione di contromisure urgenti durante il tempo occorrente per l'attivazione del meccanismo arbitrale.

    • Corte internazionale di giustizia, sent. 27 giugno 1986, Attività militari e paramilitari degli Stati Uniti in Nicaragua e contro il Nicaragua

      La sentenza della Corte, tra gli altri profili, si sofferma sulla legittimità del ricorso a contromisure di carattere armato nel quadro delle norme di diritto internazionale consuetudinario concernenti la legittima difesa. In particolare, la Corte riafferma la legittimità di tali contromisure ove esse siano poste in essere, a titolo di autotutela individuale, dallo Stato vittima di un attacco armato, soffermandosi poi ampiamente invece sui presupposti del ricorso all'autotutela collettiva, invocata nella specie dagli Stati Uniti a giustificazione del proprio intervento mediante l'invio di bande armate all'interno del territorio del Nicaragua. La Corte afferma che in linea di principio un tale intervento possa essere giustificato solo in presenza di una richiesta dello Stato individualmente leso. La Corte afferma altresì che eventuali procedure previste nel contesto di sistemi pattizi come la Carta delle Nazioni Unite, per i quali (cfr. art. 51 della Carta) il ricorso all'autotutela collettiva potrebbe essere ritenuto legittimo sulla base di un rapporto presentato ad un organo internazionale competente a stabilire la legittimità delle misure adottate, non possono applicarsi evidentemente al di fuori del sistema pattizio che un tale organo istituisca. La Corte nega infine che l'intervento degli Stati Uniti in Nicaragua possa essere giustificato a titolo di intervento umanitario, dovendo la tutela dei diritti garantiti dagli strumenti in materia di diritti umani essere subordinata agli organi di controllo istituiti dalla stesse fonti pattizie in materia.

    • Corte internazionale di giustizia, sent. 15 febbraio 1970, Belgio c. Spagna, caso Barcelona Traction

      La sentenza, relativa all'identificazione dello Stato legittimato ad intervenire in protezione diplomatica nell'ipotesi in cui il soggetto leso nel godimento dei diritti che gli Stati sono tenuti a garantire agli stranieri sia una persona giuridica, si sofferma incidentalmente sulla distinzione tra obblighi reciproci degli Stati, quali sono quelli che sorgono nell'ambito della protezione diplomatica tra lo Stato territoriale al quale la violazione è imputabile e lo stato nazionale del soggetto leso, ed obblighi di carattere collettivo od erga omnes, che gli Stati assumono nei confronti della Comunità internazionale nel suo insieme. Questi ultimi obblighi riguardano tutti gli Stati, nel senso che, in considerazione dell'importanza dei diritti che sorgono in corrispondenza degli obblighi erga omnes, tutti gli Stati possono essere considerati come aventi un interesse giuridico a che tali diritti ricevano tutela. La configurazione degli obblighi erga omnes tracciata per la prima volta dalla Corte internazionale di giustizia nella sentenza in esame, oltre a ricomparire in pronunce successive (cfr. anche il Parere del 2004 sulle Conseguenze della costruzione del muro nei Territori palestinesi occupati (v.)) è rintracciabile, pur dopo l'eliminazione dell'art. 19 del precedente testo del Progetto di articoli sulla responsabilità internazionale degli Stati, nell'art. 48 del testo definitivo del Progetto di articoli come approvato nel 2001.

    • Progetto di articoli sulla responsabilità internazionale degli Stati 1996, art. 19

      Si riporta il testo dell'art. 19 contenuto nella precedente versione del progetto di articoli sulla responsabilità internazionale degli Stati, approvato nel 1996, il quale enunciava la distinzione tra crimini e delitti internazionali degli Stati. Come crimini internazionali degli Stati l'art. 19 del progetto del 1996 identificava, al par. 2, quegli atti internazionalmente illeciti consistenti nella violazione da parte di uno Stato di un obbligo internazionale a tal punto essenziale per la protezione degli interessi fondamentali della comunità internazionale che la violazione di un tale obbligo è riconosciuta dalla comunità internazionale nel suo insieme come un crimine internazionale. A titolo esemplificativo, il par. 3 della norma identificava come crimini internazionali degli Stati: a) una violazione grave degli obblighi posti a protezione della pace e della sicurezza internazionale, come il crimine di aggressione; b) una violazione grave del diritto di autodeterminazione dei popoli mediante l'instaurazione o il mantenimento con la forza della dominazione coloniale; c) una violazione grave e su vasta scala degli obblighi posti a salvaguardia della dignità umana, come la pratica della schiavitù, il genocidio e l'apartheid; d) una violazione grave degli obblighi di salvaguardia e preservazione dell'ambiente umano, come l'inquinamento massiccio dell'atmosfera o dei mari. Ogni altro illecito internazionale che non fosse da considerarsi un crimine internazionale ai sensi del par. 2, costituiva invece un delitto internazionale. Si veda, ora, invece, la figura delle gravi violazioni di obblighi derivanti da norme imperative del diritto internazionale generale, alla quale è fatto riferimento negli articoli 40, 41 e 48 del testo definitivo del progetto di articoli, come approvato nel 2001 (v. il testo nella cartella relativa ai testi normativi di riferimento generale).

    • Risoluzione dell'Institut de droit international sugli obblighi erga omnes nel diritto internazionale

      L'Institut de droit international, associazione scientifica con sede a Ginevra che riunisce i più autorevoli studiosi di diritto internazionale dei diversi paesi a livello mondiale allo scopo di discutere di temi di particolare rilevanza nell'ambito del diritto internazionale, sui quali, nell'ambito delle sessioni convocate a cadenza biennale di volta in volta in un paese diverso nelle vari parti del mondo, adotta delle risoluzioni di carattere propositivo contenenti l'enunciazione dei principi e regole generali relative alla materia che ne forma oggetto, ha adottato in occasione della sessione tenutasi a Cracovia (Polonia) nel 2005 una risoluzione sul tema "Obligations erga omnes in International Law / Les obligations erga omnes en droit international". La risoluzione, oltre a contenere una definizione della nozione di obblighi erga omnes, formula alcune regole generali in ordine alle conseguenze derivanti dalla violazione di tale tipo di obblighi. Tali regole appaiono in buona parte ispirate al regime previsto dal Progetto di articoli sulla responsabilità internazionale degli Stati come adottato nel 2001 (v. nella cartella dei testi normativi di riferimento generale) relativamente alle conseguenze delle gravi violazioni di norme imperative di diritto internazionale generale (v. in particolare art. 5 della risoluzione dell'Institut de droit international, a fronte degli articoli 41 e 48 del Progetto di articoli del 2001).

    • Trattato dell'Atlantico del Nord (istitutivo della NATO - North Atlantic Treaty Organization), Washington, 4 aprile 1949, Art. 5

      L'articolo 5 del Trattato istitutivo della NATO contiene un noto esempio di clausola di autotutela collettiva tra i le Parti contraenti, in base alla quale un attacco armato subito da ciascuna di esse nell'ambito territoriale di applicazione dell'accordo (Europa o America settentrionale) sarà considerato come un attacco diretto contro tutte le Parti contraenti, con la conseguenza che nel caso in cui un tale attacco si verifichi ciascuna di esse, nell'esercizio del diritto di autotutela individuale o collettiva riconosciuto dall'art. 51 della Carta delle Nazioni Unite, assisterà la Parte o le Parti colpite dall'attacco prendendo, individualmente e d'intesa con le altre Parti, le misure necessarie, incluso l'uso della forza armata, per ristabilire e mantenere al sicurezza dell'area dell'Atlantico del Nord. Il paragrafo 2 dell'art. 5 stabilisce le condizioni procedurali inerenti all'esercizio dell'autotutela collettiva in base al par. 1, riproducendo sostanzialmente le condizioni poste dall'art. 51 della Carta ONU all'esercizio dell'autotutela da parte degli Stati.

    • Trattato sull'Unione europea (TUE), art. 42, par. 7.

      Il Trattato sull'Unione europea (TUE), nella versione come modificata dal Trattato di Lisbona, nel disciplinare all'art. 42 la politica di sicurezza e di difesa comune (PESD), prevede, al par. 7, una clausola di autotutela collettiva tra gli Stati membri dell'Unione europea che appare ispirata al modello dell'art. 5 del Trattato NATO (v. supra, in questa stessa cartella). La norma si richiama a propria volta all'art. 51 della Carta delle Nazioni Unite e stabilisce espressamente che gli impegni e la cooperazione che gli Stati membri intraprendono in questo settore devono rimanere conformi agli impegni assunti in ambito NATO, che, per gli Stati che ne sono membri, rimane il fondamento e la sede di attuazione della loro difesa collettiva.

  •  La risoluzione delle controversie internazionali: profili generali

     

    • Corte permanente di giustizia internazionale, sent. 30 agosto 1924, Grecia c. Regno Unito, Concessioni Mavrommatis in Palestina

      La sentenza, relativa all'esercizio da parte della Grecia del diritto di intervenire in protezione diplomatica a tutela dell'interesse di un proprio cittadino, Mavrommatis, nei confronti della Gran Bretagna, paese sotto il cui mandato la Palestina era stata posta, si sofferma preliminarmente sulla definizione di controversia internazionale, identificando come tale un disaccordo su di un punto di diritto o di fatto, una contraddizione, ovvero un'opposizione di tesi giuridiche o di interessi tra due parti, che concerna un rapporto disciplinato dal diritto internazionale.

    • Corte internazionale di giustizia, sent. 1° aprile 2011, Georgia c. Federazione Russa, Applicazione della Convenzione sull'eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale (eccezioni preliminari)

      La sentenza, che tratta di alcune questioni preliminari di carattere procedurale sorte relativamente ad una controversia tra la Georgia e la Federazione Russa derivante dagli illeciti commessi da quest'ultima nei territori dell'Abkhazia e dell'Ossezia del Sud, si sofferma sull'interpretazione della clausola compromissoria contenuta nell'art. 22 della Convenzione sull'eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale. La clausola compromissoria, che è una disposizione contenuta in un accordo internazionale la quale prevede la devoluzione di tutte o alcune delle controversie che potranno sorgere dall'accordo nel quale è inserita ad un arbitro o giudice internazionale, prevedeva nella specie la giurisdizione della Corte internazionale di giustizia con riferimento alle controversie concernenti l'interpretazione od applicazione della Convenzione. Al fine di accertare la propria giurisdizione in base alla clausola, la Corte si è quindi dovuta pronunciare sulla portata del termine "controversia", richiamandosi alla pronuncia della Corte permanente di giustizia internazionale relativa al caso delle Concessioni Mavrommatis in Palestina (v.)

  •  La risoluzione delle controversie internazionali: la Corte internazionale di giustizia

     

    • Dichiarazione italiana di accettazione della giurisdizione della Corte internazionale di giustizia

      La Repubblica italiana ha presentato in data 25 novembre 2014 la propria dichiarazione di accettazione della giurisdizione della Corte internazionale di giustizia ai sensi dell'art. 36, par. 2, dello Statuto della Corte internazionale di giustizia (v. infra, nella cartella relativa ai testi normativi di riferimento generale). La dichiarazione, secondo una prassi diffusa, è assortita di alcune riserve, volte ad escludere, in particolare, l'effetto retroattivo della dichiarazione, specificandosi, al par. 1, che essa produce effetto unicamente con riferimento a controversie che sorgano posteriormente alla presentazione della dichiarazione stessa e relative a fatti verificatisi successivamente a tale data. La dichiarazione fa inoltre salvi, al par. 1, (i), i casi nei quali le parti abbiano concordato di ricorrere esclusivamente ad altro mezzo di risoluzione delle controversie e, al par. 1, (ii), esclude che essa possa essere invocata da un altro Stato che abbia invece accettato la giurisdizione della Corte unicamente con riferimento alla specifica controversia, oppure con una dichiarazione avente efficacia generale ma presentata meno di dodici mesi prima del deposito della domanda presso la Corte. La Repubblica italiana si riserva inoltre, al par. 2, il diritto di integrare, modificare o ritirare le riserve apposte alla dichiarazione, od ogni altra che dovesse essere aggiunta in seguito. Nel file allegato si riporta la trascrizione del testo inglese della dichiarazione, così come riprodotta sul sito Internet della Corte internazionale di giustizia www.icj-cij.org

    • Corte internazionale di giustizia, sent. 4 dicembre 1998, Spagna c. Canada, Competenza in materia di zone di pesca

      La sentenza della Corte internazionale di giustizia, relativa ad una controversia sulla delimitazione delle zone di pesca che contrapponeva la Spagna al Canada, si sofferma in via preliminare sulla sussistenza della giurisdizione della Corte in base al meccanismo contemplato nell'art. 36, par. 2 dello Statuto della Corte stessa (v. tra i testi normativi di riferimento generale). In base alla norma in questione, la giurisdizione della Corte internazionale di giustizia può sorgere per effetto dell'incontro di due dichiarazioni rese autonomamente dagli Stati parte della controversia, ognuno dei quali abbia dichiarato di accettare di sottoporsi per il futuro alla giurisdizione della Corte in relazione alle controversie internazionali che sorgano con un altro Stato il quale abbia emesso a propria volta una dichiarazione analoga. La Corte si sofferma in particolare sull'interpretazione di tali dichiarazioni, le quali possono, come nella specie, contenere riserve o limitazioni, esaminando in particolare la misura nella quale possa farsi riferimento in proposito alle regole consuetudinarie sull'interpretazione dei trattati come codificate negli articoli 31 ss. della Convenzione di Vienna del 1969 sul diritto dei trattati (v.), tenuto conto del carattere unilaterale di tali dichiarazioni.

    • Corte internazionale di giustizia, sent. 27 giugno 2001, Germania c. Stati Uniti, caso La Grand

      La sentenza affronta la questione degli effetti delle misure di carattere provvisorio o cautelare indicate dalla Corte internazionale di giustizia ai sensi dell'art. 41 del suo Statuto (v.), con particolare riferimento all'ordinanza con la quale la Corte richiedeva agli Stati Uniti, parti della controversia introdotta nei loro confronti dalla Germania innanzi alla Corte, di adottare le misure necessarie al fine di assicurare che la sentenza di condanna alla pena di morte dell'accusato (La Grand) non venisse eseguita in pendenza della decisione della controversia nel merito da parte della Corte stessa. La Corte ha interpretato la disposizione dell'art. 41 dello Statuto della Corte internazionale di giustizia, il quale, nel prevedere il potere della Corte di indicare misure cautelari, non precisa gli effetti delle misure stesse, nel contesto dello Statuto della Corte nel suo complesso, ed in particolare dell'art. 59 dello Statuto stesso, argomentando, sulla base della funzione propria delle misure cautelari di assicurare in pendenza del giudizio la possibilità di dare attuazione alle decisioni vincolanti della Corte stessa, che esse debbano considerarsi a propria volta come provviste di efficacia vincolante.

    • Corte internazionale di giustizia, ord. 28 maggio 2009, caso Hissène Habré (Belgio c. Senegal, misure cautelari)

      L'ordinanza della Corte internazionale di giustizia si sofferma sui presupposti dell'esercizio del potere della Corte stessa di indicare misure cautelari ai sensi dell'art. 41 del suo Statuto (v.). Nel caso di specie, relativo alla domanda presentata dal Belgio nei confronti del Senegal innanzi alla Corte internazionale di giustizia con riferimento all'obbligo di 'aut dedere aut iudicare' (concedere l'estradizione ovvero intraprendere un procedimento penale) nei confronti dell'ex-presidente del Chad Hissène Habré, ritenuto responsabile di crimini internazionali, la Corte internazionale di giustizia ha negato la sussistenza dei requisiti per l'emanazione di tali misure, ritenendo, in particolare, che le misure già disposte autonomamente dal Senegal allo scopo di impedire la fuga di Habré fossero sufficienti a far venir meno il 'periculum in mora' che avrebbe giustificato l'indicazione di ulteriori misure da parte della Corte. (v. anche, quanto agli effetti delle misure cautelari indicate dalla Corte internazionale di giustizia, la sentenza della stessa Corte relativa al caso LaGrand (2001), in questa stessa cartella).

    • Corte suprema degli Stati Uniti, sent. 25 marzo 2008, Medellin c. Texas

      La sentenza della Corte suprema degli Stati Uniti tratta degli effetti delle sentenze della Corte internazionale di giustizia nell'ordinamento statunitense, con specifico riferimento alla sentenza pronunciata dalla Corte nel caso Avena, la quale aveva accertato che la condanna di quest'ultimo e di altri cittadini messicani, tra cui il ricorrente Medellin, alla pena capitale era stata emessa in violazione dell'art. 36, par. 1, lett. b) della Convenzione di Vienna sulle relazioni consolari del 1963. La Corte suprema ha affermato che le sentenze della Corte internazionale di giustizia emesse nei confronti degli Stati Uniti, pur vincolanti nei confronti dello Stato in quanto parte della controversia ai sensi dell'art. 59 dello Statuto della Corte (v.) e dell'art. 94, par. 1, dello Statuto delle Nazioni Unite (v.), nondimeno non presentano il carattere di norme self-executing, atte ad essere direttamente applicate nei confronti di soggetti privati all'interno dell'ordinamento statale in assenza di un atto interno di attuazione.

    • Legge 14 gennaio 2013, n. 5, Adesione della Repubblica italiana alla Convenzione delle Nazioni Unite sulle immunità giurisdizionali degli Stati e dei loro beni, nonché norme di adeguamento dell'ordinamento interno, art. 3

      La disposizione dell'art. 3 della legge n. 5/2013, la quale si inserisce accidentalmente nella legge che contiene l'autorizzazione alla ratifica e l'ordine di esecuzione della Convenzione delle Nazioni Unite sulle immunità giurisdizionali degli Stati e dei loro beni, provvede all'adattamento del diritto interno non già alla Convenzione in questione, per il quale è sufficiente l'adattamento mediante procedimento speciale o per rinvio realizzato mediante l'ordine di esecuzione, bensì alla sentenza della Corte internazionale di giustizia del 3 febbraio 2012 relativa alla controversia Germania c. Italia, concernente l'immunità giurisdizionale della Germania relativamente alle azioni risarcitorie promosse innanzi ai giudici italiani per i danni derivanti dai crimini commessi dalla forze armate tedesche in territorio italiano durante la Seconda guerra mondiale. A questo proposito, la norma intende superare l'ostacolo all'attuazione della sentenza della Corte internazionale di giustizia rappresentato dall'efficacia di cosa giudicata acquisita dalle sentenze con le quali la Corte di cassazione, negando l'immunità giurisdizionale della Germania in relazione a tali azioni (v. supra, sentenze riportate nella cartella relativa alle immunità giurisdizionali degli Stati esteri), aveva affermato l'esistenza della giurisdizione italiana a conoscere delle domande risarcitorie. La disposizione, pur discutibile per la fin troppo evidente riconducibilità alla fattispecie concreta dietro gli apparenti termini generali in cui è formulata, si proponeva di superare le incertezze nelle quali si erano imbattuti i giudici che avevano dovuto pronunciarsi nel merito di tali domande successivamente all'emanazione della sentenza della Corte. Come già si è avuto modo di osservare, la disposizione in questione è stata dichiarata costituzionalmente illegittima dalla Corte costituzionale, con la sentenza n. 238/2014, sulla quale ci si è soffermati a proposito dell'adattamento dell'ordinamento italiano al diritto internazionale generale (v. il testo della sentenza nella cartella relativa a quest'ultimo argomento).

    • Corte internazionale di giustizia, parere 8 luglio 1996, Liceità della minaccia o dell'impiego di armi nucleari (su richiesta dell'OMS)

      Il parere, emanato nella stessa data del parere parallelo sulla medesima questione richiesto dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite (v. nella cartella relativa all'elemento oggettivo dell'illecito internazionale e alle cause di esclusione dell'antigiuridicità) , si sofferma sui presupposti della ricevibilità di una richiesta di parere che provenga, anziché dall'Assemblea generale o dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che, ai sensi dell'art. 96, par. 1 della Carta ONU, possono richiedere il parere della CIG su qualsiasi questione di diritto internazionale, da altri organi dell'Organizzazione ovvero da istituti specializzati (come, nella specie, l'Organizzazione mondiale della sanità) che siano a ciò autorizzati dall'Assemblea generale. In quest'ultimo caso, l'art. 96, par. 2 della Carta prevede che la richiesta di parere possa riguardare solamente questioni giuridiche che sorgano nell'ambito di attività dello specifico organo o istituto specializzato richiedente, requisito che, nel caso di specie, la Corte internazionale di giustizia ha ritenuto non soddisfatto.

  •  La risoluzione delle controversie internazionali: il Tribunale internazionale del diritto del mare

     

  •  La risoluzione delle controversie internazionali: il sistema di risoluzione delle controversie dell'Organizzazione mondiale del commercio

     

  •  I sistemi di tutela internazionale dei diritti umani. In particolare: il Comitato dei diritti umani delle Nazioni Unite

     

  •  I sistemi di tutela internazionale dei diritti umani. In particolare: la Corte europea dei diritti dell'uomo

     

    • Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (Roma, 4 novembre 1950)

      Si vedano, in particolare, gli articoli 34 ss. della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (Roma, 4 novembre 1950), relativi ai ricorsi individuali innanzi alla Corte europea dei diritti dell'uomo.

    • Corte europea dei diritti umani, decisione 16 dicembre 2008, Ada Rossi c. Italia (ricevibilità)

      La decisione della Corte europea riguarda il profilo della ricevibilità dei ricorsi individuali alla Corte europea dei diritti dell'uomo, alla luce dei requisiti posti dagli articoli 34 e 35 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, con particolare riferimento alla qualità di vittima della violazione di un diritto tutelato dalla Convenzione, ai sensi dell'art. 34. La decisione esclude la sussistenza della qualità di vittima in una serie di ricorrenti, individui ed associazioni, che avevano presentato ricorso alla Corte europea a seguito della decisione, divenuta definitiva, con la quale la Corte d'appello di Milano, pronunciando su rinvio dalla Corte di cassazione, aveva autorizzato l'interruzione dei trattamenti sanitari che tenevano in vita Eluana Englaro. I ricorrenti reclamavano che l'adozione di tale decisione potesse ledere il diritto alla vita di altri soggetti in condizioni analoghe, dei quali agivano come rappresentanti. La Corte europea ha negato che i ricorrenti potessero considerarsi vittime della violazione lamentata, dal momento che esse non presentavano alcun collegamento con Eluana Englaro e che la decisione presa dalla Corte d'appello di Milano era strettamente basata sulle circostanze specifiche del caso di specie, e non si prestava ad essere estesa a fattispecie asseritamente analoghe di mantenimento in vita di persone in stato vegetativo.

    • Corte europea dei diritti umani, sent. 28 febbraio 2008, Saadi c. Italia

      La sentenza della Corte europea dei diritti umani riguarda gli effetti delle misure di carattere provvisorio o cautelare che la Corte europea dei diritti umani può disporre ai sensi dell'art. 39 del suo Regolamento. Benché né la Convenzione europea, che non contempla tali misure, né il Regolamento della Corte, disciplinino espressamente gli effetti di tali misure, la Corte europea ha affermato che queste debbano considerarsi vincolanti per lo Stato contraente parte del procedimento nei confronti del quale esse siano disposte, dal momento che esse sono volte a garantire in pendenza del giudizio sul merito della violazione lamentata l'effettività della tutela dei diritti garantiti dalla Convenzione. Nella specie, la Corte ha ritenuto che il carattere vincolante di tale misure si imponga in particolar modo laddove esse abbiano per scopo di tutelare l'individuo dal rischio concreto di andare soggetto a trattamenti inumani e degradanti vietati dall'art. 3 della Convenzione, come nel caso in cui, come nella specie, la misura cautelare consista nella sospensione dell'esecuzione di un ordine di espulsione di un immigrato irregolare, il quale rischierebbe di essere ricondotto nel suo paese d'origine o comunque in un paese dove avrebbe fondata ragione di temere di andare soggetto a trattamenti di tale genere.

    • Corte di cassazione, sent. 3 ottobre 2006, n. 32678, Somogyi

      La sentenza della Corte di cassazione italiana tratta degli effetti delle sentenze della Corte europea dei diritti dell'uomo nell'ordinamento italiano, con riferimento all'art. 46 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo (v. il testo in questa stessa cartella), che afferma l'obbligo per gli Stati contraenti della Convenzione che siano parti della controversia innanzi alla Corte di conformarvisi. La Cassazione afferma, superando un precedente orientamento sfavorevole, che il giudice nazionale è tenuto a conformarsi alla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo per quanto attiene alla tutela dei diritti umani come garantiti dalla Convenzione europea, e ciò anche qualora tale obbligo comporti la necessità di prevedere il riesame di sentenze passate in giudicato, ovvero la riapertura di procedimenti penali. Nella stessa prospettiva si è posta più recentemente la Corte costituzionale, la quale, con sent. 7 aprile 2011, n. 113, Dorigo, ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'art. 630 cod. proc. pen. nella parte in cui non prevede, tra i casi di revisione, il caso in cui la riapertura del processo sia resa necessaria, in base all'art. 46, par. 1, della Convenzione europea, per conformarsi ad una sentenza definitiva della Corte europea dei diritti dell'uomo.

  •  I sistemi di tutela internazionale dei diritti umani. In particolare: la Commissione e la Corte interamericana dei diritti umani

     

  •  I sistemi di tutela internazionale dei diritti umani. In particolare: la Commissione e la Corte africana dei diritti dell'uomo e dei popoli

     

  •  I tribunali penali internazionali

     

    • Tribunale penale internazionale (Norimberga), sent. 1° ottobre 1946

      Il Tribunale penale internazionale, istituito con l'Accordo di Londra dell'8 agosto 1945 tra le potenze vincitrici del Secondo conflitto mondiale, era competente a giudicare i responsabili dei crimini definiti nell'art. 6 dello Statuto allegato all'Accordo stesso quali crimini di guerra, crimini contro la pace e crimini contro l'umanità. La sentenza del Tribunale, emessa il 1° ottobre 1946, affermò in via preliminare che le disposizioni dello Statuto che individuavano i crimini rientranti nella competenza del Tribunale erano da considerarsi ricognitive del diritto internazionale consuetudinario vigente al tempo dell'inizio del conflitto, quale già si poteva trovare codificato in precedenti accordi, come la Convenzione dell'Aja del 1907 concernente le leggi e gli usi della guerra terrestre. Pertanto, l'istituzione del Tribunale e le disposizioni del Suo statuto non violavano il principio per il quale "nullum crimen sine lege, nulla poena sine lege".

    • Statuto del Tribunale penale internazionale per l'ex-Jugoslavia

      Il Tribunale internazionale per i crimini commessi nel territorio dell'ex-Jugoslavia è stato istituito dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite con la risoluzione n. 827 del 25 maggio 1993. Come previsto dall'art. 1 dello Statuto, il Tribunale è competente a perseguire le persone responsabili di gravi violazioni del diritto internazionale umanitario commesse nel territorio dell’ex-Jugoslavia dal 1991. Ai sensi dell'art. 9 dello Statuto, la giurisdizione del Tribunale penale internazionale prevale su quella dei giudici statali.

    • Statuto del Tribunale penale internazionale per il Ruanda

      Il Tribunale penale internazionale per i crimini commessi nel territorio del Ruanda è stato istituito dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite con risoluzione n. 955 dell'8 novembre 1994. In base all'art. 1 dello Statuto, il tribunale ha competenza a perseguire le persone responsabili di violazioni gravi del diritto internazionale umanitario commesse nel territorio del Ruanda ed i cittadini ruandesi responsabili delle medesime violazioni compiute nel territorio degli Stati vicini tra il 1° gennaio ed il 31 dicembre 1994. Analogamente al Tribunale penale internazionale per l'ex-Jugoslavia (v.), la giurisdizione del tribunale prevale su quella dei giudici statali.

    • Statuto della Corte penale internazionale (Roma, 17 luglio 1998)

      La Corte penale internazionale, istituita con un accordo internazionale aperto alla firma a Roma il 17 luglio 1998 che ne contiene lo Statuto, in base al suo art. 5 giudica dei crimini di genocidio, dei crimini di guerra, dei crimini contro l'umanità e del crimine di aggressione. Relativamente a quest'ultimo crimine, lo Statuto è stato modificato con l'inserimento di un'apposita definizione nell'art. 8-bis in occasione della Conferenza di revisione tenutasi a Kampala, con risoluzione n. 6 dell'11 giugno 2010. Diversamente dai Tribunali penali internazionali per l'ex-Jugoslavia (v.) e per il Ruanda (v.), la Corte penale internazionale presenta carattere complementare rispetto alle giurisdizioni nazionali.