Diritto internazionale

  • A.A. 2017/2018
  • CFU 12
  • Ore 60
  • Classe di laurea LMG/01
Fabrizio Marongiu Buonaiuti / Professore di ruolo - I fascia / Diritto internazionale (IUS/13)
Dipartimento di Giurisprudenza
Prerequisiti

Gli studenti dovranno avere superato l'esame di Diritto costituzionale. Per la comunanza di diversi
profili, è inoltre consigliato l'aver superato l'esame, o quantomeno seguito il corso, o comunque
studiato, il Diritto dell'Unione europea.

Obiettivi del corso

Il Corso ha per obiettivo di assicurare l'acquisizione da parte degli studenti delle conoscenze di
metodo e di contenuto proprie dell'ordinamento giuridico internazionale, affrontando le principali
problematiche che si pongono al suo interno, tanto nella loro dimensione teorica quanto negli
sviluppi della prassi.

Il Corso mira a sviluppare negli studenti un'adeguata capacità di comprensione delle peculiarità
dell'ordinamento giuridico internazionale, consentendo ad essi di affrontare con padronanza le
problematiche di inquadramento sistematico, di interpretazione del dato normativo, di analisi
casistica, di qualificazione giuridica e di valutazione che si pongono al suo interno. Esso intende in
questo modo contribuire a formare dei giuristi muniti della capacità di muoversi con sicurezza in
un contesto giuridico che trascende sempre più i confini nazionali e in cui diversi livelli di fonti
normative possono coesistere e sovrapporsi.


Programma del corso

Il Corso affronterà principalmente i seguenti temi:

1. I soggetti del diritto internazionale: gli Stati; le organizzazioni internazionali; la
soggettività internazionale dell'individuo;

2. Le fonti del diritto internazionale: la consuetudine; i principi generali di diritto; i
trattati; gli atti delle organizzazioni internazionali;

3. L'adattamento del diritto statale al diritto internazionale, generale e particolare, e i limiti
derivanti dall'esigenza di salvaguardare i principi fondamentali dell'ordinamento giuridico statale;

4. La sovranità degli Stati e i suoi limiti, con particolare riferimento alle immunità giurisdizionali
degli Stati esteri e dei loro organi;

5. La tutela dei diritti umani e i crimini internazionali;

6. Il divieto dell'uso della forza e le sue eccezioni;

7. La responsabilità internazionale;

8. La risoluzione delle controversie internazionali.

Programma d'esame:

Studenti non frequentanti:

C. FOCARELLI, Diritto internazionale, Terza edizione, Padova, Wolters Kluwer-CEDAM, 2015,
Parte I (tutta); Parte II (Capitoli IV, V, VII),
Parte III (tutta).

Si consiglia inoltre la consultazione della prassi citata nel manuale, raccolta nei
volumi:

C. FOCARELLI, Diritto internazionale, vol. II - Prassi (2008-2012), Padova, CEDAM,
2012;

e, per la prassi precedente,

C. FOCARELLI, Lezioni di Diritto internazionale, vol. II - Prassi, Padova, CEDAM,
2008.

Gli studenti dovranno in ogni caso consultare la Carta delle Nazioni Unite, la
Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati; le disposizioni pertinenti della
Costituzione italiana; il Progetto di articoli sulla responsabilità degli Stati e lo
Statuto della Corte internazionale di giustizia. I relativi testi saranno inseriti tra i
materiali didattici del Corso sulla pagina web del docente.


Per gli studenti frequentanti:

Gli studenti che frequenteranno regolarmente il Corso potranno studiare sugli
appunti delle lezioni, integrati dai materiali indicati dal docente e inseriti, di regola,
tra i materiali didattici del Corso sulla pagina web del docente.

Dovranno in ogni caso consultare i testi normativi sopra indicati.




Testi (A)dottati, (C)onsigliati
  • 1.  (A) C. Focarelli Diritto internazionale, Terza edizione Wolters Kluwer-CEDAM, Padova, 2015 » Pagine/Capitoli: Programma per 12 CFU: Parte I (tutta), Parte II (Capitoli IV, V, VII), Parte III (tutta). - Programma per 10 CFU: Parte I (tutta); Parte II (Capitoli IV e VII); Parte III (tutta); Programma per 8 CFU: Parte I (tutta); Parte II (solo capitolo IV); Parte II
  • 2.  (C) C. Focarelli Diritto internazionale, Vol. II - Prassi (2008-2012) CEDAM, Padova, 2012 » Pagine/Capitoli: Prassi pertinente alle parti del programma indicate relativamente al primo volume, per la fascia di CFU corrispondente.
  • 3.  (C) C. Focarelli Lezioni di Diritto internazionale, vol. II - Prassi CEDAM, Padova, 2008 » Pagine/Capitoli: Prassi pertinente alle parti del programma indicate relativamente al primo volume, per la fascia di CFU corrispondente.
Altre informazioni / materiali aggiuntivi

Gli studenti regolarmente frequentanti il Corso potranno preparare l'esame sugli appunti delle lezioni, integrati dai materiali (fonti normative, prassi, articoli di dottrina) di volta in volta indicati dal docente. Tali materiali saranno, di regola, inseriti tra i materiali didattici del Corso sulla pagina web del docente.

Gli studenti, frequentanti e non, dovranno in ogni caso consultare i testi della Carta delle Nazioni Unite, della Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati, delle disposizioni pertinenti della Costituzione italiana, del Progetto di articoli sulla responsabilità degli Stati e dello Statuto della Corte internazionale di giustizia. I relativi testi saranno inseriti tra i materiali didattici sulla pagina web del docente.

Metodi didattici
  • Lezioni frontali, integrate da esercitazioni su casi pratici. Nell'ambito del Corso, particolare
    attenzione verrà dedicata all'esame delle fonti normative pertinenti, la cui consultazione costituisce
    uno strumento indispensabile per l'acquisizione di un'adeguata conoscenza dei dati normativi,
    nonché alla discussione della prassi. A tal fine, il docente inserirà sulla pagina web del Corso una
    serie di materiali, in prevalenza tratti dalla giurisprudenza internazionale, che di volta in volta
    formeranno oggetto d'esame e di discussione nel corso delle lezioni, al fine di sviluppare negli
    studenti adeguate capacità interpretative, di analisi casistica, di qualificazione giuridica, di
    comprensione e valutazione, indispensabili per affrontare i problemi di inquadramento sistematico e
    di traduzione empirica del diritto che si pongono con riferimento alla materia.
Modalità di valutazione
  • Esame scritto e orale, con possibilità di una verifica intermedia scritta riservata agli studenti
    frequentanti il Corso.
    La prova scritta comporterà domande a risposta aperta, sugli argomenti trattati nel Corso (per i
    frequentanti) ovvero nel programma d'esame.
    La verifica intermedia scritta, riservata ai frequentanti, comporterà ugualmente domande a risposta
    aperta, sugli argomenti trattati nel Corso fino al momento della verifica. Gli studenti che la
    supereranno sosterranno la prova finale scritta solamente sugli argomenti che verranno trattati nel
    Corso dopo lo svolgimento della verifica intermedia.
    La prova orale, che presuppone il superamento della prova scritta, potrà comportare una domanda
    di ulteriore verifica sugli argomenti trattati nel Corso ovvero nel programma d'esame.
Lingue, oltre all'italiano, che possono essere utilizzate per l'attività didattica

Inglese, Francese (relativamente alle fonti normative ed alla prassi non disponibile in lingua italiana)

Lingue, oltre all'italiano, che si intende utilizzare per la valutazione

Inglese. Francese (per gli studenti stranieri che ne facciano richiesta)

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Calendario
 Notizie
  Materiali didattici
  • Risultati prove parziali riservate ai frequentanti

    Gli studenti che hanno superato entrambe le prove (ovvero la sola prova finale con elaborato completo su quattro domande) potranno presentarsi all'appello d'esami previsto per domattina 19 dicembre 2017, ore 9,30, per sostenere un'eventuale domanda orale integrativa ovvero accettare o rifiutare il voto risultante dalla media delle due prove, come indicato nell'ultima colonna a destra dell'elenco. Gli studenti risultati insufficienti nell'ultima prova del 12 dicembre scorso dovranno ripresentarsi in uno degli appelli successivi del corrente anno accademico per ripetere tale parte della prova, potendo conservare l'esito positivo del primo parziale, salvo intendano ripetere l'intera prova per conseguire una votazione più elevata. Gli elaborati della prova del 12 dicembre scorso potranno essere visionati durante il ricevimento studenti, mercoledì 20 dicembre, dalle 9,30 alle 11,00, nell'ufficio del docente.

  •  Testi normativi di riferimento generale

    Si riportano in questa cartella i principali testi normativi di riferimento per lo studio della materia, destinati tanto agli studenti frequentanti quanto ai non frequentanti.

    • Costituzione della Repubblica italiana

      Si raccomanda in particolare lo studio delle disposizioni degli articoli 10, 11, 80, 87, 89 e 117.

    • Statuto dell'Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU)

      Noto anche come Carta delle Nazioni Unite, firmato a San Francisco il 26 giugno 1945 ed entrato in vigore il 24 ottobre 1945.

    • Statuto della Corte internazionale di giustizia

      Lo Statuto della Corte internazionale di giustizia è allegato allo Statuto dell'Organizzazione delle Nazioni unite e ne costituisce parte integrante. Ha per scopo di disciplinare l'organizzazione ed il funzionamento della Corte stessa.

    • Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati

      Aperta alla firma a Vienna il 23 maggio 1969, in vigore per 114 Stati, compresa l'Italia, dal 27 gennaio 1980, costituisce il risultato di una prolungata opera di codificazione delle norme di diritto internazionale consuetudinario in materia.

    • Progetto di articoli sulla responsabilità internazionale degli Stati

      Adottato nel 2001 dalla Commissione del diritto internazionale delle Nazioni Unite, benché non tradottosi in una convenzione internazionale e pertanto sprovvisto di carattere giuridicamente vincolante, costituisce il risultato di un'ampia e prolungata opera di codificazione delle norme di diritto internazionale consuetudinario in materia.

  •  Caratteristiche proprie dell'ordinamento internazionale

     

    • Tribunale internazionale per il diritto del mare, ordinanza 24 agosto 2015, Incidente dell'"Enrica Lexie" (Italia c. India)

      L'ordinanza del Tribunale internazionale per il diritto del mare, che si riporta nel testo originale in lingua inglese, riguarda la richiesta di misure cautelari presentata dall'Italia nella controversia contro l'India relativamente all'incidente della nave "Enrica Lexie", che vede coinvolti due fucilieri di marina italiani imbarcati su di una nave mercantile battente bandiera italiana nell'ambito dell'azione di contrasto alla pirateria, accusati di avere ucciso due pescatori indiani a bordo di un peschereccio battente bandiera indiana. Il caso, nelle sue circostanze e nella problematica giuridica che solleva, è particolarmente indicativo delle peculiarità dell'ordinamento internazionale e dei suoi intrinseci limiti.

    • Corte permanente d'arbitrato, caso n. 2015-28, pendente dinanzi a un tribunale arbitrale costituito in base all'allegato VII della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, Italia c. India, Incidente dell'"Enrica Lexie"

      Il tribunale arbitrale, costituito ai sensi dell'allegato VII della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare al fine di pronunciarsi sul merito della controversia internazionale tra Italia e India concernente l'incidente dell'Enrica Lexie, ha adottato il 29 aprile 2016 un'ordinanza sulla richiesta di misure cautelari presentata dall'Italia. Il tribunale arbitrale ha modificato in parte le misure cautelari precedentemente disposte, in pendenza della costituzione del tribunale arbitrale, dal Tribunale internazionale per il diritto del mare nell'ordinanza sopra riportata. In particolare, il tribunale arbitrale ha disposto in via cautelare una mitigazione (relaxation) delle condizioni di custodia del sergente Girone, autorizzandolo a rientrare in Italia fino alla conclusione del giudizio arbitrale sul merito, stabilendo nondimeno che il medesimo debba restare fino a tale momento sotto la giurisdizione della Corte suprema indiana, e confermando l'obbligo dell'Italia di far ritornare l'interessato in India nel caso in cui il tribunale arbitrale nella propria pronuncia sul merito dovesse affermare l'esistenza della giurisdizione indiana sull'incidente dell'Enrica Lexie. Al fine di garantire l'ottemperanza da parte di entrambe le parti alle misure disposte nell'ordinanza, il tribunale arbitrale ha posto in capo alle parti l'obbligo di presentare rapporti sull'osservanza di tali misure, autorizzando il presidente del tribunale arbitrale a rivolgere richieste di informazioni alle parti stesse in caso di mancata presentazione di tali rapporti entro tre mesi dalla data dell'ordinanza ovvero alle scadenze successive che il presidente del tribunale arbitrale potrà fissare.

  •  Caratteri generali della comunità internazionale

    Materiali relativi alla definizione delle caratteristiche generali della comunità internazionale, riferiti alla parte introduttiva del corso

  •  I soggetti del diritto internazionale: in particolare, gli Stati.

    In questa cartella si raccolgono in sintesi i principali casi della prassi relativa all'identificazione degli elementi costitutivi della statualità: popolazione, territorio, potestà d'imperio e all'accertamento dei requisiti dell'indipendenza e dell'effettività dell'esercizio di quest'ultima. Si precisa che le schede di sintesi inserite sono tratte dal volume Focarelli C., Diritto internazionale, volume II, Prassi, I ed., Padova, 2008, non più disponibile in distribuzione, e si intendono ad esclusivo uso degli studenti frequentanti il corso.

    • Risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite n. 2259 (2015) del 23 dicembre 2015, sulla situazione in Libia

      La risoluzione del Consiglio di sicurezza esprime appoggio all'accordo politico di Skyrat concluso il 17 dicembre 2015 con il quale è stata stabilita la costituzione di un governo libico di unità nazionale con sede a Tripoli, invitando gli Stati membri dell'ONU a sostenere tale governo, incoraggiando le altre parti presenti nel territorio libico ad unirsi ad esso. La risoluzione invita al tempo stesso gli Stati membri a far cessare ogni supporto e contatti con altre istituzioni che pretendano di costituire la legittima autorità ma che non siano parti dell'accordo istitutivo del governo di unità nazionale (v. punto 5 della parte dispositiva della risoluzione). La risoluzione, nell'esprimere un chiaro sostegno dell'organizzazione al governo di unità nazionale costituitosi nella parte occidentale del paese, e nell'auspicare che più parti del paese si uniscano ad esso, non affronta tuttavia efficacemente la criticità insita nella presenza, segnatamente, di un governo parallelo con base a Tobruk nella parte orientale del paese, sostenuto da alcuni Stati, e di ampie parti del paese che soggiaciono al controllo di gruppi ribelli, in alcuni casi affiliati all'ISIS, per cui il controllo esercitato dal governo di unità nazionale, malgrado il sostegno ONU, appare in realtà difettare tuttora di effettività in ampie parti del paese.

    • Dichiarazione del Presidente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite del 19 settembre 2014 sulla situazione concernente l'Iraq

      La Dichiarazione, atto formalmente non vincolante, afferma il sostegno del Consiglio di sicurezza al governo legittimo dell'Iraq e invita la comunità internazionale a sostenere i suoi sforzi per rafforzare le proprie strutture democratiche, mantenere la sicurezza e lottare contro il terrorismo. A quest'ultimo riguardo, la dichiarazione identifica l'ISIS (ISIL nella sigla inglese per "Islamic State in Iraq and the Levant") come un'organizzazione terroristica, condannandone le violazioni delle regole di diritto internazionale umanitario e gli abusi dei diritti umani. La dichiarazione contiene inoltre l'invito alla comunità internazionale a rafforzare il proprio supporto, in conformità al diritto internazionale, all'Iraq nella lotta all'ISIS e ad altri gruppi armati ad esso associati, sostanzialmente configurando tale supporto alla stregua di aiuto prestato al governo legittimo nella repressione di movimenti insurrezionali interni secondo le categorie tradizionali del diritto internazionale.

    • Risoluzione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite n. 67/19 adottata il 29 novembre 2012 sullo status della Palestina nelle Nazioni Unite

      La risoluzione attribuisce alla Palestina lo status di Stato non membro osservatore nell'ambito dell'Organizzazione delle Nazioni Unite, status che al momento la Palestina condivide con la Santa Sede benché questa, pur soggetto originario di diritto internazionale al pari degli Stati, non sia uno Stato nel senso proprio del termine. La risoluzione prende atto dei passi compiuti dall'Autorità nazionale palestinese verso la creazione di uno Stato palestinese indipendente, promuovendo la compiuta attuazione del disegno di creare due stati indipendenti, Palestina ed Israele, sulla base dei confini precedenti all'occupazione iniziata nel 1967 (v. in particolare la parte dispositiva della risoluzione, p. 3-4).

    • Corte internazionale di giustizia, parere consultivo del 22 luglio 2010 concernente la conformità al diritto internazionale della dichiarazione di indipendenza del Kosovo

      Il parere della Corte internazionale di giustizia, reso su richiesta dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite nell'esercizio della funzione consultiva della Corte stessa ai sensi dell'art. 96 della Carta delle Nazioni Unite e dell'art. 65 dello Statuto della Corte, esclude che la dichiarazione di indipendenza del Kosovo, adottata il 17 febbraio 2008, sia in contrasto con le regole di diritto internazionale. La Corte internazionale di giustizia fa riferimento in proposito tanto alle regole di diritto internazionale generale, che proteggono l'integrità territoriale degli Stati a fronte della minaccia o dell'uso della forza da parte di altri Stati, quanto alle regole poste dalla risoluzione n. 1244 (1999) del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, relativa alla situazione in Kosovo, e, sulla base di quest'ultima, al regime di amministrazione provvisoria del territorio kosovaro affidato alla UNMIK (United Nations Temporary Mission to Kosovo). Il parere consultivo, pur sempre, attenendosi ai limiti del quesito sottoposto alla Corte dall'Assemblea generale, non si spinge a valutare gli effetti che da tale dichiarazione discendano, in termini di effettivo acquisto della statualità da parte del Kosovo, questione che deve risolversi alla luce degli elementi costitutivi della statualità in base al diritto internazionale generale.

    • High Court (England and Wales), Queen's Bench Division, 13 marzo 1992, Rep. di Somalia c. Woodhouse Drake et al.

      La sentenza tratta della rilevanza del requisito dell'effettività nell'esercizio della potestà d'imperio come presupposto della statualità, in relazione ad una situazione qualificabile in termini di "failed State", venutasi a verificare in Somalia con il rovesciamento del governo di Siad Barre nel 1991. La sentenza si sofferma sulla questione se a seguito del rovesciamento del governo preesistente, il quale conseguentemente non esercitava più alcun controllo sul paese, potesse ritenersi essersi affermato al suo posto come governo effettivo del paese il governo provvisorio istituito sotto la guida di Mahdi per effetto degli accordi di Gibuti. La High court inglese si è attenuta in proposito rigorosamente al criterio dell'effettività, giungendo ad escludere che tale governo provvisorio avesse allo stato acquistato un controllo effettivo del paese, assimilandone la situazione a quella nella quale si trovano gli insorti fino al momento in cui assumano un controllo effettivo del paese, momento a partire dal quale divengono a tutti gli effetti il nuovo governo effettivo dello Stato, indipendentemente dalle modalità in cui ne abbiano assunto il controllo.

    • United States Court of Appeals for the 2nd Circuit, sent. 24 gennaio 1992, New York Chinese TV Programs Inc. c. UE Enterprises Inc.

      La sentenza affronta incidentalmente la questione della soggettività internazionale di Taiwan e dell'incidenza su di essa, sul piano dei rapporti bilaterali con gli Stati Uniti, del successivo riconoscimento da parte di questi ultimi della Repubblica popolare cinese, ribadendo l'autonomia del possesso dei requisiti della statualità dall'eventuale riconoscimento o mancato riconoscimento da parte di altri Stati (v. in particolare a p. 30 in fine e p. 31 nella scansione allegata).

    • Tribunale di Bolzano, sent. 21 maggio 1971, Kweton c. Ullmann

      La sentenza affronta la questione degli effetti che, in deroga alla regola generale dell'irrilevanza del riconoscimento da parte di altri Stati al fine dell'affermazione della statualità, possono discendere dall'eventuale mancato riconoscimento di uno Stato sui rapporti tra soggetti privati, con particolare riferimento al riconoscimento, in quanto sentenza straniera, di una decisione proveniente da un organo giurisdizionale di uno Stato non riconosciuto da parte dello Stato i cui giudici sono richiesti di riconoscere la sentenza. La sentenza, che si riferiva ad una decisione emanata da un giudice della DDR, ha negato la riconoscibilità della decisione, dal momento che questa promanava da un organo che dal punto di vista dell'ordinamento italiano non poteva considerarsi un organo giurisdizionale di uno Stato estero, pur attribuendo nondimeno a tale pronuncia una rilevanza su di un piano di fatto quale elemento di prova dell'esistenza dei presupposti per lo scioglimento del matrimonio in base alla legge italiana.

    • High Court (England & Wales), Queen's Bench Division, sent. 6 febbraio 1998, Sierra Leone Telecommunications Co. Ltd c. Barclays Bank plc.

      La sentenza affronta la questione della perdurante sussistenza dei requisiti della statualità in capo alla Sierra Leone, con particolare riferimento al presupposto dell'effettività nell'esercizio dell'autorità di governo, a seguito del colpo di stato militare del 1997. La High Court inglese individua a questo fine i requisiti la cui sussistenza è da considerarsi necessaria a tal fine (v. parte sottolineata, a metà circa di p. 25 nella scansione allegata).

    • Corte internazionale di giustizia, sent. 6 aprile 1955, caso Nottebohm (Liechtenstein c. Guatemala)

      La sentenza della Corte internazionale di giustizia è rilevante con riferimento all'identificazione dell'elemento della popolazione, in quanto si sofferma sui presupposti dell'attribuzione della cittadinanza, affermando che, per quanto sia in linea di principio libertà degli Stati di disciplinarne i presupposti, questi debbano in ogni caso riflettere l'esistenza di un collegamento reale ed effettivo tra lo Stato e l'individuo cui viene concessa.

    • Corte di giustizia delle Comunità europee, sent. 19 ottobre 2004, in causa C-200/02, Zhu e Chen c. Secretary of State for the Home Department

      La sentenza, alla quale si è fatto riferimento nel corso a proposito della popolazione come presupposto della statualità, evidenzia il carattere a volte fortuito, quando non pretestuosamente creato, del legame tra un individuo e uno Stato rappresentato dalla cittadinanza. Nel caso di specie, ai fini dell'applicazione delle norme del Trattato sull'Unione europea in materia di cittadinanza europea, venivano in considerazione le norme statali irlandesi che prevedono l'acquisto della cittadinanza irlandese per effetto della mera nascita nell'isola d'Irlanda ("iure soli", contrapposto alla regola vigente, ad es., in Italia, per cui la cittadinanza si acquista invece, di norma, per nascita da genitori cittadini, "iure sanguinis"). Nel caso di specie, una madre cittadina di un paese terzo, la Cina, aveva fatto in modo di fare nascere la propria figlia per la precisione in Irlanda del Nord, affinché la bambina acquistasse, in virtù delle regole specifiche del diritto irlandese che ciò consentono, la cittadinanza irlandese e, in base alla disciplina bilaterale applicabile tra Irlanda e Regno Unito quanto alla circolazione dei rispettivi cittadini, il diritto di soggiornare nel Regno Unito. In questo modo, la madre della bambina aveva voluto creare i presupposti per potere conseguentemente avanzare la richiesta di poter soggiornare lei stessa nel Regno Unito, dal momento che la sua presenza era necessaria al fine di consentire alla minore, chiaramente non autosufficiente in quanto neonata, di godere del suo proprio diritto di soggiorno in tale paese membro dell'Unione europea. La Corte di giustizia ha ritenuto che, in applicazione della disciplina pertinente posta dal diritto dell'Unione europea in materia di cittadinanza europea e di libertà di circolazione delle persone, le autorità britanniche non potessero respingere la richiesta della madre della minore, a condizione, tuttavia, che questa e la figlia minore disponessero di proprie risorse di sostentamento al fine di non costituire un onere per il sistema di sicurezza sociale britannico.

    • Amtsgericht (Tribunale amministrativo) di Colonia (Germania), sent. 3 maggio 1978, relativa al caso del "Ducato di Seeland"

      La sentenza è rilevante con riferimento all'elemento della territorialità dello Stato, il quale non può ritenersi sussistente in presenza di un ente che pretenda di identificare come proprio territorio una struttura artificiale (nella specie, una piattaforma militare abbandonata situata nel Mare del Nord).

    • Sentenza arbitrale del 4 aprile 1928, arbitro unico Huber, relativa all'Isola di Palmas

      La sentenza arbitrale è rilevante con riferimento al profilo dell'effettività dell'esercizio della potestà d'imperio su di un territorio determinato e sulla popolazione ivi stanziata, ed afferma l'irrilevanza in proposito del titolo su cui si fonda l'esercizio della sovranità.

    • Sentenza arbitrale del 18 ottobre 1923, arbitro unico Taft, relativa alle Concessioni Tinoco

      La sentenza, nel ribadire l'irrilevanza, al fine dell'effettività nell'esercizio della potestà d'imperio su di un dato territorio e sulla relativa popolazione, del titolo su cui questa si fonda, riconduce l'effettività al concreto esercizio di tale potestà nel periodo in cui l'atto di cui si discute è stato compiuto (nella specie, la conclusione di contratti con investitori stranieri, detti, secondo la terminologia del tempo, concessioni per significare la supremazia dello Stato territoriale rispetto alla controparte privata straniera), a prescindere dalle modalità rivoluzionarie in cui il governo del tempo si era insediato e dal successivo ritorno al potere del governo precedentemente esistente.

    • Parere della Corte permanente di giustizia internazionale, 5 settembre 1931, Regime doganale tra Austria e Germania (Zollverein)

      Il parere si sofferma sul requisito dell'indipendenza dello Stato, affermando come questo debba essere accertato sulla base di elementi di diritto e non già di fatto, negando in particolare che possa far venir meno l'indipendenza ai fini della soggettività internazionale la conclusione da parte di uno Stato (l'Austria nel periodo tra le due Guerre mondiali, nella specie) di un accordo atto a realizzare sostanzialmente un'unione doganale con un altro Stato (la Germania) che l'avrebbe posto in una situazione di pesante dipendenza economica rispetto a quest'ultimo.

    • Risoluzione dell'Assemblea generale ONU, n. 31/6 A del 26 ottobre 1976, concernente il Transkey

      La risoluzione, atto di carattere non vincolante, affermava l'invalidità della proclamazione dello "Stato del Transkey", avvenuta in Sudafrica al tempo in cui nel paese imperava la politica di apartheid, dal momento che questo difettava di reale indipendenza dal governo sudafricano, trattandosi di un "governo fantoccio".

    • Corte europea dei diritti umani, sent. 23 febbraio 1995 (eccezioni preliminari), Loizidou c. Turchia

      La sentenza è rilevante per quanto attiene al profilo dell'indipendenza con riferimento alla Repubblica turca di Cipro del Nord. La Corte europea, infatti, dovendo stabilire se una violazione dei diritti tutelati dalla Convenzione europea dei diritti dell'uomo avvenuta nella parte nord dell'isola di Cipro sottoposta a controllo militare turco, fosse avvenuta o meno sotto la "giurisdizione" della Turchia ai fini dell'art. 1 della Convenzione, ha negato che la Repubblica turca di Cipro del Nord esercitasse con indipendenza la potestà d'imperio sul territorio in questione, il controllo effettivo sul quale dovendo considerarsi esercitato dalla Turchia a mezzo dell'occupazione militare.

    • Corte di cassazione, sent. 28 dicembre 2004, n. 49666, Djukanovic

      La sentenza, nell'esaminare la questione se l'accusato Djukanovic godesse o meno dell'immunità giurisdizionale in qualità dapprima di Capo dello Stato e successivamente di Capo del governo del Montenegro, ha affrontato incidentalmente la questione se quest'ultimo godesse dell'indipendenza al fine di poter essere considerato un autonomo soggetto statuale. La Cassazione ha negato la sussistenza di tale presupposto, essendo il Montenegro da considerarsi, al tempo del giudizio, una mera componente di uno Stato federale (la Repubblica federale di Jugoslavia, ricomprendente la Serbia e il Montenegro).

    • Corte di cassazione, sent. 25 giugno 1985, n. 1981, Arafat

      La sentenza della Cassazione italiana, dovendo stabilire se Yasser Arafat godesse o meno dell'immunità giurisdizionale dovuta ai Capi di Stato esteri, ha affrontato incidentalmente la questione se un movimento di liberazione nazionale, come, nella specie, l'Organizzazione per la liberazione della Palestina (O.L.P.) possa essere equiparato ad uno Stato a tali effetti. La Cassazione ha raggiunto una conclusione negativa, rilevando la mancanza del presupposto della sovranità territoriale che è propria degli Stati.

  •  Gli altri soggetti del diritto internazionale

    Si raccolgono in questa cartella alcuni elementi della prassi relativa alla soggettività internazionale di enti diversi dagli Stati, quali le organizzazioni internazionali, la Santa Sede, l'Ordine di Malta, nonché alla discussa questione della soggettività internazionale dell'individuo. Vale la medesima avvertenza di cui alla cartella precedente in ordine alla fonte delle schede di sintesi inserite.

    • Progetto di articoli sulla responsabilità internazionale delle organizzazioni internazionali (2011)

      Il progetto di articoli, non tradottosi in una convenzione internazionale vincolante, costituisce, sul modello del parallelo progetto di articoli sulla responsabilità internazionale degli Stati (v. nella cartella relativa ai testi normativi di riferimento generale), un tentativo di codificazione, prodotto dell'opera della Commissione del diritto internazionale delle Nazioni Unite, delle regole consuetudinarie in materia di responsabilità internazionale delle organizzazioni internazionali. Particolare rilevanza rivestono, ai fini dell'inquadramento delle organizzazioni internazionali nell'ambito dei soggetti del diritto internazionale, le definizioni contenute nell'art. 2 del progetto.

    • Corte internazionale di giustizia, parere 11 aprile 1949, Riparazione dei danni subiti al servizio delle Nazioni Unite

      Il parere, emesso dalla Corte internazionale di giustizia su richiesta dell'Assemblea generale e riguardante la questione se l'Organizzazione delle Nazioni Unite fosse legittimata a proporre un reclamo internazionale contro lo Stato ritenuto responsabile per l'uccisione del conte Bernadotte inviato a Gerusalemme in qualità di mediatore per conto dell'Organizzazione, si sofferma sulla questione della soggettività internazionale dell'Organizzazione, quale presupposto essenziale della legittimazione a proporre il reclamo. La Corte desume la soggettività internazionale dell'ONU tanto dai poteri che le sono conferiti dalla Carta, quanto dai fini per i quali tali poteri le sono stati conferiti, ritenendo confermata la soggettività internazionale dell'organizzazione particolarmente dal suo potere di concludere accordi internazionali con gli Stati membri, ciò che comprova la sua titolarità di una soggettività internazionale distinta da quella dei Membri stessi.

    • Corte internazionale di giustizia, parere 20 dicembre 1980, Interpretazione dell'accordo del 25 marzo 1951 tra l'Organizzazione mondiale della Sanità (OMS) e l'Egitto

      Il parere, che si richiama al precedente reso nel 1949 con riferimento alla questione della riparazione dei danni subiti al servizio delle Nazioni Unite, si sofferma sulla soggettività internazionale dell'Organizzazione mondiale della sanità (OMS) e in particolare sulle prerogative che da tale soggettività internazionale discendono, con particolare riferimento al potere di scegliere liberamente la propria sede e decidere in merito all'ubicazione dei propri uffici regionali. Al tempo stesso la Corte afferma che la soggettività internazionale delle organizzazioni internazionali le pone in una condizione di soggezione a tutti gli obblighi posti dalle norme del diritto internazionale, tanto generale, con riferimento alle norme consuetudinarie, quanto particolare, con riferimento ai rispettivi trattati ovvero atti istitutivi e ad ogni altro accordo internazionale del quale siano parti.

    • Corte di cassazione (sez. un.), sent. 26 febbraio 1931, Istituto internazionale d'agricoltura c. Profili

      La sentenza della Cassazione italiana riconosce la soggettività internazionale dell'Istituto internazionale d'agricoltura, antesignano dell'odierna FAO (Food and Agriculture Organization, istituto specializzato delle Nazioni Unite), identificandolo come costituente una forma evoluta di unione internazionale amministrativa, dotata, a differenza del modello primigenio di unioni di Stati, di un proprio autonomo centro di imputazione di interessi e di una propria organizzazione, chiusa rispetto all'ingerenza degli Stati membri. In conseguenza, la Cassazione italiana ha riconosciuto all'Istituto internazionale d'agricoltura l'immunità dalla giurisdizione italiana, giustificata dall'esigenza di evitare ingerenze da parte di organi dello Stato sulle modalità di organizzazione interna dell'ente nel perseguimento dei suoi fini istituzionali.

    • Corte di cassazione (sez. un.), 8 giugno 1994, n. 5565, Nacci c. Istituto di Bari del Centre international de hautes études agronomiques méditerranéennes

      La sentenza dalla Cassazione italiana, sulla linea della precedente del 1931 relativa all'Istituto internazionale d'agricoltura (v. in questa stessa cartella), riconosce la natura di organizzazione internazionale intergovernativa propria del Centro internazionale chiamato in giudizio avanti ai giudici italiani da un suo funzionario, affermandone l'immunità dalla giurisdizione italiana per quanto riguarda l'organizzazione interna dei propri uffici. La sentenza affronta altresì il problema del contemperamento del rispetto della soggettività internazionale delle organizzazioni internazionali che ne siano munite con il diritto alla tutela giurisdizionale, riconosciuto, tra l'altro, dall'art. 24 della Costituzione italiana, affermando che tale problema può essere superato nella misura in cui l'organizzazione appresti suoi propri meccanismi di tutela dei diritti, ad esempio attraverso un tribunale amministrativo interno competente a conoscere delle controversie relative ai rapporti con i funzionari ed agenti dell'organizzazione.

    • House of Lords, sent. 26 ottobre 1989, Consiglio internazionale dello Stagno

      La sentenza si sofferma sulla posizione degli Stati non membri di un'organizzazione internazionale nei confronti di quest'ultima, affermando che anche nel caso in cui uno Stato non membro ritenesse difettare nell'organizzazione i requisiti di un'autonoma soggettività internazionale, nondimeno sarebbe tenuto a riconoscerle il trattamento dovuto ad una persona giuridica straniera.

    • House of Lords, sent. 21 febbraio 1991, Fondo monetario arabo

      La sentenza si sofferma sulla posizione degli Stati non membri di un'organizzazione internazionale per quanto attiene al trattamento dovuto a quest'ultima, adottando una posizione simile a quella accolta nella sentenza del 1989 relativa al Consiglio internazionale dello stagno (v.)

    • Corte di cassazione, sent. 17 luglio 1987, n. 3932, Marcinkus et al.

      La sentenza ribadisce il carattere di soggetto di diritto internazionale proprio della Santa Sede, quale ente centrale di governo della Chiesa cattolica, con il conseguente riconoscimento delle immunità giurisdizionali agli enti centrali della Chiesa stessa ed ai relativi organi o rappresentanti, con specifico riferimento allo I.O.R. e ai relativi funzionari.

    • Corte di cassazione, sez. un., sent. 17 novembre 1989, n. 4909, Capitolo della Basilica di S. Giovanni in Laterano c. Zammerini

      La sentenza, nel ribadire il carattere di soggetto di diritto internazionale della Santa Sede, nondimeno afferma che il connesso regime di immunità giurisdizionale non debba andare al di là di quello che è riconosciuto agli Stati stranieri, non potendo quindi operare in relazione a controversie relative a rapporti di lavoro inerenti a mansioni meramente ausiliarie e concernenti meri aspetti economici del rapporto.

    • Corte di cassazione, sent. 21 maggio 2003, n. 22516, Tucci et al. (Radio Vaticana)

      La sentenza, relativa alla controversia concernente le emissioni elettromagnetiche in territorio italiano provenienti dagli impianti della Radio Vaticana, nel ribadire la natura di soggetto di diritto internazionale della Santa Sede, nega per un verso la natura di ente centrale della Chiesa cattolica relativamente alla Radio Vaticana e, par altro verso, afferma che il riconoscimento delle immunità giurisdizionali dovute alla Santa Sede non possa comportare una rinuncia all'esercizio della giurisdizione dello Stato sul proprio territorio.

    • Tribunale cardinalizio della Santa Sede, sent. 24 gennaio 1953, concernente l'Ordine di Malta

      La sentenza si sofferma sulla natura giuridica del Sovrano Militare Ordine di Malta (SMOM), affermando che le prerogative sovrane di cui questo gode non possano considerarsi pienamente corrispondenti a quelle di uno Stato, dovendo piuttosto essere riconosciuta all'Ordine una sovranità di carattere funzionale, in quanto diretta ad assicurare le finalità che esso persegue.

    • Corte di cassazione, sez. un., sent. 18 marzo 1992, n. 3360, ACISMOM c. Alba et al.

      La sentenza, nel confermare la precedente giurisprudenza della Cassazione italiana nel senso di riconoscere la soggettività internazionale dell'Ordine di Malta, nondimeno afferma che le connesse immunità giurisdizionali non debbano andare al di là di quelle correntemente riconosciute agli Stati stranieri, negando in particolare l'immunità dell'Ordine in relazione alle controversie di lavoro introdotte da dipendenti delle strutture sanitarie che l'Ordine gestisce in convenzione con lo Stato italiano, in quanto inerenti ad attività sottoposta al potere di quest'ultimo.

    • Convenzione di Vienna del 24 aprile 1963 sulle relazioni consolari

      V. in particolare, a proposito della soggettività internazionale degli individui, l'art. 36, par. 1, relativo all'obbligo di informare, a domanda dell'individuo che sia stato arrestato o che si trovi in stato di detenzione, le autorità consolari del paese di cui l'individuo è cittadino, oggetto della sentenza della Corte internazionale di giustizia relativa al caso La Grand del 2001.

    • Corte internazionale di giustizia, sent. 27 giugno 2001, Germania c. Stati Uniti, caso La Grand

      La sentenza si sofferma, per quanto rileva in relazione alla soggettività internazionale degli individui, sulla portata della disposizione dell'art. 36, par. 1, della Convenzione di Vienna sulle relazioni consolari del 24 aprile 1963, la quale prevede per le autorità dello Stato territoriale l'obbligo di informare, su richiesta dell'individuo che sia stato arrestato o che altrimenti si trovi in stato di detenzione, le autorità consolari dello Stato di cui è cittadino. Essendo tale obbligo finalizzato a garantire all'individuo che sia arrestato o sottoposto a detenzione in un paese straniero la possibilità di munirsi di un'adeguata difesa in giudizio, la norma è stata ritenuta idonea a conferire all'individuo un diritto soggettivo.

    • Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (Roma, 4 novembre 1950)

      Si vedano, in particolare, gli articoli 34 ss. della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (Roma, 4 novembre 1950), relativi ai ricorsi individuali innanzi alla Corte europea dei diritti dell'uomo.

    • Corte europea dei diritti umani, dec. 2 maggio 2007, Behrami c. Francia, Saramati c. Francia, Germania e Norvegia

      La decisione della Corte europea dei diritti dell'uomo affronta la questione dei limiti dell'ambito di applicazione del sistema di protezione dei diritti fondamentali dell'individuo creato con la Convenzione europea dei diritti dell'uomo, la quale in base al suo articolo 1 si applica unicamente in relazione agli individui che si trovino sotto il controllo effettivo ("juridisdiction" (nel testo inglese)/"juridiction" (nel testo francese)) di uno Stato parte della Convenzione stessa. La questione si poneva, nella specie, in relazione a violazioni dei diritti tutelati avvenute nel territorio del Kosovo nel corso degli interventi dei contingenti KFOR, vale a dire della forza multinazionale istituita con la risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite n. 1244/1999. La Corte europea è giunta alla conclusione che, dato che il territorio kosovaro all'epoca dei fatti era sotto il controllo effettivo della UNMIK (United Nations Mission in Kosovo), alla quale il Consiglio di sicurezza con la medesima risoluzione aveva affidato l'amministrazione provvisoria del Kosovo, gli individui i cui diritti avevano subito le violazioni lamentate non potevano essere considerati trovarsi sotto il controllo effettivo di alcuno degli Stati contraenti della Convenzione.

    • Tribunale penale internazionale (Norimberga), sent. 1° ottobre 1946

      La sentenza costituisce una pietra miliare dello sviluppo del diritto penale internazionale, affermando la coesistenza della responsabilità internazionale degli Stati con la responsabilità penale individuale degli individui che, agendo in qualità di organi degli Stati, si siano resi colpevoli di crimini internazionali, con ciò affermando che il diritto internazionale può giungere ad imporre doveri e responsabilità agli individui.

    • Tribunale penale internazionale per i crimini commessi nell'ex-Jugoslavia, sent. 7 maggio 1997, Tadic

      La sentenza riafferma la regola enunciata dal Tribunale penale internazionale di Norimberga (v.), ribadendo che un individuo può essere ritenuto responsabile e quindi punito per le violazioni del diritto internazionale umanitario.

    • Corte costituzionale federale tedesca (Bundesverfassungsgericht), sent. 2 novembre 2006, Bombardamento del ponte di Varvarin

      La sentenza, pronunciata relativamente ad azioni risarcitorie promosse nei confronti della Germania dai parenti delle vittime civili di un bombardamento occorso durante l'intervento N.A.T.O. in Kosovo, si sforza di definire i diritti dei singoli individui conseguenti alla commissione di violazioni del diritto internazionale umanitario, affermando che, per quanto le norme di questo tipo siano poste a tutela dei diritti degli individui, la loro attuazione sia rimessa nondimeno agli Stati che le hanno poste, dovendosi conseguentemente negare un autonomo diritto degli individui a farne valere la violazione nei confronti degli Stati esteri individuati come responsabili.

    • Convenzione di Washington del 1965 istitutiva dell'International Centre for the Settlement of Investment Disputes (ICSID)

      La Convenzione di Washington istituisce un meccanismo di risoluzione delle controversie in materia di investimenti di carattere arbitrale, che può essere attivato da investitori privati stranieri nei confronti dello Stato territoriale. Le sentenze arbitrali emesse in base alle norme della convenzione sono automaticamente riconosciute ed immediatamente esecutive negli Stati contraenti, in base agli obblighi da questi assunti con la partecipazione alla convenzione (art. 54).

    • Linee guida OCSE sulle imprese multinazionali - OECD Guidelines on Multi-National Enterprises (MNEs)

      Le linee quida sulle imprese multinazionali adottate dall'OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico - OECD nell'acronimo inglese per Organization for Economic Cooperation and Development), adottate nel 1976 e più volte riviste, da ultimo nel 2011, costituiscono uno strumento di soft law, vale a dire, di carattere non vincolante, bensì meramente propositivo, che individuano degli standards di condotta appropriata per tali imprese, sovente ritenute responsabili di attività di sfruttamento delle risorse, materiali e sovente anche umane, dei paesi in via di sviluppo nei quali svolgono le proprie attività a mezzo, tendenzialmente, di società locali controllate da una società madre normalmente avente sede in una paese sviluppato, traendo profitto dalla presenza nei paesi nei quali operano tramite le loro controllate di normative più lassiste e meno protettive dei diritti dei lavoratori e dell'ambiente rispetto a quelle vigenti nel paese in cui ha sede la società madre.

  •  Le fonti del diritto internazionale. In particolare: la consuetudine.

    In questa cartella si raccolgono alcune pronunce giurisprudenziali rilevanti, di organi giurisdizionali statali ed internazionali, in merito all'individuazione degli elementi identificativi della consuetudine ed alla rilevazione della prassi degli Stati. Vale la medesima avvertenza di cui alle precedenti cartelle relativamente alla fonte da cui le schede di sintesi inserite sono tratte.

    • Progetto di conclusioni in materia di modalità di rilevazione delle norme di diritto internazionale consuetudinario

      Il Progetto di conclusioni è frutto del lavoro della Commissione del diritto internazionale delle Nazioni Unite sul tema della rilevazione (identification) delle norme di diritto internazionale consuetudinario. E' stato adottato, nella forma di testo di carattere non vincolante che è propria anche di altri progetti di articoli adottati dalla Commissione del diritto internazionale, nella sessantasettesima sessione della Commissione stessa, tenutasi a Ginevra dal 4 maggio al 6 giugno e dal 6 luglio al 7 agosto 2015. Ha per scopo di tendere alla codificazione delle modalità di rilevazione delle regole di diritto internazionale consuetudinario. Il progetto si ispira alla teoria dualistica prevalente, in base alla quale al fine della rilevazione dell'esistenza di una norma di diritto internazionale consuetudinario deve essere provata la sussistenza di entrambi gli elementi costituiti dalla prassi o diuturnitas e dall'opinio iuris sive necessitatis.

    • Corte permanente di giustizia internazionale, sentenza 7 settembre 1927, Francia c. Turchia, caso Lotus

      La sentenza, tra le più note rese dalla Corte permanente di giustizia internazionale, si sofferma sulle modalità di rilevazione della prassi degli Stati, necessaria al fine dell'affermazione di una regola di diritto internazionale consuetudinario, affermando la rilevanza al fine della prassi stessa anche di meri comportamenti di astensione tenuti dagli Stati (nella specie, trattandosi dell'accertamento dell'esistenza di una regola di diritto internazionale consuetudinario che affermasse la giurisdizione dello Stato della bandiera su di una nave in alto mare, rilevava la prassi costantemente tenuta dagli Stati nel senso di astenersi dal compiere atti che comportassero l'esercizio della giurisdizione sulle navi battenti la bandiera di altri Stati mentre queste si trovavano in alto mare).

    • Corte internazionale di giustizia, sent. 20 febbraio 1969, Germania c. Danimarca, Germania c. Paesi Bassi, Delimitazione della piattaforma continentale del Mare del Nord

      La sentenza afferma la teoria dualista, per cui al fine della sussistenza di una norma consuetudinaria è necessario accertare l'esistenza di entrambi i presupposti della diuturnitas (prassi) e della opinio iuris sive necessitatis. In particolare, con riferimento ad una norma contenuta in una convenzione internazionale di codificazione, come la Convenzione di Ginevra del 1958 riguardante la piattaforma continentale, le scarse ratifiche o adesioni avute dalla convenzione e l'assenza di una prassi a sostegno della regola, soprattutto da parte degli Stati interessati alla sua applicazione, depongono negativamente in ordine alla sua autonoma esistenza quale norma di diritto internazionale consuetudinario.

    • Corte internazionale di giustizia, sent. 27 giugno 1986, Nicaragua c. Stati Uniti, Attività militari e paramilitari degli Stati Uniti in Nicaragua e contro il Nicaragua

      La sentenza si iscrive nella teoria dualista della consuetudine (v. sent. 1969, Piattaforma continentale), sottolineando in particolare l'importanza che la presenza di una norma di diritto internazionale consuetudinario sia suffragata non soltanto dalla sua riproduzione all'interno di convenzioni internazionali, quand'anche della portata dello Statuto delle Nazioni Unite, bensì da una prassi effettiva degli Stati. A questo riguardo, non si richiede che tale prassi debba essere assolutamente uniforme, ma che le eventuali deviazioni da essa siano giustificate sulla base di eccezioni o giustificazioni contemplate dalla regola stessa, oppure siano considerate quali sue violazioni, e non già quali manifestazioni del riconoscimento di una nuova regola di segno diverso.

    • Corte internazionale di giustizia, parere 8 luglio 1996, Liceità della minaccia e dell'impiego delle armi nucleari

      Il parere, di carattere consultivo, emanato su richiesta dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite, si sofferma sulla rilevanza delle risoluzioni adottate dall'Assemblea generale come prova dell'esistenza di un'opinio iuris sive necessitatis a sostegno dell'emersione di una nuova regola di diritto internazionale consuetudinario, atta, nella specie, a vietare la minaccia e l'impiego di armi nucleari. La Corte osserva che l'efficacia in tal senso di una risoluzione dell'Assemblea generale è inevitabilmente sminuita ove la stessa sia stata adottata con un numero consistente di astensioni o voti contrari, prova che la supposta opinio iuris a sostegno della nuova regola non possa considerarsi generalmente condivisa e, conseguentemente, che si sia al più in presenza di una regola in corso di emersione.

    • Corte internazionale di giustizia, sentenza 14 febbraio 2002, Rep. dem. del Congo c. Belgio, Mandato d'arresto

      La sentenza si sofferma sulle modalità di rilevazione della prassi degli Stati, necessaria al fine dell'affermazione di una regola di diritto internazionale consuetudinario, riservando particolare attenzione, alla luce della materia considerata (le regole di diritto consuetudinario concernenti le immunità giurisdizionali degli organi di vertice degli Stati esteri, in relazione ai casi in cui questi siano accusati della commissione di crimini internazionali), alla legislazione statale ed alla giurisprudenza degli organi giurisdizionali interni.

    • House of Lords, sent. 14 giugno 2006, Jones and Mitchell c. Arabia Saudita

      La sentenza si sofferma sulle modalità di rilevazione dell'esistenza di regole consuetudinarie, con particolare riferimento alla regola che comporterebbe un'eccezione alla regola generale dell'immunità giurisdizionale degli Stati esteri per atti iure imperii, cioè posti in essere nell'esercizio della potestà d'imperio dello Stato, nei casi in cui tali atti si configurassero come crimini internazionali. In proposito, la House of Lords ha rilevato che una regola di carattere consuetudinario che prevedesse un'eccezione all'immunità giurisdizionale degli Stati esteri nell'ipotesi in esame non potesse considerarsi esistente, mancando tanto una prassi omogenea quanto un'opinio iuris largamente condivisa a sostegno di tale eccezione.

    • Corte per la divisione provinciale del Capo (Sudafrica), sentenza 3 novembre 1987, caso Petane

      La sentenza si sofferma sulle modalità della rilevazione della prassi degli Stati, necessaria al fine dell'accertamento dell'esistenza di una regola di diritto internazionale consuetudinario. In particolare, la sentenza sottolinea la necessità di avere riguardo ai comportamenti effettivamente tenuti dagli organi statali, piuttosto che alle dichiarazioni di principio da questi formulate in occasione di conferenze internazionali o in seno ad organi quali l'Assemblea generale delle Nazioni Unite, potendo queste dichiarazioni essere influenzate dal contesto a volte propagandistico nel quale vengono adottate e non rispecchiare l'effettivo atteggiamento tenuto dagli Stati, quale si manifesta attraverso la prassi dei relativi organi.

    • Corte internazionale di giustizia, sent. 20 novembre 1950, Colombia c. Perù, Diritto di asilo (caso Haya de la Torre)

      La sentenza afferma implicitamente la configurabilità di consuetudini particolari, segnatamente di carattere regionale, con riferimento ad una prassi formatasi tra alcuni Stati sudamericani in materia di concessione del diritto d'asilo. Nondimeno, la Corte osserva che norme consuetudinarie di tal genere, proprio in quanto aventi carattere particolare, non possono applicarsi ad uno Stato che, pur appartenendo all'area regionale nella quale le consuetudini stesse si sono formate, non ha mai partecipato con il proprio comportamento alla formazione di tali regole e la ha, anzi, rifiutate, astenendosi, significativamente, dall'aderire ad una convenzione di carattere regionale nella quale le regole in questione venivano ad essere codificate.

    • Corte internazionale di giustizia, sent. 12 aprile 1960, Diritto di passaggio in territorio indiano (Portogallo c. India)

      La sentenza afferma la configurabilità di consuetudini locali, come quella in base alla quale il Regno Unito, al tempo in cui esercitava la sovranità sul territorio indiano, si era obbligato a riconoscere al Portogallo il diritto di passaggio attraverso il proprio territorio per consentire l'accesso alle enclaves portoghesi esistenti in tale territorio, con l'effetto di ritenere applicabile tale consuetudine anche nei confronti dell'India, che con l'acquisto dell'indipendenza era subentrata al Regno Unito nella sovranità sul territorio in questione.

    • Corte internazionale di giustizia, parere 21 giugno 1971, Conseguenze giuridiche per gli Stati della continua presenza del Sudafrica in Namibia nonostante la risoluzione 276 (1970) del Consiglio di sicurezza

      Il parere afferma l'ammissibilità della formazione di consuetudini particolari all'interno di organizzazioni internazionali, con particolare riferimento all'ammissibilità dell'adozione di risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite su questioni di carattere non procedurale con l'astensione di uno o più membri permanenti del Consiglio stesso.

    • Corte suprema degli Stati Uniti, sentenza relativa al caso The Antelope (1825)

      La sentenza concerne la configurabilità della figura dell'obiettore persistente, vale a dire di uno Stato che si sia costantemente opposto con le proprie dichiarazioni e con la propria condotta alla formazione di una norma consuetudinaria e pretenda conseguentemente di non considerarsi ad essa soggetto, con riferimento alla regola, sorretta a quel tempo dalla prassi e dall'opinio iuris sive necessitatis della gran parte degli Stati, per la quale il commercio degli schiavi era da considerarsi lecito. Gli Stati membri dell'Unione degli Stati Uniti affermavano di essersi sempre opposti a tale regola e pretendevano pertanto di non essere obbligati a riconoscere come lecita una tale pratica, rivendicando conseguentemente il diritto di sequestrare, conformemente alle proprie leggi, una nave battente bandiera straniera che si era arenata sulle coste degli Stati Uniti con a bordo un carico di schiavi. La sentenza della Corte Suprema ha negato l'ammissibilità di tale teoria, affermando conseguentemente che gli Stati Uniti erano tenuti a riconoscere come internazionalmente lecita tale pratica, essendo conseguentemente tenuti a restituire alla Spagna, che ne rivendicava il titolo, la gran parte degli schiavi che si trovavano a bordo della nave e che a tale paese erano destinati, potendo invece disporre in base alle proprie leggi degli altri che si trovavano a bordo della nave stessa.

    • Corte internazionale di giustizia, sentenza 18 dicembre 1951, Regno Unito c. Norvegia, Zone di pesca della Norvegia

      La sentenza ammette la configurabilità dell'istituto del "persistent objector" (obiettore persistente), affermando che una regola di diritto internazionale generale consuetudinario, posto che sia venuta in esistenza (ciò che nella specie, con riferimento alle regole concernenti la delimitazione delle zone di pesca verso l'alto mare, la Corte negava), non sia applicabile nei confronti di uno Stato che la abbia sistematicamente contestata, al punto da non potersi considerare aver partecipato alla sua formazione.

    • Commissione interamericana dei diritti dell'uomo, risoluzione n. 3/87 del 22 settembre 1987, caso Roach and Pinkerton

      La risoluzione della Commissione interamericana dei diritti dell'uomo ha ammesso, in linea di principio, la configurabilità della teoria dell'obiettore persistente, in base alla quale una norma consuetudinaria non può considerarsi vincolare uno Stato che abbia costantemente espresso proteste contro la norma stessa, affermando nondimeno che la teoria in questione non possa operare nei confronti di norme che abbiano acquisito carattere di ius cogens, come, nella specie, doveva ritenersi essere la norma, recepita a livello convenzionale nella stessa Convenzione americana dei diritti dell'uomo, che vieta la condanna alla pena capitale per reati commessi prima del compimento del diciottesimo anno d'età.

    • Sentenza arbitrale del 30 giugno 1977, Regno Unito c. Francia, Delimitazione della piattaforma continentale nel Canale della Manica

      La sentenza affronta il problema del ricambio delle norme consuetudinarie, con specifico riferimento alla successiva evoluzione delle regole relative alla delimitazione della piattaforma continentale rispetto alla codificazione che ne era stata fatta nella Convenzione di Ginevra del 29 aprile 1958 in materia. La sentenza afferma che, benché le regole in materia come desumibili dalla prassi degli Stati nel frattempo sviluppatasi, particolarmente tramite le posizioni adottate dai rappresentanti degli Stati in seno alla Terza Conferenza delle Nazioni Unite sul diritto del mare, facessero apparire non più in linea con la prassi le regole come contenute nella convenzione del 1958, nondimeno le dichiarazioni degli Stati in seno a tale Conferenza e la prassi formatasi al di fuori della Conferenza non erano tali da fornire la dimostrazione di una chiara volontà degli Stati di voler considerare desueta la convenzione del 1958.

    • Corte d'appello di Rennes (Francia), sent. 26 marzo 1979, Rego Sanles c. Pubblico Ministero

      La sentenza, come la sentenza arbitrale del 30 giugno 1977 relativa alla delimitazione della piattaforma continentale nel Canale della Manica (v.), affronta il problema del ricambio delle norme consuetudinarie. Anche in questo caso, venivano in considerazione alcune regole di diritto del mare, relativamente alle quali si era assistito ad una evoluzione della prassi successivamente alla conclusione della convenzione volta alla loro codificazione, costituita in questo caso dalla Convenzione di Ginevra del 29 aprile 1958 sulla pesca e la conservazione delle risorse biologiche in alto mare. Diversamente dalla sentenza arbitrale sopra evocata, la sentenza della Corte d'appello di Rennes ha considerato le prese di posizione dei rappresentanti degli Stati in seno alla Seconda Conferenza delle Nazioni Unite sul diritto del mare e la prassi materialmente seguita con la dichiarazione da parte di diversi Stati di una zona economica esclusiva del'estensione di 188 miglia al di là delle 12 miglia del mare territoriale (secondo la regola che verrà poi codificata nella Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982, la quale prevede un'estensione della zona economica esclusiva fino a 200 miglia dalla linea di base, dalla quale viene misurata l'estensione del mare territoriale), come sufficienti a consentire di considerare abrogate le regole contenute in proposito nella pertinente convenzione di Ginevra del 1958.

  •  Le fonti del diritto internazionale. In particolare: i principi generali di diritto riconosciuti dalle nazioni civili

     

    • Lavori del Comitato consultivo di giuristi incaricato di redigere lo Statuto della Corte permanente di giustizia internazionale

      Il Comitato consultivo di giuristi, nominato dal Consiglio della Società delle Nazioni, si soffermò sull'opportunità di includere tra le fonti delle quali la Corte permanente di giustizia internazionale avrebbe dovuto fare applicazione nel decidere delle controversie sottopostele (indicate nell'art. 38 del relativo Statuto) i principi generali di diritto riconosciuti dalle nazioni civili. La sintesi allegata riporta le principali opinioni espresse dai componenti più autorevoli del comitato, nelle quali si evidenzia, con varie sfumature, la finalità essenziale del riferimento a tali principi, consistente nel consentire alla Corte di colmare le lacune esistenti nelle regole di diritto internazionale consuetudinario.

    • Corte internazionale di giustizia, sent. 20 febbraio 1969, Delimitazione della piattaforma continentale nel Mare del Nord. Opinione individuale del giudice F. Ammoun.

      L'opinione individuale del giudice Ammoun allegata alla sentenza della Corte internazionale di giustizia del 1969 relativa al caso della Piattaforma continentale nel Mare del Nord è incentrata sulla pertinenza del ricorso all'espressione "nazioni civili" per identificare i principi generali di diritto ai quali fa riferimento l'art. 38, par. 1, lett. c) dello Statuto della Corte internazionale di giustizia. Secondo l'opinione del giudice, l'espressione "nazioni civili" non può essere legittimamente utilizzata nella misura in cui possa presentare una valenza discriminatoria nei confronti delle nazioni che non rientrano tra quelle, essenzialmente europee o nordamericane, al cui ruolo si deve la formazione della gran parte delle norme del diritto internazionale contemporaneo. Il giudice Ammoun propone pertanto che l'espressione in questione venga più modernamente interpretata come atta a riferirsi a un insieme di norme comuni alle legislazioni dei diversi paesi del mondo, sorrette da un'identità di ratio legis e pertanto atte ad essere trasposte, proprio in virtù del loro carattere comune, dagli ordinamenti giuridici interni degli Stati all'ordinamento internazionale.

    • Corte costituzionale, sent. 8 aprile 1976, n. 69, caso Zennaro

      La sentenza della Corte costituzionale, nell'affermare che l'art. 10, 1° comma della Costituzione, nel prevedere l'adattamento dell'ordinamento italiano alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute, si presta ad assicurare l'adattamento non soltanto alle norme consuetudinarie bensì ugualmente ai principi generali di diritto riconosciuti dalle nazioni civili, esclude che possa considerarsi come tale un principio volto ad estendere la regola del ne bis in idem dalla sfera interna ad un singolo ordinamento ai rapporti tra sentenze penali pronunciate in paesi diversi.

  •  Le fonti del diritto internazionale. In particolare: i trattati internazionali. Profili generali

     

    • Corte internazionale di giustizia, sent. 22 luglio 1952, Regno Unito c. Iran, caso dell'Anglo-Iranian Oil Company

      Nella sentenza la Corte internazionale di giustizia si sofferma sulla distinzione tra trattati internazionali in senso proprio, in quanto comportanti l'incontro della volontà di due o più soggetti di diritto internazionale per porre in essere un rapporto retto dal diritto internazionale, e meri contratti, come i contratti relativi ad operazioni di investimento conclusi tra uno Stato e un privato straniero, i quali non vincolano lo Stato del quale il privato è cittadino, ovvero, trattandosi di una persona giuridica, di cui ha la nazionalità.

    • Corte internazionale di giustizia, parere 28 maggio 1951, Riserve alla convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio

      Il parere della Corte internazionale di giustizia, nel pronunciarsi sull'ammissibilità di riserve alla convenzione delle Nazioni Unite del 1948 sulla prevenzione e la repressione del crimine di genocidio, sottolinea il carattere peculiare degli accordi internazionali volti alla tutela dei diritti umani ed alla repressione dei crimini internazionali, affermando che in relazione a tali trattati non vengono in considerazione interessi particolari dei singoli Stati che ne sono parti, bensì un interesse comune, proprio di tutti e ciascuno dei contraenti, alla realizzazione dei fini propri della convenzione. L'affermazione si ricollega alla distinzione sistematica tra trattati-contratto (Vertrag-Vertraege nella terminologia tedesca), basati su di un rapporto sinallagmatico e su obblighi reciproci tra le parti, e trattati normativi o istitutivi di regimi obiettivi (Vereinbarung-Vereinbarungen nella terminologia tedesca), che, per l'appunto, presuppongono un interesse comune a istituire una disciplina comune della materia che ne forma oggetto, posta a garanzia di valori condivisi da tutte le parti del trattato.

    • Corte internazionale di giustizia, sentenza 3 febbraio 2006, Rep. dem. Congo c. Ruanda, Attività armate sul territorio del Congo (nuovo ricorso del 2002)

      La sentenza si sofferma sulla irretroattività della disciplina del diritto dei trattati contenuta nella Convenzione di Vienna del 1969 (v. cartella "Testi normativi di riferimento generale"), per cui, in base al suo art. 4, la Convenzione non si applica ai trattati conclusi anteriormente alla sua entrata in vigore per gli Stati contraenti interessati. Nella specie, la Corte respinge l'argomentazione volta a superare tale limite temporale all'applicazione della Convenzione, al fine di applicarla, per quanto rilevava ai fini del caso di specie, alla Convenzione per la prevenzione e repressione del crimine di genocidio del 9 dicembre 1948. Tale argomentazione si basava sul carattere di codificazione delle norme di diritto internazionale generale in materia proprio della Convenzione di Vienna del 1969, per cui le sue regole avrebbero in sostanza potuto considerarsi preesistenti alla Convenzione e quindi applicabili anche a trattati conclusi anteriormente. La Corte, nel confermare il carattere di codificazione proprio della Convenzione di Vienna, nondimeno afferma che tale carattere non è riscontrabile nelle disposizioni di carattere procedurale come quella contenuta nell'art. 66, che prevede la sottoponibilità alla Corte internazionale di giustizia di questioni attinenti alla contrarietà a norme cogenti.

  •  Le fonti del diritto internazionale: in particolare, i trattati: procedimenti di formazione.

     

    • Corte internazionale di giustizia, sent. 1° luglio 1994, Qatar c. Bahrein, Delimitazione marittima e questioni territoriali

      La sentenza ribadisce il principio della libertà delle forme nella conclusione degli accordi internazionali, affermando che un accordo internazionale vincolante possa essere contenuto anche nel processo verbale di un incontro internazionale, sempre che, secondo quanto già affermato nella precedente sentenza del 1978 relativa alla Piattaforma continentale del mare Egeo (v.), il verbale indichi specificamente gli impegni reciprocamente assunti dalle parti e questi non siano subordinati alla negoziazione o conclusione di accordi ulteriori.

    • Corte internazionale di giustizia, sentenza 19 dicembre 1978, Grecia c. Turchia, Piattaforma continentale del mare Egeo

      Nella sentenza la Corte internazionale di giustizia afferma il principio della libertà delle forme nella conclusione di trattati internazionali, affermando che possa in linea di principio costituire un accordo internazionale anche un comunicato congiunto adottato dalle parti al termine di una conferenza diplomatica, dovendosi, al fine di stabilire se si sia in presenza di un accordo di carattere giuridicamente vincolante, avere riguardo alla natura dell'atto o della trattativa che trova espressione nel documento adottato. Nel caso di specie, la Corte ravvisò la presenza nel comunicato congiunto di un impegno a negoziare e a stipulare un accordo ulteriore, trattandosi quindi di un mero pactum de contrahendo inidoneo a produrre automaticamente effetti vincolanti.

  •  Le fonti del diritto internazionale: in particolare, i trattati: competenza a stipulare

     

    • Legge 5 giugno 2003, n. 131

      Disposizioni per l'adeguamento dell'ordinamento della Repubblica alla legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3. La legge reca disposizioni di attuazione delle norme contenute nel titolo V della Costituzione così come modificate dalla legge costituzionale n. 3 del 2001. Con riferimento all'adattamento agli accordi internazionali nelle materie di competenza regionale (in rif. all'art. 117, comma 5, Cost. -v. il testo nella cartella Testi normativi di riferimento generale), v. l'art. 6, primo comma, della legge; con riferimento al potere sostitutivo in caso di mancato rispetto di norme o trattati internazionali o della normativa comunitaria (rectius: dell'Unione europea) di cui all'art. 120, secondo comma, Cost, v. l'art. 8, primo e secondo comma, della legge.

    • Corte costituzionale, sent. 22 ottobre 2010, n. 299, Pres. Cons. Ministri c. Regione Puglia

      La sentenza afferma che la competenza delle regioni a dare attuazione nelle materie di competenza regionale agli accordi internazionali, deve essere esercitata nel rispetto delle norme di procedura poste con legge dello Stato, e segnatamente della l. 5 giugno 2003, n. 131. In particolare, le regioni non possono dare attuazione con propria legge a convenzioni internazionali ricadenti nelle materie di cui all'art. 80 della Costituzione senza che sia stata emanata una preventiva legge statale di autorizzazione alla ratifica, dato che altrimenti violerebbero la competenza legislativa esclusiva dello Stato al riguardo.

    • Corte costituzionale italiana, sentenza 6 dicembre 2004, n. 379, Presidente del Consiglio dei Ministri c. Regione Emilia-Romagna

      La sentenza tratta della competenza a stipulare delle regioni, a seguito della riforma del Titolo V della Costituzione operata con l. cost. n. 3/2001. In particolare, la sentenza esclude che possano considerarsi violate le prerogative del Presidente della Repubblica ai sensi dell'art. 87 della Costituzione, nella parte in cui prevede come sua competenza la ratifica dei trattati internazionali, in presenza di un accordo stipulato in forma semplificata dalla Regione, purché ciò sia avvenuto nei casi e con le forme previste da leggi dello Stato (in base all'art. 117, ultimo comma, Cost.) e l'accordo non ricada in una delle materie contemplate dall'art. 80 cost.

    • Corte costituzionale, sent. 22 maggio 1987, n. 179, Pres. Cons. ministri c. Regione Puglia e altre

      La sentenza, anteriore alla riforma del Titolo V della Costituzione operata con l. cost. n. 3/2001, afferma che le attività di rilievo estero delle regioni, come, nella specie, la sottoscrizione di una dichiarazione di intenti con la Repubblica socialista del Montenegro concernente l'istituzione di una cooperazione in diverse materie di interesse regionale, sono in ogni caso subordinate al previo assenso del governo statale, in modo da consentire il controllo statale sulla conformità di tali iniziative agli indirizzi di politica internazionale dello Stato.

    • Corte internazionale di giustizia, sent. 10 ottobre 2002, Frontiera terrestre e marittima (Camerun c. Nigeria)

      La Corte internazionale di giustizia afferma la validità ed efficacia come accordo internazionale vincolante per le parti di una dichiarazione congiunta sottoscritta dai presidenti del Camerun e della Nigeria, a ciò non potendo opporsi da parte della Nigeria che il capo dello Stato avrebbe a tal fine necessitato della preventiva approvazione del proprio governo ovvero Consiglio supremo militare. La Corte infatti, con riferimento all'art. 46, par. 2 della Convenzione di Vienna del 1969 sul diritto dei trattati, rileva che la violazione lamentata di una norma interna sulla competenza a stipulare, benché riguardante una norma di importanza fondamentale, non poteva considerarsi evidente per la controparte ai sensi della norma in questione, posto che non poteva presumersene la conoscenza da parte di quest'ultima, avuto riguardo al fatto che il capo dello Stato figura tra gli organi individuati dall'art. 7, par. 2 della stessa convenzione come investiti di diritto dei pieni poteri.

    • Sentenza arbitrale, 31 luglio 1989, Delimitazione della piattaforma continentale Guinea-Bissau c. Senegal

      La sentenza arbitrale afferma che non possa ostare alla validità della conclusione di un accordo internazionale in forma semplificata la presunta violazione delle norme costituzionali interne di una delle parti contraenti, nella specie il Portogallo, che avrebbe imposto l'approvazione del trattato da parte dell'Assemblea nazionale, laddove al tempo della conclusione dell'accordo in questione era prassi che tali accordi fossero conclusi direttamente dal Presidente Salazar, il quale al tempo era il capo incontrastato del regime autoritario esistente nel paese, al punto che poteva considerarsi che l'altra parte, la Francia, avesse fatto affidamento in buona fede sulla valida conclusione dell'accordo.

    • Corte di cassazione, sez. un., sent. 22 marzo 1972, n. 867, Società Unione Manifatture c. Ministero delle Finanze

      La sentenza afferma l'ammissibilità per l'ordinamento italiano della conclusione di accordi in forma semplificata, i quali entrano in vigore per effetto della sola firma dei plenipotenziari senza necessità di un atto di ratifica, distinguendo nondimeno in proposito i casi contemplati dall'art. 80 Cost., nei quali è comunque necessario un atto del Parlamento diretto non già ad autorizzare la ratifica, dato che questa relativamente agli accordi conclusi in forma semplificata non ha luogo, bensì comunque ad approvare il contenuto dell'accordo internazionale.

  •  Le fonti del diritto internazionale: in particolare, i trattati: incompatibilità tra accordi internazionali.

     

    • Corte di giustizia delle Comunità europee, sent. 14 ottobre 1980, in causa 812/79, Burgoa

      La sentenza tratta della incompatibilità tra norme convenzionali, con specifico riferimento ai rapporti tra i Trattati istitutivi delle Comunità europee e gli accordi conclusi anteriormente all'entrata in vigore dei Trattati da Stati membri con Stati terzi. Rileva a questo riguardo la disposizione tuttora presente all'interno del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea (TFUE), all'art. 351 (già art. 307 TCE ed ancor prima, al tempo della sentenza in esame, art. 234 del Trattato CEE), che costituisce un esempio di clausola di subordinazione, in quanto riconosce la prevalenza delle disposizioni contenute in tali accordi in caso di contrasto con le norme dei Trattati. Nondimeno, si tratta di una subordinazione condizionata, in quanto la norma, al secondo comma, prevede l'obbligo per gli Stati membri che siano parti di tali accordi di attivarsi allo scopo di eliminare le incompatibilità riscontrate.

    • Corte di cassazione, sent. 22 marzo 1984, n. 1920, Lo Franco c. Quartiere generale delle forze armate terrestri del Sud Europa (N.A.T.O.) a Verona

      La sentenza affronta la problematica dell'incompatibilità tra norme convenzionali, con specifico riferimento ai rapporti intercorrenti tra il Protocollo multilaterale di Parigi del 20 agosto 1952 sullo statuto dei quartieri generali militari internazionali e l'accordo bilaterale tra la N.A.T.O. e l'Italia del 26 luglio 1961, relativo alla istituzione del Quartiere generale delle forze armate terrestri del Sud Europa della stessa N.A.T.O. a Verona. La sentenza risolve in via interpretativa l'incompatibilità riscontrata, ricostruendo in termini di integrazione e di complementarità i rapporti tra i due accordi.

  •  Le fonti del diritto internazionale: in particolare, i trattati: effetti nei confronti degli Stati terzi

     

    • Corte permanente di giustizia internazionale, sent. 7 giugno 1932, Zone franche dell'Alta Savoia e del paese di Gex (Svizzera c. Francia)

      La sentenza della Corte permanente di giustizia internazionale si è pronunciata sull'attitudine di una disposizione del Trattato di pace di Versailles del 1919, nel quale si prevedeva che la Francia dovesse assicurare il mantenimento di una zona franca nella porzione del territorio dell'Alta Savoia interposta tra il Cantone di Ginevra ed il restante territorio della Confederazione svizzera, a costituire un vero e proprio diritto a favore della Svizzera a godere della libertà di transito attraverso la porzione del territorio francese che ne derivava. La Corte permanente di giustizia internazionale, sulla base dell'insieme del testo e del contesto del Trattato di Versailles e delle circostanze nelle quali quest'ultimo e la nota formulata al riguardo dal Consiglio federale svizzero sono state redatte (cfr., in proposito, i criteri per l'interpretazione dei trattati basati sul c.d. metodo obiettivistico, di cui all'art. 31 della Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati) è giunta alla conclusione che con tali disposizioni le Potenze vincitrici del primo conflitto mondiale, parti contraenti del Trattato di Versailles, avessero voluto conferire alla Svizzera un vero e proprio diritto, che questa era pertanto legittimata a fare valere contro la successiva decisione unilaterale della Francia di sopprimere la zona franca in questione.

    • Corte permanente di giustizia internazionale, sentenza 17 agosto 1923, caso del vapore Wimbledon (Francia, Giappone, Gran Bretagna e Italia c. Germania)

      La sentenza affronta la questione dell'ambito soggettivo di efficacia dei trattati, con specifico riferimento ad una disposizione del Trattato di pace di Versailles (1919), la quale garantiva la libertà di transito attraverso il canale di Kiel a tutte le navi, anche battenti bandiera di uno Stato terzo, a condizione che si trattasse comunque di uno Stato che fosse in pace con la Germania. La sentenza appare pertinente per evidenziare la distinzione tra disposizioni contenute in un trattato le quali prevedano un diritto a favore di uno o più Stati terzi, del quale questi possano invocare il rispetto, e disposizioni le quali invece, come nel caso in esame, si limitano a creare una situazione materiale di vantaggio della quale possa beneficiare qualsiasi Stato, ma la cui eventuale violazione ad opera di una parte potrà essere fatta valere unicamente dalle altre parti contraenti che vi abbiano interesse.

    • Commissione di giuristi nominata dal Consiglio della Società delle Nazioni, parere 5 settembre 1920, Isole d'Aland (Svezia c. Finlandia)

      Il parere della commissione di giuristi nominata dal Consiglio della Società delle Nazioni riguarda l'efficacia di un accordo concluso nel 1856 dalla Russia con la Francia e la Gran Bretagna, nel quale la prima si era assunta l'obbligo di smilitarizzare le isole d'Aland, nei confronti della Finlandia e della Svezia, Stati terzi rispetto all'accordo. Se nei confronti della Finlandia l'efficacia dell'accordo poteva basarsi sulla successione di questa alla Russia nella sovranità sul territorio finlandese con l'acquisto dell'indipendenza, trattandosi di un accordo che aveva per oggetto di imporre obblighi relativi all'uso del territorio e come tale configurabile alla stregua di un trattato localizzabile soggetto alla regola della continuità, l'efficacia vincolante dell'accordo si imponeva nondimeno anche nei confronti della Svezia, dal momento che il trattato in questione aveva per oggetto di istituire un "regolamento positivo di interessi europei", posto nell'interesse collettivo di tutti i paesi interessati, i quali venivano pertanto ad essere legittimati ad invocarne il rispetto indipendentemente dalla propria partecipazione all'accordo. Sostanzialmente, come verrà poi chiarito nella sentenza della Corte permanente di giustizia internazionale del 1923 relativa al vapore Wimbledon (v.), al fine di accertare se un trattato internazionale sia per sua natura idoneo ad attribuire diritti autonomamente azionabili da parte di un paese terzo, come nella specie, piuttosto che mere situazioni materiali di vantaggio, occorre fare riferimento alla finalità materiale perseguita con l'accordo e alla natura dei rapporti giuridici che questo ha posto in essere.

  •  Le fonti del diritto internazionale: in particolare, i trattati: le riserve

     

    • Considerazioni del Comitato dei diritti umani delle Nazioni Unite del 28 luglio 1981, Fanali c. Italia

      Le considerazioni del Comitato dei diritti umani della Nazioni Unite riguardano la validità di una riserva apposta dall'Italia all'art. 14, par. 5 del Patto delle Nazioni Unite sui diritti civili e politici del 16 dicembre 1966. La riserva, che riguardava il diritto del condannato all'appello avverso le sentenze penali ed era volta ed escludere tale diritto in relazione alla specifica ipotesi dei procedimenti penali che si svolgono dinanzi alla Corte costituzionale contro il Presidente della Repubblica o singoli ministri o altre persone, come il ricorrente nel caso di specie, che siano imputate del medesimo reato, era stata apposta dall'Esecutivo in sede di ratifica senza essere stata prevista dalle Camere nella legge di autorizzazione alla ratifica stessa, adottata in base all'art. 80 Cost. Il Comitato dei diritti umani delle Nazioni Unite ha escluso che l'eventuale violazione del diritto interno derivante dall'apposizione da parte governativa di una riserva non contemplata dal Parlamento in sede di autorizzazione alla ratifica inficiasse la validità dell'apposizione della riserva sul piano internazionale.

    • Corte europea dei diritti umani, sent. 29 aprile 1988, Belilos c. Svizzera

      La Corte europea nella sentenza in esame si è pronunciata su di una dichiarazione interpretativa adottata dalla Svizzera all'atto della ratifica della Convenzione europea dei diritti umani, la quale comportava un'interpretazione restrittiva dell'art. 6, par. 1 della Convenzione stessa. La Corte ha ritenuto che la dichiarazione fosse da interpretarsi alla luce dei suoi effetti concreti e non già della sua denominazione, rilevando come questa avesse sostanzialmente per effetto di escludere dall'ambito di applicazione della norma determinate categorie di procedimenti e dovesse pertanto considerarsi equivalente ad una riserva eccettuativa, la cui ammissibilità doveva essere valutata alla luce della disciplina restrittiva recata in proposito dall'art. 64 (nel testo attualmente vigente art. 57) della Convenzione europea. Quest'ultima norma ammette infatti le riserve unicamente nella misura in cui siano giustificate dalla presenza di una legge interna contrastante con una disposizione della Convenzione, ponendo in capo allo Stato riservatario l'onere di corredare la riserva di un'esposizione del contenuto della legge in questione.

    • Sentenza arbitrale del 30 giugno 1977, Delimitazione della Piattaforma continentale nel Canale della Manica (Regno Unito c. Francia)

      La sentenza arbitrale si pronuncia sugli effetti di un'obiezione sollevata dal Regno Unito ad una riserva apposta dalla Francia all'art. 6 della Convenzione di Ginevra del 29 aprile 1958 sulla piattaforma continentale (sulla questione della conformità di tale regola al diritto internazionale consuetudinario v. già, tra i materiali inseriti in precedenza, Corte internazionale di giustizia, sent. 20 febbraio 1969, Piattaforma continentale del Mare del Nord). Non comportando l'obiezione del Regno Unito alla riserva apposta dalla Francia la manifestazione della volontà di non ritenersi vincolato dalla Convenzione nei confronti della Francia ove questa non avesse ritirato la riserva oggetto dell'obiezione, il tribunale arbitrale ha ritenuto che la disposizione oggetto della riserva dovesse considerarsi applicabile nei rapporti tra i due Stati nella misura risultante dalla riserva stessa. La sentenza riprende la soluzione codificata nell'art. 21, par. 3, della Convenzione di Vienna del 1969 sul diritto dei trattati per il caso di obiezione che non sia netta, vale a dire, che, come nella specie su cui si è pronunciato il tribunale arbitrale, non esprima la volontà dello Stato obiettante di opporsi all'entrata in vigore del trattato nei rapporti con lo Stato autore della riserva ove quest'ultimo non ritiri la riserva stessa.

    • Corte internazionale di giustizia, parere 28 maggio 1951, Riserve alla convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio

      Il parere della Corte internazionale di giustizia, nel pronunciarsi sull'ammissibilità di riserve alla convenzione delle Nazioni Unite del 1948 sulla prevenzione e la repressione del crimine di genocidio, sottolinea il carattere peculiare degli accordi internazionali volti alla tutela dei diritti umani ed alla repressione dei crimini internazionali, affermando che in relazione a tali trattati non vengono in considerazione interessi particolari dei singoli Stati che ne sono parti, bensì un interesse comune, proprio di tutti e ciascuno dei contraenti, alla realizzazione dei fini propri della convenzione. L'affermazione si ricollega alla distinzione sistematica tra trattati-contratto (Vertrag-Vertraege nella terminologia tedesca), basati su di un rapporto sinallagmatico e su obblighi reciproci tra le parti, e trattati normativi o istitutivi di regimi obiettivi (Vereinbarung-Vereinbarungen nella terminologia tedesca), che, per l'appunto, presuppongono un interesse comune a istituire una disciplina comune della materia che ne forma oggetto, posta a garanzia di valori condivisi da tutte le parti del trattato.

  •  Le fonti del diritto internazionale: in particolare, i trattati: l'interpretazione

     

    • Corte di giustizia delle Comunità europee, sent. 31 marzo 1971, in causa 22/70, Accordo europeo sul trasporto di merci su strada (AETS)

      La Corte di giustizia delle Comunità europee (ora, a seguito del Trattato di Lisbona, Corte di giustizia dell'Unione europea), ha fatto riferimento alla teoria dei poteri impliciti per giustificare l'attribuzione alla allora Comunità economica europea (ora, come sopra, all'Unione europea) del potere di concludere accordi internazionali con Stati terzi od organizzazioni internazionali anche al di là delle ipotesi in cui tale potere le è espressamente conferito dal Trattato istitutivo. La Corte di giustizia ha desunto tale potere dalle disposizioni che regolano la competenza interna (vale a dire, ad adottare atti di diritto derivato) nella materia considerata, argomentando che per le inevitabili ricadute dell'esercizio di tale competenza su rapporti coinvolgenti anche Stati terzi, essa in tanto potesse essere efficacemente esercitata in quanto fosse accompagnata da una parallela competenza esterna nella stessa materia.

    • Corte internazionale di giustizia, parere 13 luglio 1954, Efficacia delle sentenze del Tribunale amministrativo delle Nazioni Unite

      Il parere della Corte internazionale di giustizia, ponendosi sulla scia del precedente parere del 1949 sulla Riparazione dei danni subiti al servizio delle Nazioni Unite (v.), fa riferimento alla teoria dei poteri impliciti per giustificare il riconoscimento all'Organizzazione del potere di istituire un tribunale amministrativo, competente a giudicare delle controversie derivanti dai contratti di servizio intercorsi tra l'Organizzazione e i membri del suo personale. In particolare, la Corte desume l'esistenza di tale potere dall'assenza di alcuna disposizione nella Carta che conferisca competenza in proposito ad alcuno degli organi principali dlele Nazioni Unite e, al tempo stesso, dalla norma dell'art. 105 della Carta, che garantisce l'immunità giurisdizionale dell'Organizzazione di fronte ai giudici nazionali, giungendo alla conclusione che la Carta, alla luce dei principi che essa stessa enuncia, non può considerarsi aver voluto creare una situazione nella quale i membri del proprio personale restino sprovvisti di qualsiasi tutela giurisdizionale relativamente ai diritti che si basino sul rapporto di servizio con l'Organizzazione.

    • Corte internazionale di giustizia, parere 11 aprile 1949, Riparazione dei danni subiti al servizio delle Nazioni Unite

      Il parere consultivo, al quale già si è fatto riferimento a proposito della soggettività internazionale delle organizzazioni internazionali (v. supra, nella cartella "gli altri soggetti del diritto internazionale"), fa riferimento alla teoria dei poteri impliciti per affermare che, quantunque la Carta delle Nazioni Unite, così come non conferisce espressamente all'Organizzazione la personalità giuridica di diritto internazionale, nemmeno preveda la sua capacità di proporre un reclamo internazionale, nondimeno tale capacità debba ritenersi rientrare implicitamente nei poteri che la Carta stessa ha conferito agli organi dell'Organizzazione, essendo necessario al fine di consentire l'efficace ed autonomo esercizio di tali poteri che l'Organizzazione disponga della capacità di presentare i reclami internazionali che l'esercizio delle sue funzioni renda necessari.

    • Corte europea dei diritti umani, sent. 21 novembre 2001, Al Adsani c. Regno Unito

      La sentenza afferma che il riconoscimento da parte delle corti inglesi dell'immunità giurisdizionale del Kuwait per atti commessi iure imperii non comporta una limitazione sproporzionata del diritto di accesso alla giustizia garantito dall'art. 6, par. 1 della Convenzione europea dei diritti umani. Secondo la maggioranza dei giudici della Corte europea, infatti, per quanto gli atti iure imperii oggetto della domanda giudiziale consistessero in crimini internazionali in quanto configuranti atti di tortura, ciò non costituiva, in base alle regole di diritto internazionale generale in materia di immunità degli Stati dalla giurisdizione delle quali occorre tenere conto nel procedere ad un'interpretazione sistematica dell'art. 6, par. 1 della Convenzione europea, un elemento atto a giustificare un'eccezione all'operare dell'immunità giurisdizionale in relazione ad atti posti in essere nell'esercizio della potestà d'imperio dello Stato estero.

    • Corte europea dei diritti umani (Grande camera), decisione 12 dicembre 2001, Bankovic et al. c. Belgio e altri 16 Stati contraenti

      La decisione, nel pronunciarsi sull'interpretazione dell'espressione "giurisdizione" di cui all'art. 1 della Convenzione europea dei diritti umani al fine di stabilire se le vittime civili dei bombardamenti N.A.T.O. in Kosovo nel 1999 potessero considerarsi ricadere nella sfera di controllo degli Stati contraenti della Convenzione europea che avevano partecipato all'azione e di potere conseguentemente ritenere applicabili le garanzie offerte dalla Convenzione stessa, fa riferimento ai criteri interpretativi contenuti nell'art. 31 della Convenzione di Vienna del 1969 sul diritto dei trattati, assumendone, come già nella sentenza relativa al caso Golder (v.), la conformità al diritto internazionale consuetudinario. In particolare, la Corte europea si sofferma sulla regola di cui all'art. 31, par. 3, lettera c) della Convenzione di Vienna, la quale prevede che nell'interpretazione dei trattati debba tenersi conto, oltre che degli altri elementi indicati alle lettere precedenti della stessa disposizione, di ogni regola pertinente di diritto internazionale applicabile nei rapporti tra le parti, osservando in proposito che i principi propri della Convenzione europea non possano essere interpretati nel vuoto, dovendo anzi la Convenzione essere interpretata nella misura del possibile in armonia con gli altri principi propri del diritto internazionale, del quale essa fa parte.

    • Corte internazionale di giustizia, sent. 13 luglio 2009, Controversia relativa a diritti di navigazione e a diritti connessi (Costa Rica c. Nicaragua)

      La sentenza sottolinea l'importanza della prassi tenuta dalle parti contraenti successivamente alla conclusione di un trattato internazionale al fine di risolvere questioni relative all'interpretazione del trattato stesso che non possano essere risolte unicamente sulla base del testo e del contesto del trattato, come previsto dall'art. 31, par. 3, lett. b) della Convenzione di Vienna del 1969 sul diritto dei trattati, che deve intendersi corrispondente al diritto internazionale consuetudinario. Il riferimento alla prassi successiva delle parti appare particolarmente pertinente per risolvere questioni interpretative che si pongano relativamente a trattati conclusi in epoca alquanto risalente, come il trattato relativo al regime del fiume San Juan concluso tra Nicaragua e Costa Rica nel lontano 1858, che formava oggetto della sentenza della Corte internazionale di giustizia, al fine di pervenire ad un'interpretazione che sia maggiormente rispondente agli interessi ed alle aspettative correnti delle parti piuttosto che a quelli eventualmente ravvisabili con riferimento al tempo in cui il trattato venne concluso.

    • Corte d'appello dell'Ontario (Canada), sent. 10 febbraio 1984, Regina v. Palacios

      La sentenza, nel pronunciarsi sull'interpretazione dell'art. 39 della Convenzione di Vienna del 18 aprile 1961 sulle relazioni diplomatiche, si ispira al metodo obiettivistico nell'interpretazione dei trattati, che si trova riflesso anche nella disposizione dell'art. 31 della Convenzione di Vienna del 1969 sul diritto dei trattati, in base al quale le disposizioni di un trattato devono essere interpretate alla luce del loro oggetto e del loro scopo, costituito, nel caso della Convenzione di Vienna del 1961, dall'affermare e garantire i privilegi e le immunità diplomatiche.

    • Corte europea dei diritti umani, sent. 21 febbraio 1975, Golder c. Regno Unito

      La sentenza, nel pronunciarsi sull'interpretazione dell'art. 6, par. 1, della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali del 4 novembre 1950, fa riferimento alle regole in materia di interpretazione dei trattati contenute nella Convenzione di Vienna del 1969 sui diritto dei trattati (artt. 31-33), considerandole applicabili anche relativamente ad una convenzione conclusa anteriormente all'entrata in vigore di quest'ultima (ed in deroga, formalmente, alla regola dell'irretroattività affermata nel suo art. 4), in quanto corrispondenti alle regole di diritto internazionale consuetudinario in materia di interpretazione dei trattati.

  •  Le fonti del diritto internazionale. In particolare: le cause di invalidità dei trattati

     

    • Corte internazionale di giustizia, sent. 15 giugno 1962, Cambogia c. Thailandia, caso del Tempio di Préah Vihéar

      La sentenza si sofferma sull'errore essenziale come causa di invalidità dei trattati. In particolare, con riferimento ad un trattato concluso il 13 febbraio 1904 tra la Francia, che esercitava il dominio coloniale sull'Indocina, e il Regno del Siam, odierna Thailandia, si trattava di accertare se questo fosse viziato da errore nella parte in cui, nel determinare il confine tra l'Indocina, nella parte corrispondente al territorio dell'odierna Cambogia, e il Siam, aveva deviato dalla linea determinata secondo certi riferimenti naturalistici fissati nel trattato stesso facendo ricadere l'area su cui insisteva il tempio di Préah Vihéar nel territorio indocinese anziché in quello siamese. La Corte internazionale di giustizia ritenne che nella specie non potesse essere invocato il vizio dell'errore, dal momento che lo Stato contraente che lo eccepiva non poteva affermare di non essere stato al corrente dell'intenzione della controparte di determinare il confine in tal modo nell'area interessata, risultando ciò chiaramente dai lavori di una Commissione mista nominata dalle due parti al fine di concretamente determinare il confine in base all'accordo, non sussistendo quindi i presupposti della non riconoscibilità dell'errore al momento della conclusione dell'accordo e dell'assenza di contributo al suo verificarsi ad opera della parte che lo invoca.

    • Corte distrettuale di Arnhem (Paesi Bassi), 17 gennaio 1952, caso Maenner (accordo relativo alla cessione dei Sudeti)

      La sentenza si sofferma sulla violenza come causa di invalidità dei trattati, con specifico riferimento al trattato tra la Germania e la Cecoslovacchia del 20 novembre 1938 relativo alla cessione del territorio dei Sudeti, per effetto del quale i cittadini cecoslovacchi residenti nel territorio in questione avevano acquisito la cittadinanza tedesca, con la conseguenza materiale di non poter beneficiare, in base alla legge dei Paesi Bassi relativa alla riparazione dei danni di guerra, delle misure di ristoro stabilite dalla legge stessa. La corte distrettuale olandese alla quale l'attore si era rivolto ritenne invalido il trattato in questione in quanto esso era stato concluso sotto la minaccia della violenza bellica nei confronti della Repubblica cecoslovacca, con conseguente venir meno della cittadinanza tedesca conferita all'attore in virtù del trattato stesso. La sentenza venne peraltro rovesciata in appello, osservandosi in quella sede che la Cecoslovacchia aveva dato esecuzione all'accordo e non ritenendosi pienamente provata l'esistenza di una regola di diritto internazionale generale per la quale debbano considerarsi nulli gli accordi conclusi sotto costrizione, essendo nella prassi sovente gli accordi di cessione di territorio conclusi attraverso pesanti pressioni o l'uso della forza bellica.

    • Divisione giudiziaria del Consiglio per il ripristino dei diritti, sent. 29 giugno 1956, Ratz-Lienert, Klein c. Istituto Beheers

      La sentenza, come le precedenti della Corte distrettuale e della Corte d'appello di Arnhem rispettivamente del 17 gennaio e del 18 novembre 1952 (v. in questa stessa cartella), concerne la validità del trattato di Berlino del 20 novembre 1938 tra la Germania e la Cecoslovacchia, per il quale, a seguito della cessione del territorio dei Sudeti al Reich tedesco, gli abitanti di tale territorio avevano acquistato la cittadinanza tedesca. Diversamente dalle conclusioni alle quali era pervenuta la Corte d'appello di Arnhem nella sentenza da ultimo ricordata, la Divisione giudiziaria della Commissione per il ripristino dei diritti olandese ritenne invalido il trattato in questione, in quanto concluso sotto costrizione esplicita, ineludibile ed illecita, dal momento che la Cecoslovacchia aveva accettato di divenire parte al trattato solo dopo aver dovuto subire la cessione del territorio dei Sudeti alla Germania, impostale per effetto dell'accordo di Monaco del 29 settembre 1938 intervenuto tra la Germania, l'Italia, la Gran Bretagna e la Francia e attuata sotto la minaccia dell'invasione bellica.

    • Corte internazionale di giustizia, sent. 2 febbraio 1973, Regno Unito c. Islanda e Rep. fed. di Germania c. Islanda (Giurisdizione sulle zone di pesca)

      La sentenza tratta della violenza come causa di invalidità dei trattati, con specifico riferimento ad un accordo concluso tra il Regno Unito e l'Islanda in merito alla delimitazione delle zone di pesca nel Mare del Nord, del quale l'Islanda affermava l'invalidità per essere stato concluso sotto la minaccia dell'uso della forza bellica. Nella specie, essendo l'accordo stato concluso in esito ad una fase di tensione tra i due Stati, nella quale il Regno Unito aveva posto in essere misure di intimidazione mediante il dispiegamento della flotta militare britannica, la Corte internazionale di giustizia ha ritenuto nondimeno che l'Islanda non avesse adeguatamente suffragato l'eccezione del vizio di violenza con prove atte a dimostrare la effettiva incidenza degli atti di intimidazione in questione sulla determinazione della volontà dell'Islanda di concludere l'accordo, che al contrario risultava invece negoziato su di un piano di perfetta parità tra i due Stati.

  •  Le fonti del diritto internazionale. In particolare: lo ius cogens

     

    • Corte permanente di giustizia internazionale, sent. 12 dicembre 1934, Oscar Chinn, opinione individuale del giudice Schuecking

      L'opinione individuale in questione costituisce una delle prime affermazioni dell'esistenza di un nucleo di regole di diritto internazionale generale le quali non possono essere derogate dalla volontà delle parti, con conseguente invalidità di ogni accordo che contenesse statuizioni contrastanti con tali regole. L'opinione individuale in questione trae spunto a tal fine dalla norma dell'art. 20 del Patto della Società delle Nazioni, che prevede l'obbligo per gli Stati contraenti di non contrarre per il futuro tra di loro obblighi incompatibili con le disposizioni del Patto, affermando che sarebbe da considerarsi implicita nella volontà stessa degli Stati di porre in essere la Società delle Nazioni e di promuovere al suo interno un'attività di codificazione del diritto internazionale l'intenzione di convenire determinate regole giuridiche con l'effetto che esse non possano essere derogate tramite l'accordo di alcune parti soltanto.

    • Corte costituzionale tedesca, sent. 7 aprile 1965, Valutazione degli stranieri per la tassazione di guerra

      La sentenza della Corte costituzionale tedesca fa riferimento alla regola dell'art. 25 della Legge fondamentale (Grundgesetz) tedesca, concernente l'adattamento del diritto tedesco alle regole di diritto internazionale, osservando che la norma, nel prevedere l'adattamento a tali regole nella misura in cui esse siano da considerarsi valide ai sensi del diritto internazionale stesso, per implicazione non può consentire la produzione di effetti in Germania a regole contenute in accordi internazionali che siano in contrasto con norme di diritto internazionale generale inderogabili. A questo riguardo, la Corte osserva come soltanto poche regole giuridiche di importanza fondamentali siano da considerarsi provviste di tale carattere inderogabile, dovendo trattarsi di regole che siano profondamente radicate nel convincimento della comunità degli Stati e che siano indispensabili per l'esistenza stessa di un ordinamento giuridico internazionale.

    • Tribunale penale internazionale per i crimini commessi nell'ex-Jugoslavia (Camera di prima istanza), sent. 10 dicembre 1998, Furundzija

      La sentenza si sofferma sulla definizione della tortura come crimine internazionale, affermando la natura del divieto di tortura quale norma imperativa di diritto internazionale ovvero di ius cogens. Secondo quanto affermato dal Tribunale, la norma di diritto internazionale generale che vieta la commissione di atti di tortura, oltre a presentare carattere inderogabile, si presenta idonea a far sorgere obblighi erga omnes, nel senso che la violazione di tale obbligo da parte di un qualsiasi soggetto di diritto internazionale costituisce al tempo stesso una violazione del corrispondente diritto a che l'obbligo sia rispettato del quale sono titolari tutti i membri della comunità internazionale, con la conseguenza che ciascuno di essi ha diritto di richiedere il rispetto di tale obbligo ovvero la cessazione della sua violazione.

    • Corte internazionale di giustizia, sent. 3 febbraio 2006, Attività armate nel territorio del Congo (nuovo ricorso, 2002, Rep. dem. Congo c. Rwanda, competenza e ricevibilità)

      La sentenza, già citata a proposito della irretroattività dell'applicazione delle disposizioni della Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati che non siano corrispondenti a norme di diritto internazionale generale (v. supra, nella cartella "le fonti del diritto internazionale: in particolare, i trattati"), ha escluso la corrispondenza al diritto internazionale generale dell'art. 66 della Convenzione di Vienna, il quale consente di sottoporre alla Corte internazionale di giustizia le controversie tra Stati parti della Convenzione in merito al contrasto di un trattato internazionale con una norma di ius cogens ai sensi degli articoli 53 o 64 della Convenzione di Vienna. Conseguentemente, constatato che l'art. 66 della Convenzione non si può applicare retroattivamente rispetto a un trattato, la Convenzione sulla prevenzione e repressione del crimine di genocidio del 1948, concluso in epoca anteriore all'entrata in vigore della Convenzione di Vienna, la Corte ha escluso che il carattere di ius cogens delle norme la cui applicazione veniva in considerazione potesse di per sé giustificare l'affermazione della competenza della Corte in assenza di un'adeguata manifestazione del consenso di entrambi gli Stati parti della controversia a sottoporsi alla giurisdizione della Corte stessa.

    • Corte internazionale di giustizia, sent. 3 febbraio 2012, Immunità giurisdizionali dello Stato (Germania c. Italia)

      La sentenza della Corte internazionale di giustizia, relativa all'immunità giurisdizionale della Germania dalle azioni risarcitorie proposte davanti ai giudici italiani dalle vittime e da parenti delle vittime dei crimini commessi dalle forze armate tedesche in territorio italiano durante la seconda guerra mondiale, ha negato, ritenendo non conforme al diritto internazionale l'orientamento in proposito adottato dalla Corte di cassazione italiana, che il carattere di ius cogens delle norme violate dagli atti che davano origine alle azioni risarcitorie in questione potesse comportare, in assenza di una specifica regola di carattere consuetudinario che lo prevedesse, un'eccezione all'applicazione delle regole generali di diritto internazionale consuetudinario che prevedono l'immunità giurisdizionale degli Stati esteri rispetto ad azioni giudiziarie concernenti atti posti in essere iure imperii, vale a dire nell'esercizio della potestà d'imperio dello Stato estero, come gli atti pur qualificabili alla stregua di crimini internazionali che formavano oggetto delle azioni in questione. La Corte ha inoltre negato che tra le une e le altre norme potesse configurarsi un reale contrasto, dato che esse avevano un carattere diverso, procedurale le norme consuetudinarie in materia di immunità giurisdizionale dello Stato estero, sostanziale le norme di ius cogens che vietando la commissione di crimini internazionali tutelano i diritti fondamentali della persona umana.

  •  Le fonti del diritto internazionale. In particolare: le cause di estinzione dei trattati

     

    • Corte di cassazione, sez. un., sent. 8 novembre 1971, n. 3147, Lanificio Branditex c. S.a.r.l. Azais & Vidal

      La sentenza della Corte di cassazione si pronuncia sulla rilevanza dello stato di guerra come causa di estinzione ovvero di sospensione dei trattati. La Cassazione fa riferimento in proposito all'esigenza di valutare se, alla luce dell'oggetto e dello scopo del trattato, il suo mantenimento in vigore sia o meno incompatibile con lo stato di guerra sopravvenuto tra le parti e, in particolare, se l'eventuale incompatibilità presenti carattere irreversibile o, viceversa, solamente temporaneo. Con riferimento al caso di un accordo, la Convenzione di Ginevra del 24 settembre 1923, concernente la disciplina dell'arbitrato nelle controversie commerciali internazionali, la Cassazione ha ritenuto che, seppure il sopravvenire dello stato di guerra tra le parti, avvenuto con la dichiarazione di guerra dell'Italia nei confronti della Francia durante la seconda guerra mondiale, giustificasse una sospensione dell'efficacia del trattato tra le parti in conflitto, nondimeno le vicende belliche intercorse non pregiudicassero la ripresa dell'esecuzione del trattato una volta cessate le ostilità al termine del conflitto e ripresi i normali rapporti internazionali tra le parti.

    • Corte internazionale di giustizia, sent. 25 settembre 1997, Progetto Gabcikovo-Nagymaros (Ungheria c. Slovacchia)

      La sentenza, oltre ai profili relativi alla successione degli Stati nei trattati (sui quali v. nella cartella relativa), si sofferma sulle cause di estinzione dei trattati, con particolare riferimento all'inadempimento da parte di una delle parti del trattato. Nella specie, trattandosi di un trattato concluso nel 1977 tra l'Ungheria e la allora esistente Repubblica cecoslovacca per la costruzione di un sistema di dighe sul Danubio nel tratto ricompreso tra i territori dei due Stati, si poneva la questione se la sospensione dei lavori da parte dell'Ungheria, da questa giustificato per ragioni legate a difficoltà finanziarie, potesse essere invocata dalla Cecoslovacchia quale inadempimento atto a giustificare, a titolo di contromisura, l'adozione da parte di quest'ultima di una variante unilaterale al progetto.

    • Corte internazionale di giustizia, sent. 25 settembre 1997, Ungheria c. Slovacchia, Progetto Gabcikovo-Nagymaros (dighe sul Danubio) (segue)

      La sentenza della Corte internazionale di giustizia, oltre a soffermarsi sul profilo dell'inadempimento come causa di estinzione dei trattati (v. supra, in questa stessa cartella) si è soffermata altresì sui presupposti delle ulteriori cause di estinzione dei trattati costituite dall'impossibilità sopravvenuta dell'esecuzione del trattato e dal mutamento fondamentale delle circostanze esistenti al momento della conclusione del trattato (c.d. clausola "rebus sic stantibus"). Con riferimento alla prima, la Corte ha negato che potesse comportare una effettiva impossibilità sopravvenuta dell'esecuzione il mero sopravvenire di difficoltà finanziarie di uno Stato parte, per quanto gravi. Con riferimento alla seconda, la Corte ha negato che, in relazione all'oggetto del trattato, che comportava l'esecuzione di opere di carattere idraulico a scopo di produzione di energia e di miglioramento delle vie navigabili, potessero comportare un mutamento fondamentale delle circostanze che avevano determinato il consenso delle parti ad obbligarsi i mutamenti di carattere politico avvenuti nei due Stati successivamente alla conclusione del trattato.

    • Corte di giustizia delle Comunità europee, sent. 16 giugno 1998, in causa C-162/96, Racke

      La sentenza si sofferma sulla clausola rebus sic stantibus come causa di estinzione dei trattati, consistente nel mutamento fondamentale delle circostanze esistenti al momento della conclusione del trattato. Nella specie, trattandosi di un accordo commerciale concluso dalla Comunità europea con la disciolta Repubblica socialista federativa di Jugoslavia, la Corte di giustizia ha ritenuto che lo smembramento della ex Jugoslavia con la conseguente formazione di nuovi Stati sul suo territorio, avvenuta a seguito di una prolungata fase di conflittualità, costituissero un mutamento fondamentale delle circostanze esistenti al momento della conclusione dell'accordo, tale da inficiarne l'applicazione.

  •  Le fonti del diritto internazionale. In particolare: la successione degli Stati nei trattati

     

    • Convenzione sulla successione degli Stati nei trattati (Vienna, 23 agosto 1978)

      Testo ufficiale in lingua inglese, pubblicato in United Nations Treaty Series, vol. 1946 - I - n. 33356. Vedere in particolare gli articoli 12, 16 e 34.

    • Parere della Commissione arbitrale mista istituita dalla Conferenza per la pace in Jugoslavia (c.d. Commissione Badinter), 11 gennaio 1992, n. 3.

      Il parere afferma il principio dell'intangibilità delle frontiere, basato sulla regola uti possidetis iuris, in relazione ad una successione di Stati come verificatasi nel territorio della ex-Jugoslavia, per effetto della quale i nuovi stati sorti sul territorio della ex Repubblica socialista federativa di Jugoslavia dovevano ritenersi tenuti al rispetto dei confini interni precedentemente stabiliti tra le diverse componenti territoriali della disciolta Repubblica, confini i quali, per effetto dell'autonoma sovranità acquistata dai nuovi Stati sorti sulle rispettive porzioni del territorio del precedente Stato unitario, venivano pertanto ad assumere valenza di frontiere dal punto di vista del diritto internazionale.

    • Corte internazionale di giustizia, sent. 25 settembre 1997, Ungheria c. Slovacchia, Progetto Gabcikovo-Nagymaros (dighe sul Danubio)

      La sentenza riguarda il regime della successione degli Stati nei trattati, con particolare riferimento alla determinazione del carattere localizzabile di un trattato, con conseguente applicazione della regola della continuità. Nella specie, la Corte ha affermato il carattere localizzabile di un trattato relativo alla realizzazione di un progetto comportante l'utilizzazione delle acque del Danubio e la parziale deviazione del relativo corso d'acqua a scopo di produzione di energia e di creazione di un nuovo canale navigabile, in quanto inerente alle modalità d'uso di una porzione di territorio, ritenendo conseguentemente subentrata la Slovacchia alla disciolta Repubblica Cecoslovacca nel trattato che questa aveva concluso con l'Ungheria.

    • Dichiarazione unilaterale del Tanganica inviata il 9 dicembre 1961 al Segretario generale delle Nazioni Unite

      Con tale dichiarazione il Tanganica aveva manifestato la volontà di accollarsi gli obblighi di carattere convenzionale contratti dal Regno Unito con altri Stati nel periodo in cui il Tanganica era stato sottoposto al suo dominio coloniale, con ciò esprimendo unilateralmente la volontà di derogare all'applicazione della regola della tabula rasa. Tale dichiarazione, oltre ad essere subordinata alla condizione della reciprocità, non potendo produrre effetto che nei confronti di quegli Stati parti degli accordi interessati che reciprocamente intendessero ritenersi vincolati nei confronti del Tanganica, prevedeva un termine di due anni, entro il quale i trattati che non avessero formato oggetto di nuovi accordi volti alla loro modifica o abrogazione sarebbero stati considerati estinti salvo che, in base alle regole di diritto internazionale generale, dovessero considerarsi ad altro titolo ancora in vigore. La dichiarazione in questione ha inaugurato una prassi, detta del periodo di riflessione, seguita poi da altri Stati in circostanze analoghe.

    • Corte d'appello di Roma, sent. 17 ottobre 1980, Bottali

      La sentenza, relativa all'applicabilità nei rapporti tra l'Italia e l'India di una convenzione bilaterale di estradizione conclusa tra l'Italia e il Regno Unito il 5 febbraio 1873 in considerazione del fatto che al momento della sua conclusione il Regno Unito esercitava il suo dominio coloniale sul territorio indiano, esamina gli strumenti attraverso i quali, in deroga alla regola generale della tabula rasa, gli accordi conclusi dalla madrepatria durante il periodo coloniale possono continuare a trovare applicazione nei confronti degli Stati sorti dalla decolonizzazione, osservando che i meri accordi di devoluzione intervenuti a tal fine tra la ex potenza coloniale e gli Stati di nuova indipendenza siano, in quanto res inter alios acta, di per sé inopponibili alle controparti con le quali la potenza coloniale si era obbligata, salvo intervenga una notificazione di successione, ove si tratti di un trattato multilaterale aperto, ovvero, ove, come nel caso di specie, si tratti di un trattato bilaterale, un accordo apposito, solitamente concluso in forma semplificata mediante un mero scambio di note, nel quale lo Stato subentrante e la controparte manifestano la volontà di continuare ad applicare il trattato. Conseguentemente, la Corte d'appello di Roma ritenne che in assenza di tali passi formali come pure di un comportamento concludente che indicasse in modo non equivoco la volontà delle parti di ritenersi obbligate dall'accordo, questo non potesse considerarsi applicabile nei rapporti tra l'Italia e lo stato successore.

  •  L'adattamento dell'ordinamento statale al diritto internazionale. In particolare: l'adattamento al diritto internazionale generale

     

    • Corte costituzionale, sent. 18 giugno 1979, n. 48, Russell

      La sentenza della Corte costituzionale, nell'affermare che l'adattamento dell'ordinamento italiano alle norme del diritto internazionale generale operato in via permanente ad automatica dall'art. 10, 1° comma Cost. è suscettibile di incontrare un limite nei casi in cui tali regole entrino in contrasto con i principi fondamentali dell'ordinamento costituzionale italiano, nondimeno limita la portata di tale sindacato di compatibilità alle norme di diritto internazionale generale che vengano a formarsi dopo l'entrata in vigore della Costituzione, distinguendo in proposito la posizione di quelle regole - come quelle concernenti le immunità giurisdizionali degli agenti diplomatici - che indiscutibilmente si siano formate anteriormente e siano state regolarmente osservate nell'ordinamento italiano già da tempo anteriore all'adozione della Carta costituzionale.

    • Corte costituzionale, sent. 22 ottobre 2014, n. 238, concernente l'immunità giurisdizionale degli Stati esteri in relazione alla commissione di crimini internazionali

      La sentenza della Corte costituzionale supera il precedente orientamento di cui alla sentenza del 12 giugno 1979, n. 48, Russell (v. supra, in questa cartella) per il quale il sindacato di compatibilità delle norme di diritto internazionale generale immesse nell'ordinamento dello Stato italiano tramite l'art. 10, 1° comma della Costituzione con i principi generali della stessa carta costituzionale non si applica alle norme consuetudinarie, come quelle in materia di immunità tanto degli Stati quanto degli agenti diplomatici stranieri, formatesi da epoca anteriore alla Costituzione e regolarmente osservate dallo Stato italiano. Con particolare riferimento all'adattamento dell'ordinamento italiano alle regole consuetudinarie sull'immunità giurisdizionale degli Stati esteri così come interpretate dalla Corte internazionale di giustizia nella sentenza del 3 febbraio 2012 nella controversia Germania c. Italia (v. supra, nella cartella relativa allo ius cogens), la Corte costituzionale, se dapprima ha affermato di non poter sindacare l'interpretazione che di tali regole ha dato la Corte internazionale di giustizia (CIG), ha tuttavia poi proceduto ad un'autonoma interpretazione delle regole in questione, affermando che le regole stesse, così come interpretate dalla CIG nella sentenza in questione, non possano considerarsi corrispondere pienamente alle "regole del diritto internazionale generalmente riconosciute" per i fini dell'art. 10, 1° comma della Costituzione, se non nella misura in cui prevedano un'eccezione per il caso in cui gli atti imputabili allo Stato estero, benché posti in essere iure imperii, e cioè nell'esercizio della potestà d'imperio dello Stato, siano configurabili quali crimini internazionali, eccezione la cui sussistenza la CIG nella sentenza in questione aveva per l'appunto negato. Sulla base di tale assunto, la Corte costituzionale ha inoltre dichiarato l'illegittimità costituzionale della legge con la quale è stata data esecuzione nell'ordinamento dello Stato italiano allo Statuto delle Nazioni Unite, nella parte in cui si riferisce all'art. 94 dello Statuto stesso, che prevede l'obbligo per i membri delle Nazioni Unite che siano parti di una controversia innanzi alla CIG di conformarsi a quanto deciso dalla Corte nella propria sentenza, per quanto riguarda la sentenza del 3 febbraio 2012 nella causa in questione. Inoltre, la Corte ha altresì dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'art. 3 della legge 14 gennaio 2013, n. 5, con il quale erano state adottate delle specifiche disposizioni di adattamento dell'ordinamento interno dello Stato italiano volte a consentire l'esecuzione della sentenza in questione.

    • Corte internazionale di giustizia, sent. 3 febbraio 2012, Immunità giurisdizionali dello Stato (Germania c. Italia)

      La sentenza della Corte internazionale di giustizia, relativa all'immunità giurisdizionale della Germania dalle azioni risarcitorie proposte davanti ai giudici italiani dalle vittime e da parenti delle vittime dei crimini commessi dalle forze armate tedesche in territorio italiano durante la seconda guerra mondiale, ha negato, ritenendo non conforme al diritto internazionale l'orientamento in proposito adottato dalla Corte di cassazione italiana, che il carattere di ius cogens delle norme violate dagli atti che davano origine alle azioni risarcitorie in questione potesse comportare, in assenza di una specifica regola di carattere consuetudinario che lo prevedesse, un'eccezione all'applicazione delle regole generali di diritto internazionale consuetudinario che prevedono l'immunità giurisdizionale degli Stati esteri rispetto ad azioni giudiziarie concernenti atti posti in essere iure imperii, vale a dire nell'esercizio della potestà d'imperio dello Stato estero, come gli atti pur qualificabili alla stregua di crimini internazionali che formavano oggetto delle azioni in questione. La Corte ha inoltre negato che tra le une e le altre norme potesse configurarsi un reale contrasto, dato che esse avevano un carattere diverso, procedurale le norme consuetudinarie in materia di immunità giurisdizionale dello Stato estero, sostanziale le norme di ius cogens che vietando la commissione di crimini internazionali tutelano i diritti fondamentali della persona umana.

    • Legge 14 gennaio 2013, n. 5, Adesione della Repubblica italiana alla Convenzione delle Nazioni Unite sulle immunità giurisdizionali degli Stati e dei loro beni, nonché norme di adeguamento dell'ordinamento interno, art. 3

      La disposizione dell'art. 3 della legge n. 5/2013, la quale si inseriva accidentalmente nella legge che contiene l'autorizzazione all'adesione e l'ordine di esecuzione della Convenzione delle Nazioni Unite sulle immunità giurisdizionali degli Stati e dei loro beni, provvedeva all'adattamento del diritto interno non già alla Convenzione in questione, per il quale è sufficiente l'adattamento mediante procedimento speciale o per rinvio realizzato mediante l'ordine di esecuzione contenuto nell'art. 2 della stessa legge, bensì alla sentenza della Corte internazionale di giustizia del 3 febbraio 2012 relativa alla controversia Germania c. Italia, concernente l'immunità giurisdizionale della Germania relativamente alle azioni risarcitorie promosse innanzi ai giudici italiani per i danni derivanti dai crimini commessi dalla forze armate tedesche in territorio italiano durante la Seconda guerra mondiale (v. supra, in questa stessa cartella). A questo proposito, la norma intendeva superare l'ostacolo all'attuazione della sentenza della Corte internazionale di giustizia rappresentato dall'efficacia di cosa giudicata acquisita dalle sentenze con le quali la Corte di cassazione, negando l'immunità giurisdizionale della Germania in relazione a tali azioni (v. supra, in questa stessa cartella, sentenze relative ai casi Ferrini, del 2004, e Amministrazione provinciale della Vojotia, del 2008), aveva affermato l'esistenza della giurisdizione italiana a conoscere delle domande risarcitorie. La disposizione, pur discutibile per la fin troppo evidente riconducibilità alla fattispecie concreta dietro gli apparenti termini generali in cui è formulata, si proponeva di superare le incertezze nelle quali si erano imbattuti i giudici che avevano dovuto pronunciarsi nel merito di tali domande successivamente all'emanazione della sentenza della Corte internazionale di giustizia. La norma dell'art. 3 della legge 14 gennaio 2013, n. 5, è stata dichiarata costituzionalmente illegittima dalla Corte costituzionale, con sentenza del 22 ottobre 2014, n. 238 (v. supra, nella cartella relativa all'adattamento del diritto interno al diritto internazionale generale).

    • Legge 10 novembre 2014, n. 162, di conversione del D.L. 12 settembre 2014, n. 132, art. 19-bis

      La norma, inserita dalla legge di conversione nel testo del decreto-legge recante misure urgenti di degiurisdizionalizzazione ed altri interventi per la definizione dell'arretrato in materia di processo civile, stabilisce l'immunità dall'esecuzione delle somme a disposizioni delle rappresentanze diplomatiche e consolari di Stati esteri, subordinatamente alla preventiva comunicazione da parte del capo della rappresentanza stessa che tali somme sono esclusivamente destinate alle funzioni istituzionali della rappresentanza.

    • Corte costituzionale, ordinanza 11 febbraio 2015, n. 30

      L'ordinanza della Corte costituzionale si pronuncia sulle medesime questioni già oggetto della sentenza 22 ottobre 2014, n. 238, della stessa Corte (v. in questa stessa cartella), dichiarando inammissibile la riproposizione delle medesime questioni, sorte in un procedimento giudiziario parallelo a quello che aveva dato oggetto alla recedente pronuncia, in quanto già risolte con la precedente pronuncia, alla quale rimanda, riassumendone in sintesi i punti salienti della motivazione, con particolare riguardo alle considerazioni per le quali la regola di diritto internazionale consuetudinario in materia di immunità giurisdizionale dello Stato estero deve ritenersi non essere entrata a far parte dell'ordinamento giuridico italiano in virtù dell'adattamento automatico di cui all'art. 10, 1° comma, della Costituzione, nella parte in cui contrasta con i principi generali della Costituzione stessa attinenti alla tutela dei diritti fondamentali della persona umana.

    • Tribunale di Firenze, ordinanza 23 marzo 2015, Alessi e altri c. Repubblica federale di Germania

      L'ordinanza è stata pronunciata dal Tribunale di Firenze nell'ambito dell'azione risarcitoria promossa nei confronti della Repubblica federale di Germania dagli eredi di un cittadino italiano vittima di un atto di deportazione ed assoggettamento ai lavori forzati da parte delle forze armate tedesche durante l'occupazione del territorio italiano nel corso della seconda guerra mondiale, dalla quale era sorta la questione di legittimità costituzionale risolta dalla Corte costituzionale con la sentenza 22 ottobre 2014, n. 238 (v. in questa cartella). Il Tribunale di Firenze, preso atto della sopravvenuta inapplicabilità nell'ordinamento dello Stato italiano, a seguito della pronuncia della Corte costituzionale, delle norme internazionali di natura tanto consuetudinaria quanto pattizia, con specifico riferimento all'obbligo di dare attuazione alla sentenza della Corte internazionale di giustizia del 3 febbraio 2012 nella causa Germania c. Italia, in base alle quali avrebbe dovuto riconoscersi l'immunità giurisdizionale della Germania in relazione alle pretese risarcitorie in questione, avuto riguardo alla peculiarità delle circostanze ha disposto per una risoluzione della controversia in via conciliativa, o, in caso di mancata accettazione ad opera delle parti della proposta conciliativa formulata nell'ordinanza o di altra analoga da convenirsi tra le parti stesse, tramite il ricorso alla mediazione per ordine del giudice ex art. 5, comma 2, D. lgs. n. 28/2010.

    • Tribunale di Sulmona, ord. 2 novembre 2017, su procedimento n. 20/2015, Comune di Roccaraso e altri c. Repubblica Federale di Germania

      L'ordinanza si basa sulla sentenza della Corte costituzionale n. 238/2014 (v. supra, in questa cartella) per negare l'immunità giurisdizionale della Germania rispetto alle azioni risarcitorie promosse nei suoi confronti dal Comune di Roccaraso (AQ) e dai parenti delle vittime della strage di Pietransieri, frazione del comune suddetto, compiuta dalle forze armate tedesche nel corso del secondo conflitto mondiale, condannando la Germania a consistenti risarcimenti nei confronti dei parenti delle vittime.

    • Corte costituzionale, sent. 8 aprile 1976, n. 69, caso Zennaro

      La sentenza della Corte costituzionale, nell'affermare che l'art. 10, 1° comma della Costituzione, nel prevedere l'adattamento dell'ordinamento italiano alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute, si presta ad assicurare l'adattamento non soltanto alle norme consuetudinarie bensì ugualmente ai principi generali di diritto riconosciuti dalle nazioni civili, esclude che possa considerarsi come tale un principio volto ad estendere la regola del ne bis in idem dalla sfera interna ad un singolo ordinamento ai rapporti tra sentenze penali pronunciate in paesi diversi.

    • Corte costituzionale, sent. 16 aprile 2008, n. 129, Dorigo

      La sentenza della Corte costituzionale afferma l'inapplicabilità della norma di cui all'art. 10, 1° comma Cost., per la quale l'ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme di diritto internazionale generalmente riconosciute, alle norme di diritto internazionale di carattere pattizio, con particolare riferimento a disposizioni, come nella specie l'art. 6 della Convenzione europea dei diritti umani, che non possano essere considerate corrispondenti a norme di diritto internazionale generale.

  •  L'adattamento dell'ordinamento statale al diritto internazionale. In particolare: l'adattamento al diritto internazionale pattizio

     

    • Legge 5 giugno 2003, n. 131

      Disposizioni per l'adeguamento dell'ordinamento della Repubblica alla legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3. La legge reca disposizioni di attuazione delle norme contenute nel titolo V della Costituzione così come modificate dalla legge costituzionale n. 3 del 2001. Con riferimento all'adattamento agli accordi internazionali nelle materie di competenza regionale (in rif. all'art. 117, comma 5, Cost. -v. il testo nella cartella Testi normativi di riferimento generale), v. l'art. 6, primo comma, della legge; con riferimento al potere sostitutivo in caso di mancato rispetto di norme o trattati internazionali o della normativa comunitaria (rectius: dell'Unione europea) di cui all'art. 120, secondo comma, Cost, v. l'art. 8, primo e secondo comma, della legge.

    • Corte di cassazione, sez. un., sent. 22 marzo 1972, n. 867, Società Unione Manifatture c. Ministero delle finanze

      La sentenza sottolinea la distinzione tra la fase della formazione degli obblighi convenzionali per l'Italia, che si perfeziona con la ratifica, detta anche fase ascendente, e la fase dell'adattamento dell'ordinamento statale alle norme convenzionali, detta anche fase discendente, che presuppone un atto di adattamento ad hoc. Nondimeno, le due fasi, per quanto distinte, sono strettamente collegate, al punto che non può trovare applicazione nell'ordinamento italiano un accordo internazionale il quale ancora non sia stato ratificato dall'Italia, sempre che, in base ad una consuetudine integratrice delle disposizioni costituzionali in materia, l'accordo non possa considerarsi concluso in forma semplificata per effetto della mera firma. Anche in quest'ultimo caso, l'emanazione dell'ordine di esecuzione rimane comunque necessario ai fini dell'adattamento dell'ordinamento dello Stato alle norme dell'accordo.

    • Corte costituzionale, sent. 22 ottobre 2007, n. 348, R.A. c. Comune di Torre Annunziata et al.

      La sentenza della Corte costituzionale affronta, come la seguente sentenza n. 349 del 2007(v.), le conseguenze dell'incompatibilità di una norma interna con le disposizioni della Convenzione europea dei diritti umani, affermando che, malgrado la grande rilevanza delle disposizioni della Convenzione in quanto volte a tutelare i diritti fondamentali della persona umana, queste nondimeno sono disposizioni di carattere pattizio, le quali obbligano lo Stato italiano nel suo insieme ma non sono idonee a produrre effetti diretti nell'ordinamento interno alla stessa stregua delle norme dell'Unione europea. Tale distinzione risulta chiaramente evidenziata, ad avviso della Corte, anche dall'art. 117, 1° comma, Cost., come risulta dalla riforma del 2001, il quale fa riferimento separatamente agli obblighi internazionali e a quelli derivanti dall'ordinamento comunitario (ovvero, ora, dell'Unione europea). Pertanto, in caso di contrasto, ne potrà scaturire come conseguenza la dichiarazione di illegittimità costituzionale delle norme interne incompatibili, per violazione dell'art. 117, 1° comma, Cost. in quanto norma interposta, e non già la immediata disapplicazione delle norme interne contrastanti da parte del giudice interno, come avviene in caso di contrasto con le norme dell'ordinamento dell'Unione europea provviste di effetto diretto o di diretta applicabilità.

    • Corte costituzionale, sent. 22 ottobre 2007, n. 349, E. P. c. Comune di Avellino et al.

      La sentenza della Corte costituzionale, al pari della precedente sentenza n. 348 del 2007 (v.), tratta delle conseguenze dell'incompatibilità delle norme interne dell'ordinamento italiano con le disposizioni della Convenzione europea dei diritti umani. Alle considerazioni già svolte nella precedente sentenza, alla cui sintesi si rimanda, la sentenza n. 349 aggiunge ulteriori considerazioni relative all'invocabilità in proposito dell'art. 11 Cost., escludendo che la disposizione in questione possa trovare applicazione con riferimento alla Convenzione europea dei diritti umani, la partecipazione alla quale da parte dell'Italia non comporta, diversamente da quanto avviene in relazione all'ordinamento dell'Unione europea, alcuna cessione di sovranità ad un ordinamento distinto. La Corte costituzionale esclude, inoltre, che l'art. 11 Cost. possa venire in considerazione indirettamente, per via della rilevanza che alle norme della Convenzione europea è attribuita dall'art. 6 del TUE al fine della ricostruzione dei principi generali del diritto dell'Unione europea in materia di protezione dei diritti fondamentali, in quanto tali principi si applicano unicamente, quale parte del diritto dell'Unione, nell'ambito di applicazione proprio di tale diritto. Tale conclusione non appare poter essere superata dall'attesa adesione dell'Unione europea alla Convenzione europea dei diritti umani, prevista dall'art. 6, par. 2, TUE come modificato dal Trattato di Lisbona.

  •  L'adattamento dell'ordinamento statale al diritto internazionale: in particolare, l'adattamento agli atti delle organizzazioni internazionali

     

    • Corte di giustizia dell'Unione europea, sent. 8 settembre 2015, causa C-105/04, Taricco e altri

      La sentenza della Corte di giustizia, relativa all'interpretazione dell'art. 325 TFUE, concernente le misure da prendersi da parte degli Stati membri per contrastare la frode e le altre attività illegali che ledono gli interessi finanziari dell'Unione, si pronuncia sull'incidenza sul corretto adempimento da parte dell'Italia degli obblighi posti da tale articolo dell'operare delle norme contenute nel codice penale italiano in materia di prescrizione dei reati, applicabili anche in relazione alle frodi suscettibili di pregiudicare gli interessi finanziari dell'Unione, come quelle di cui erano accusati gli imputati nel procedimento innanzi al giudice a quo. La sentenza, pur affrontando (par. 53 ss. della motivazione) il profilo della compatibilità dell'eventuale disapplicazione di tali regole con la tutela dei diritti fondamentali degli accusati come tutelati, in particolare, dall'art. 49 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, che enuncia i principi di legalità e proporzionalità dei reati e delle pene, appare affermare che l'eventuale disapplicazione delle regole in materia di prescrizione non sia atta ad incidere sul rispetto di tali principi. L'interpretazione che appare accolta sul punto dalla Corte di giustizia ha suscitato la reazione della Corte costituzionale italiana, la quale, con ordinanza n. 24/2017 (v. infra in questa cartella), ha rimesso una nuova questione pregiudiziale alla Corte di giustizia, chiedendole di meglio precisare la propria interpretazione degli effetti discendenti dalla norma di cui all'art. 325 TFUE per il rispetto del principio di legalità tutelato al tempo stesso dalla Costituzione italiana, prospettando l'eventuale applicazione dei c.d. controlimiti costituzionali nel caso in cui la Corte di giustizia precisasse la propria interpretazione in un senso non conciliabile con la tutela del principio di legalità come inteso secondo la tradizione costituzionale italiana.

    • Corte costituzionale, ordinanza 23 novembre 2016 - 26 gennaio 2017, n. 24, Taricco

      L'ordinanza rimette alla Corte di giustizia dell'Unione europea una serie di questioni pregiudiziali volte a chiarire alcuni aspetti oggetto della precedente sentenza della Corte di giustizia dell'8 settembre 2015 relativa alla medesima controversia (v. supra, in questa stessa cartella), ventilando la possibilità di opporre i c.d. controlimiti costituzionali, dichiarando l'illegittimità costituzionale in parte qua della legge con la quale è stato dato l'ordine di esecuzione del Trattato di Lisbona nell'eventualità in cui la Corte di giustizia dovesse confermare un'interpretazione dell'art. 325 TFUE atta a comportare la disapplicazione del regime fissato in materia di prescrizione dagli articoli 160, ultimo comma, e 161, secondo comma, del codice penale, con conseguente aggravamento del regime di punibilità di natura retroattiva con riferimento ai reati che venivano in considerazione nella specie (v. in particolare punti 1 e 2 della motivazione, pp. 2-3 del file allegato).

    • Corte di giustizia dell'Unione europea, sent. 5 dicembre 2017, in causa C-42/17, M.A.S., M.B., Presidente del Consiglio dei Ministri (interv.) (caso Taricco)

      Con questa sentenza la Corte di giustizia dell'Unione europea si pronuncia sulle questioni pregiudiziali sottopostele dalla Corte costituzionale italiana tramite l'ordinanza n. 24/2017 relativa al caso Taricco (v. supra, in questa cartella). La Corte di giustizia ha chiarito la propria interpretazione della norma dell'art. 325 TFUE, che pone l'obbligo per gli Stati membri di adottare misure efficaci per la prevenzione delle frodi agli interessi finanziari dell'Unione, adottata nella propria precedente sentenza dell'8 settembre 2015, causa C-105/14, Proc. pen. a carico di Taricco e altri (v. supra, in questa cartella), nel senso che l'obbligo per i giudici italiani, discendente dalla citata norma del Trattato, di disapplicare le norme interne in materia di prescrizione dei reati in questione trova un limite nel doversi assicurare il rispetto per il principio di legalità dei reati e delle pene, il quale trova tutela non soltanto nella Costituzione italiana, bensì anche nella Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea e nelle disposizioni dei trattati internazionali in materia di tutela dei diritti umani, con particolare riferimento alla Convenzione europea dei diritti dell'uomo (v. in particolare punti 47 ss. della motivazione).

    • Corte di giustizia dell'Unione europea, sent. 18 luglio 2013, cause C-584/10 P, C-593/10 P e C-595/10 P, Commissione europea e Consiglio dell'Unione europea c. Kadi

      La sentenza conclude una lunga vicenda giudiziaria innanzi alla Corte di giustizia dell'Unione europea in merito alla legittimità dei regolamenti UE con i quali è stata data attuazione al livello dell'Unione europea, in base ad una decisione assunta nell'ambito della politica estera e di sicurezza comune (PESC) alle risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite con le quali sono state disposte misure restrittive a carico di soggetti sospettati di sostenere il terrorismo internazionale, inclusi in una lista a tal fine elaborata dal Comitato delle sanzioni delle Nazioni Unite, organo ausiliario del Consiglio di sicurezza. La vicenda è emblematica delle problematiche che possono sorgere quando la competenza a dare attuazione alle risoluzioni del Consiglio di sicurezza è stata trasferita da alcuni Stati membri dell'ONU ad altra organizzazione della quale essi facciano parte, come contemplato dall'art. 48 della Carta. Nel caso di specie, l'attuazione di misure implicanti la restrizione della libertà di circolazione delle persone e della libertà di circolazione dei capitali ricade nelle competenze che gli Stati membri hanno trasferito all'Unione europea, la quale con propri atti di carattere vincolante, provvisti, trattandosi di regolamenti, di portata generale e diretta applicabilità in tutti gli Stati membri dell'Unione europea, ha dato attuazione alle accennate risoluzioni del Consiglio di sicurezza, attuando le misure in questione con atti destinati a spiegare la loro efficacia vincolante in ciascuno degli Stati membri, senza necessità di ulteriori misure statali di adattamento. Ciò comporta, data l'idoneità degli atti dell'Unione adottati a tal fine ad incidere direttamente sulla sfera giuridica dei soggetti destinatari delle misure restrittive, la sottoposizione di tali atti al sindacato di legittimità della Corte di giustizia dell'Unione, non rilevando al riguardo come esimente che l'atto comportasse, quanto all'individuazione dei destinatari delle misure restrittive, una mera recezione del contenuto delle liste elaborate dal Comitato delle sanzioni delle Nazioni Unite (cf., a questo riguardo, in particolare i punti 65 ss. della sentenza allegata).

    • Tribunale di Trieste, sent. 24 dicembre 1993 - Corte di cassazione, sent. 8 luglio 1994, Barcot

      Le due pronunce sottolineano l'assenza di effetti diretti nell'ordinamento dello Stato italiano relativamente alle risoluzioni emanate dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite in base alle norme del capitolo VII della Carta ONU, con specifico riferimento alla risoluzione n. 713 (1991) del Consiglio di Sicurezza, con la quale era stato disposto un embargo sull'invio di armi alla Jugoslavia. Nella specie, tanto il Tribunale di Trieste quanto la Corte di cassazione innanzi alla quale la pronuncia del tribunale era stata impugnata hanno ritenuto che la risoluzione in questione si rivelasse atta a far sorgere un mero obbligo internazionale per l'Italia a conformarsi ad essa in quanto membro dell'organizzazione, ma che questa, in assenza di norme statali di recepimento, non potesse comportare un effetto estensivo dei presupposti applicativi delle norme penali italiane, non potendo conseguentemente comportare un assoggettamento dei marittimi italiani accusati di avere violato l'embargo a pene diverse ed ulteriori rispetto a quelle ordinariamente previste dalla legislazione esistente al momento dei fatti per i reati di contrabbando.

  •  La responsabilità internazionale degli Stati. In particolare: l'elemento soggettivo dell'illecito internazionale

     

    • Corte internazionale di giustizia, sent. 24 maggio 1980, Iran c. Stati Uniti, caso del Personale diplomatico degli Stati Uniti in ostaggio a Teheran

      La sentenza tratta dell'elemento soggettivo dell'illecito internazionale, consistente nell'imputabilità allo Stato dell'illecito stesso, con riferimento ad un fatto posto in essere da soggetti privati, nella specie dei militanti i quali avevano occupato la sede dell'ambasciata statunitense a Teheran e sequestrato il personale diplomatico presente, in palese violazione delle regole di diritto internazionale consuetudinario sulle immunità della sede e del personale diplomatico, codificate nella Convenzione di Vienna del 1961 sulle relazioni diplomatiche. Nell'ambito della prolungata vicenda erano, come ravvisato dalla Corte, da distinguersi due fasi: una prima in cui l'azione dei militanti non aveva ricevuto alcuna approvazione ufficiale e pertanto era da considerarsi un mero atto di privati, per il quale lo Stato iraniano poteva essere chiamato a rispondere solo in via indiretta, e cioè per avere violato i doveri di prevenire e successivamente di reprimere l'attività illecita di privati che possa comportare la violazione di obblighi internazionali dello Stato, e una seconda, nella quale lo Stato iraniano con dichiarazioni del proprio ministro degli esteri aveva fatte proprie le azioni in questioni, affermando che esse avrebbero trovato giustificazione a titolo di contromisure per pretesi illeciti, in termini di ingerenza negli affari interni iraniani, che il governo iraniano intendeva imputare agli Stati Uniti.

    • Corte internazionale di giustizia, sent. 27 giugno 1986, Nicaragua c. Stati Uniti, Attività militari e paramilitari in Nicaragua e contro il Nicaragua

      La sentenza, tra gli altri profili, tratta anche dell'elemento soggettivo dell'illecito internazionale, con specifico riferimento alla questione dell'imputabilità agli Stati Uniti degli atti posti in essere nel territorio del Nicaragua da una parte dai c. d. UCLAs (Unilaterally Controlled Latino Assets), i quali erano sostanzialmente dei mercenari reclutati dagli Stati Uniti per l'esecuzione di determinate operazioni militari in Nicaragua e, dall'altra, dai Contras, i quali erano invece dei ribelli anti-sandinisti nicaraguensi, i quali avevano posto in essere attività paramilitari di guerriglia contro il governo nicaraguense. Se con riferimento ai primi non pareva discutibile che essi, in quanto reclutati espressamente dagli Stati Uniti per l'esecuzione delle operazioni, agissero sotto il diretto controllo degli Stati Uniti ai quali erano conseguentemente imputabili gli illeciti commessi, relativamente ai secondi la sussistenza dell'elemento soggettivo dell'illecito appariva più controversa, in quanto, se era certo che gli Stati Uniti avessero finanziato, equipaggiato ed addestrato i Contras, non altrettanto chiara era la sussistenza di un effettivo controllo degli Stati Uniti sulle operazioni poste in essere da questi ultimi.

    • Corte europea dei diritti umani, sent. 23 febbraio 1995 (eccezioni preliminari) - 18 dicembre 1996 (merito), Loizidou c. Turchia

      La sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo fa ricorso, al fine dell'interpretazione dell'art. 1 della Convenzione europea, ed in particolare dell'espressione "jurisdiction" o "juridiction" che rileva al fine di stabilire l'applicabilità ratione loci ovvero ratione personarum della convenzione, al criterio del controllo effettivo, che rileva, nell'ambito della responsabilità internazionale dello Stato per illecito internazionale, al fine di determinare l'imputabilità allo Stato di atti posti in essere da persone o gruppi di persone che agiscano di fatto su istruzioni, o sotto la direzione o il controllo di quello Stato (cfr. art. 8 del Progetto di articoli del 2001, nella cartella Testi normativi di riferimento generale). Nel caso di specie, la Corte europea ha ritenuto commesse sotto la "jurisdiction" della Turchia alcune violazioni di diritti fondamentali tutelati dalla Convenzione europea (nella specie, del diritto al rispetto dei beni, tutelato dall'art. 1 del 1° Protocollo alla Convenzione) nel territorio della Repubblica turca di Cipro del Nord, in quanto quest'ultima è in realtà da considerarsi uno Stato fantoccio, posto che il controllo effettivo del relativo territorio è in realtà esercitato, o era quantomeno esercitato al tempo delle violazioni, dalla Turchia, a mezzo della massiccia presenza militare turca nel territorio in questione.

    • Tribunale penale internazionale per l'ex Jugoslavia (Camera d'appello), sent. 15 luglio 1999, Tadic

      La sentenza della Camera d'appello del Tribunale per l'ex Jugoslavia si sofferma sull'imputazione delle attività armate svoltesi sul territorio dell'ex Jugoslavia dopo il 19 maggio 1992, data nella quale l'esercito popolare jugoslavo si è ritirato dalla Bosnia-Erzegovina, al fine dell'applicazione dell'art. 2 dello Statuto del Tribunale. La norma prevede infatti, come presupposto per la ricorrenza di una violazione grave delle Convenzioni di Ginevra di diritto umanitario del 1949 per i fini da essa contemplati, che si sia in presenza di un conflitto internazionale. A tal fine, la Camera d'appello ha affermato che il carattere internazionale del conflitto può derivare non solo dal coinvolgimento diretto di un altro Stato con proprie truppe regolari, bensì anche dalla partecipazione ad un conflitto armato interno allo Stato territoriale di forze che agiscano per conto di un altro Stato. La sentenza fa riferimento in proposito da una parte ai criteri enunciati nell'art. 4 della Terza Convenzione di Ginevra del 1949 e dall'altra al criterio del controllo da parte di un altro Stato adottato dalla Corte internazionale di giustizia nel caso delle Attività militari e paramilitari in Nicaragua (v. in questa stessa cartella). A quest'ultimo riguardo, la Camera d'appello osserva che il grado di controllo delle forze armate intervenute nel conflitto da parte di un altro Stato può variare a seconda delle circostanze di fatto di ciascun caso, ritenendo che alla luce delle circostanze del caso di specie si dovesse fare riferimento al criterio del controllo complessivo, che non può limitarsi al finanziamento ed equipaggiamento delle forze in questione, bensì richiede la partecipazione dello Stato in questione alla preparazione ed alla supervisione delle operazioni militari, senza, pur sempre, richiedere che tale controllo si manifesti capillarmente nell'emanazione di specifici ordini od istruzioni relativamente alle singole azioni, ed indipendentemente dalla contrarietà o meno di tali azioni alle norme del diritto internazionale umanitario.

    • Corte internazionale di giustizia, sent. 26 febbraio 2007, Bosnia-Erzegovina c. Serbia e Montenegro, Applicazione della Convenzione per la prevenzione e repressione del crimine di genocidio

      La sentenza affronta la problematica dell'elemento soggettivo dell'illecito internazionale, con riferimento all'imputabilità alla Serbia del massacro di Srebrenica del 1995, che la Corte stessa ha qualificato alla stregua di un genocidio ai sensi della Convenzione del 1948 relativa alla prevenzione e repressione di tale crimine. Nella specie, si trattava di accertare se gli esecutori materiali del massacro, pur non essendo organi de iure della Serbia, nondimeno potessero considerarsi alla stregua di organi de facto di quest'ultima. A tal fine, la Corte, richiamandosi anche alla precedente sentenza del 1986 relativa alle Attività militari e paramilitari in Nicaragua (v.), ha affermato che affinché soggetti non facenti parte dell'apparato organizzativo di uno Stato possano nondimeno considerarsi alla stregua di organi di fatto dello stesso, è necessario che essi agiscano in completa dipendenza dallo Stato stesso, senza godere di alcun margine di autonomia nella condotta delle azioni rilevanti. Nella specie, la Corte ha ritenuto che gli esecutori materiali del massacro non potessero dirsi operare in completa dipendenza dalla Serbia, nonostante il notevole sostegno ricevuto da quest'ultima nello svolgimento delle proprie azioni.

  •  La responsabilità internazionale degli Stati. In particolare: l'elemento oggettivo dell'illecito internazionale e le circostanze escludenti l'illiceità

     

    • Sentenza arbitrale del 30 aprile 1990, Nuova Zelanda c. Francia (caso del Rainbow Warrior)

      La sentenza tratta delle cause di esclusione dell'illiceità, vale a dire di quelle circostanze la cui sussistenza è suscettibile di far venir meno l'elemento oggettivo dell'illecito internazionale, costituito dall'antigiuridicità della condotta. In particolare, oggetto della sentenza era la sussistenza di circostanze atte a giustificare la violazione da parte della Francia degli obblighi previsti in un accordo bilaterale con la Nuova Zelanda nel quale erano state individuate le misure da prendersi da parte della Francia a titolo di riparazione per l'illecito costituito dal sabotaggio della nave Rainbow Warrior, di proprietà dell'associazione Greenpeace, nel porto di Auckland in Nuova Zelanda in relazione allo svolgimento degli esperimenti nucleari francesi nell'atollo di Mururoa. In particolare, contestandosi alla Francia un inadempimento all'obbligo di mantenere al confino in un atollo del Pacifico i due agenti francesi esecutori materiali dell'atto, si discuteva se le ragioni di salute addotte dalla Francia per giustificare il rimpatrio anticipato dei due agenti potessero integrare una delle cause di esclusione dell'illiceità contemplate dal Progetto di articoli sulla responsabilità internazionale degli Stati (v. tra i testi normativi di riferimento generale). Il Tribunale arbitrale, escluso che le circostanze addotte dalla Francia potessero qualificarsi in termini di forza maggiore, mancando all'evidenza il requisito della presenza di una forza irresistibile ed anche quello dell'impossibilità assoluta di adempiere all'obbligo violato, ed ugualmente che potesse ricorrere lo stato di necessità, non essendo in pericolo nella specie un interesse vitale dello Stato nel suo insieme, ha ammesso invece la tendenziale configurabilità nella specie dell'estremo pericolo, per essere in pericolo se non già la vita quantomeno l'integrità fisica dell'organo dello Stato. Il Tribunale arbitrale ha nondimeno affermato che l'invocabilità dell'estremo pericolo come causa escludente l'illiceità del rimpatrio anticipato dei due agenti era da ritenersi subordinata da una parte al riconoscimento della gravità delle circostanze di carattere medico ad opera della controparte, e, dall'altra, al ristabilimento della situazione originaria, con la riconduzione dei due agenti al confino una volta cessate le esigenze, e all'esistenza di uno sforzo condotto in buona fede allo scopo di ottenere il consenso della controparte alla sospensione temporanea dell'esecuzione dell'obbligo violato.

    • Corte internazionale di giustizia, sent. 25 settembre 1997, Ungheria c. Slovacchia, Progetto Gabcikovo-Nagymaros (dighe sul Danubio)

      La sentenza, tra gli altri profili, si sofferma sullo stato di necessità come causa di esclusione dell'illiceità, con riferimento alla sua invocabilità da parte dell'Ungheria come giustificazione per la decisione di sospendere unilateralmente l'esecuzione dei lavori relativi alla realizzazione del progetto di deviazione e sfruttamento delle acque del fiume Danubio a seguito della variante unilateralmente adottata dalla Slovacchia. Nella specie, l'Ungheria invocava lo stato di necessità a giustificazione della propria decisione di sospendere i lavori asserendo che la variante adottata dalla Slovacchia fosse suscettibile di causare un grave pregiudizio all'ambiente ungherese. La Corte, pur riconoscendo, con riferimento anche al proprio Parere sulla Liceità dell'impiego delle armi nucleari, l'importanza dell'ambiente non già unicamente per gli Stati bensì anche per il genere umano nel suo insieme, nondimeno ha ravvisato la mancanza nella specie di un pericolo di carattere grave e imminente per l'ambiente stesso derivante dalla variante apportata al progetto dalla Slovacchia, essendo il pericolo in realtà meramente paventato, ed anche la mancata dimostrazione da parte dell'Ungheria dell'assenza di mezzi diversi da quelli utilizzati per fare fronte al pericolo stesso, requisiti i quali formano parte integrante dello stato di necessità come causa di esclusione dell'illiceità.

    • Corte internazionale di giustizia, parere 8 luglio 1996, Liceità della minaccia o dell'impiego di armi nucleari

      Il parere della Corte internazionale di giustizia si sofferma sulla portata della legittima difesa come causa di esclusione dell'antigiuridicità, suscettibile di operare come eccezione alla regola generale del divieto dell'uso della forza nelle relazioni internazionali, come riconosciuto nell'art. 51 della Carta delle Nazioni Unite. La Corte osserva che la minaccia e l'impiego delle armi nucleari non formano oggetto di una specifica proibizione nell'ambito della Carta, la liceità di tale minaccia o impiego dovendo pertanto soggiacere ai criteri generali insiti nell'istituto della legittima difesa, con particolare riguardo alla necessità e proporzionalità della reazione, ed al rispetto dei principi e delle regole del diritto internazionale umanitario, avendo particolare riguardo al carattere indiscriminato delle conseguenze suscettibili di derivare dall'impiego di tali armi, le quali per loro natura si prestano a causare effetti devastanti su di una scala molto vasta, colpendo al tempo stesso obiettivi militari e civili.

    • Corte internazionale di giustizia, parere 9 luglio 2004, Conseguenze giuridiche della costruzione del muro nei Territori palestinesi occupati

      Il parere della Corte internazionale di giustizia, prima di addentrarsi ad esaminare le conseguenze della costruzione del muro nei Territori palestinesi da parte di Israele, si è innanzitutto soffermata sulla liceità della costruzione stessa dal punto di vista del diritto internazionale. Ritenendo che la costruzione del muro secondo il tracciato prescelto da Israele comportasse una violazione del principio di autodeterminazione dei popoli e del divieto di annessione con la forza di territori altrui, oltre ad altre violazioni relative ai diritti umani ed alle norme di diritto internazionale umanitario, la Corte ha affrontato la questione dell'invocabilità di cause di esclusione dell'illiceità. In proposito, la Corte ha escluso la sussistenza della necessità militare, non essendo provato che il tracciato prescelto fosse imposto da ragion di carattere militare. Ha escluso inoltre l'invocabilità della legittima difesa, a motivo del fatto che gli attacchi militari subiti da Israele non provenivano da una forza esterna, come è necessario al fine dell'invocazione della causa di esclusione in questione, bensì dall'interno degli stessi Territori palestinesi occupati. Infine, ha escluso l'invocabilità dello stato di necessità, causa d'esclusione dell'illiceità la quale presuppone la contestuale presenza di una serie di presupposti destinati ad applicarsi cumulativamente, non essendo in particolare provato che la costruzione del muro secondo quel particolare tracciato fosse l'unico mezzo per salvaguardare l'interesse essenziale della sicurezza dello Stato di Israele. In merito alle conseguenze derivanti dall'illecito in questione, la Corte afferma il carattere erga omnes degli obblighi violati, in quanto concernenti il rispetto del diritto all'autodeterminazione dei popoli e delle disposizioni del diritto internazionale umanitario, con la conseguenza che tutti gli Stati hanno l'obbligo di non riconoscere le conseguenze, in termini di delimitazione territoriale, derivanti dalla costruzione del muro, nonché l'obbligo di non prestare assistenza allo Stato di Israele nel mantenimento della situazione derivante dalla costruzione stessa, nonché più in generale l'obbligo di assicurare il rispetto da parte di Israele dei diritti violati (cfr. art. 41 del Progetto di articoli sulla responsabilità degli Stati).

  •  La responsabilità internazionale degli Stati. In particolare: le conseguenze dell'illecito internazionale

     

    • Sentenza arbitrale del 31 luglio 1928, Germania c. Portogallo, caso del Forte di Naulilaa

      La sentenza arbitrale tratta dei presupposti per il ricorso a contromisure armate, anteriormente all'affermazione, nella Carta delle Nazioni Unite e parallelamente nel diritto internazionale generale, della regola generale del divieto dell'uso della forza eccettuati i casi di legittima difesa (cfr. art. 2, par. 4 e art. 51, Carta delle Nazioni Unite; art. 21, Progetto di articoli sulla responsabilità degli Stati). Nella specie, con riferimento ad un attacco armato sferrato dalla Germania, che al tempo della Prima guerra mondiale esercitava il dominio coloniale sul Sud-ovest africano (odierna Namibia) contro l'Angola (al tempo colonia portoghese) con la distruzione di alcune fortificazioni ivi esistenti, la sentenza arbitrale ha ritenuto non sussistenti i presupposti per considerare l'attacco sferrato dalla Germania alla stregua di una contromisura in relazione all'uccisione di alcuni militari tedeschi da parte di militari portoghesi in Angola. Infatti, per quanto allo stato del diritto consuetudinario come a quel tempo vigente non si fosse ancora pienamente affermata una regola che stabilisse un necessario rapporto di proporzionalità tra l'illecito subito e la reazione a titolo di contromisura (cfr. attualmente art. 51, Progetto di articoli sulla responsabilità internazionale degli Stati), nondimeno nel caso di specie si era in presenza di una manifesta sproporzione della reazione rispetto all'illecito subito. Per di più, la sentenza arbitrale rilevava la presenza di violazioni di carattere procedurale, per non essere stata la reazione tedesca preceduta da alcuna intimazione allo Stato offensore (cfr. art. 52, Progetto di articoli sulla resp. int.le degli Stati).

    • Sentenza arbitrale del 9 dicembre 1978, Stati Uniti c. Francia, caso dei Servizi aerei

      La sentenza arbitrale discute dei presupposti del ricorso a contromisure di carattere pacifico, a proposito della reazione degli Stati Uniti di fronte al rifiuto della Francia di accettare determinate proposte sulla base di quanto concordato tra i due Stati in un apposito accordo sul traffico aereo. La sentenza ha affermato in proposito la necessità che le contromisure presentino un certo grado di equivalenza rispetto all'obbligo violato, precisando altresì che, quanto all'elemento della proporzionalità, essa debba essere valutata non soltanto con riferimento ai danni materiali, nella specie di carattere economico, derivanti dall'illecito, bensì anche con riferimento all'importanza delle questioni di principio sollevate. Sul piano procedurale, la sentenza arbitrale ha affermato in sostanza gli obblighi che si possono trovare enunciati nell'art. 52 del Progetto di articoli sulla responsabilità internazionale degli Stati, con particolare riferimento all'obbligo per le parti di attivarsi al fine di trovare una soluzione negoziale della controversia, ed all'obbligo di astenersi dal ricorso a contromisure pendente un procedimento di carattere arbitrale o giudiziario volto alla risoluzione della controversia, affermando nondimeno che quest'ultimo obbligo non preclude l'adozione di contromisure urgenti durante il tempo occorrente per l'attivazione del meccanismo arbitrale.

    • Corte internazionale di giustizia, sent. 27 giugno 1986, Nicaragua c. Stati Uniti, Attività militari e paramilitari in Nicaragua e contro il Nicaragua

      La sentenza della Corte, tra gli altri profili, si sofferma sulla legittimità del ricorso a contromisure di carattere armato nel quadro delle norme di diritto internazionale consuetudinario concernenti la legittima difesa. In particolare, la Corte riafferma la legittimità di tali contromisure ove esse siano poste in essere, a titolo di autotutela individuale, dallo Stato vittima di un attacco armato, soffermandosi poi ampiamente invece sui presupposti del ricorso all'autotutela collettiva, invocata nella specie dagli Stati Uniti a giustificazione del proprio intervento mediante l'invio di bande armate all'interno del territorio del Nicaragua. La Corte afferma che in linea di principio un tale intervento possa essere giustificato solo in presenza di una richiesta dello Stato individualmente leso. La Corte afferma altresì che eventuali procedure previste nel contesto di sistemi pattizi come la Carta delle Nazioni Unite, per i quali (cfr. art. 51 della Carta) il ricorso all'autotutela collettiva potrebbe essere ritenuto legittimo sulla base di un rapporto presentato ad un organo internazionale competente a stabilire la legittimità delle misure adottate, non possono applicarsi evidentemente al di fuori del sistema pattizio che un tale organo istituisca. La Corte nega infine che l'intervento degli Stati Uniti in Nicaragua possa essere giustificato a titolo di intervento umanitario, dovendo la tutela dei diritti garantiti dagli strumenti in materia di diritti umani essere subordinata agli organi di controllo istituiti dalla stesse fonti pattizie in materia.

    • Caso relativo all'incidente del satellite Cosmos 954, avvenuto il 24 gennaio 1978

      Il caso in questione, risolto in via amichevole a seguito di uno scambio di note tra il governo canadese e quello dell'U.R.S.S. con un accordo firmato a Mosca nel 1981, concerne la responsabilità internazionale dello Stato per attività lecite, consistenti nella specie nel lancio di oggetti spaziali. In proposito, rilevavano le disposizioni pattizie contenute in una convenzione del 29 marzo 1972 sulla responsabilità per danni arrecati da oggetti spaziali, nonché in un precedente trattato del 1967 sui principi che regolano le attività degli Stati nell'esplorazione e nell'utilizzo dello spazio extra-atmosferico, dei quali entrambi gli Stati erano parti. Tali trattati stabiliscono un regime di responsabilità assoluta dello Stato di lancio degli oggetti spaziali per i danni da questi causati alla superficie terrestre, il quale è ulteriormente confermato dall'esistenza di un principio generale di diritto comune alle nazioni civili che prevede un regime di responsabilità analogo per i danni derivanti da attività pericolose. Oltre alla sussistenza della responsabilità dell'Unione sovietica quale Stato di lancio del satellite a titolo obiettivo, il Canada faceva inoltre valere l'omissione da parte dell'U.R.S.S. della notifica preventiva che sarebbe stata tenuta a dare del pericolo di caduta di frammenti del satellite sul territorio canadese in occasione del rientro del satellite stesso nell'atmosfera. La dichiarazione resa in proposito dal Canada si soffermava inoltre sulle modalità della riparazione, specificando che questa dovesse comportare un risarcimento tale da consentire di ripristinare la situazione che sarebbe esistita se il danno non si fosse verificato, avuto riguardo anche alla particolare nocività dei frammenti del satellite caduti in territorio canadese, in quanto radioattivi.

    • Corte internazionale di giustizia, sent. 9 aprile 1949, Albania c. Regno Unito (caso dello Stretto di Corfù)

      La sentenza rileva con riferimento alle conseguenze dell'illecito internazionale. In particolare, con riferimento all'illecito commesso nel caso di specie dal Regno Unito mediante la rimozione a mezzo di proprie navi militari delle mine presenti nel tratto dello stretto di Corfù rientrante nel mare territoriale albanese senza il consenso dell'Albania, la Corte internazionale di giustizia ritenne che l'accertamento della violazione da parte della Corte stessa costituisse, avuto riguardo alle circostanze del caso di specie, già di per sé una forma di soddisfazione appropriata.

    • Sentenza arbitrale 30 aprile 1990, Nuova Zelanda c. Francia, caso del Rainbow Warrior

      La sentenza arbitrale, già citata con riferimento alle cause di esclusione dell'antigiuridicità (v.), si sofferma altresì sulle conseguenze dell'illecito internazionale, distinguendo in proposito tra l'obbligo di cessazione dell'atto illecito, ove questo presenti carattere continuato, e la restitutio in integrum come forma di riparazione. Nel caso di specie, con riferimento all'obbligo assunto dalla Francia a titolo di soddisfazione nei confronti della Nuova Zelanda di tenere gli esecutori materiali dell'illecito al confino nell'isola di Hao per la durata di tre anni, si poneva la questione delle conseguenze dell'ulteriore illecito derivante dalla sospensione unilaterale, da parte della Francia, dell'esecuzione di tale obbligo con il rimpatrio anticipato, per motivi sanitari, dei due agenti segreti francesi. Nella specie, il tribunale arbitrale ha affermato che la richiesta della Nuova Zelanda volta alla ripresa dell'esecuzione dell'obbligo in questione era da qualificarsi giuridicamente in termini di richiesta di cessazione dell'illecito e non già di restitutio in integrum, che comporterebbe un integrale ripristino della situazione esistente anteriormente alla commissione dell'illecito.

    • Corte internazionale di giustizia, sent. 31 marzo 2004, Avena (Messico c. Stati Uniti)

      La sentenza della Corte internazionale di giustizia, che riguarda una fattispecie simile a quella oggetto della precedente sentenza relativa al caso LaGrand del 2001 (si veda nella cartella "La risoluzione della controversie internazionali: la Corte internazionale di giustizia), ha affermato che l'art. 36, par. 1 della Convenzione di Vienna del 1963 sulle relazioni consolari, relativo all'obbligo di comunicazione alle autorità consolari dello Stato il cui cittadino sia arrestato o sottoposto a procedimento penale, crea un diritto individuale , il quale può essere fatto valere dallo Stato nazionale del soggetto interessato. La Corte ha individuato come forma di riparazione per l'illecito commesso dagli Stati Uniti con l'omissione di tale comunicazione l'imposizione agli Stati Uniti stessi dell'obbligo di consentire una revisione dei procedimenti nei quali si era verificata la violazione di tale obbligo con effetti pregiudizievoli per i soggetti interessati. L'attuazione di tale obbligo, che aveva formato oggetto di un memorandum da parte del Presidente degli Stati Uniti, è stata successivamente vanificata dalla Corte suprema degli Stati Uniti nella sentenza del 2008 relativa alla causa Medellin c. Texas (v. nella cartella relativa alla Corte internazionale di giustizia), nella quale la Corte suprema ha negato che la sentenza della Corte internazionale di giustizia resa nel caso Avena potesse produrre effetti diretti all'interno dell'ordinamento degli Stati Uniti in assenza di un atto legislativo che assicurasse l'adattamento dell'ordinamento interno a quanto in essa disposto. La Corte suprema ha escluso al tempo stesso che un memorandum del Presidente degli Stati Uniti, in quanto atto di carattere meramente politico, potesse provvedere all'adattamento ritenuto necessario.

    • Corte internazionale di giustizia, sent. 20 aprile 2010, Cartiere sul fiume Uruguay (Argentina c. Uruguay)

      La sentenza della Corte internazionale di giustizia ha accertato la violazione di un obbligo di carattere procedurale posto da un accordo bilaterale tra l'Argentina e l'Uruguay recante lo statuto del fiume Uruguay che scorre alla frontiera tra i due paesi, in base al quale l'Uruguay averebbe dovuto notificare all'Argentina il proprio progetto di realizzare delle cartiere sulla propria sponda del fiume in questione. Alla luce delle circostanze del caso, e in particolare della conclusione raggiunta a maggioranza dalla Corte internazionale di giustizia nel senso dell'assenza di ulteriori violazioni di obblighi di carattere sostanziale derivanti dall'accordo in questione, la Corte ha ritenuto che l'accertamento giudiziale della violazione dell'obbligo procedurale indicato costituisse di per sé una forma di soddisfazione appropriata nei confronti dell'Argentina in quanto Stato leso.

    • Corte internazionale di giustizia, sent. 30 novembre 2010, Diallo (Rep. di Guinea c. Rep. dem. del Congo)

      La sentenza della Corte internazionale di giustizia si è soffermata, tra gli altri profili, sulla riparazione dovuta allo Stato nazionale di un investitore straniero che abbia subito dei pregiudizi personali e patrimoniali rilevanti a seguito di atti posti in essere dallo Stato territoriale. La Corte ha affermato che il carattere fondamentale di alcuni dei diritti violati rendeva necessaria, oltre alla soddisfazione insita nell'accertamento giudiziale dell'illecito ad opera della stessa Corte internazionale di giustizia, una riparazione, che, nell'impossibilità di una restitutio in integrum, doveva presentare il carattere di un risarcimento pecuniario. Nel caso di specie, la Corte aveva rimesso alle parti di determinare in via consensuale l'importo del risarcimento, con riserva di pronunciarsi essa stessa in proposito ove un accordo in tal senso non fosse stato raggiunto entro un termine fissato nella sentenza, ciò che poi materialmente è avvenuto.

    • Corte internazionale di giustizia, sent. 15 febbraio 1970, Belgio c. Spagna, caso Barcelona Traction

      La sentenza, relativa all'identificazione dello Stato legittimato ad intervenire in protezione diplomatica nell'ipotesi in cui il soggetto leso nel godimento dei diritti che gli Stati sono tenuti a garantire agli stranieri sia una persona giuridica, si sofferma incidentalmente sulla distinzione tra obblighi reciproci degli Stati, quali sono quelli che sorgono nell'ambito della protezione diplomatica tra lo Stato territoriale al quale la violazione è imputabile e lo stato nazionale del soggetto leso, ed obblighi di carattere collettivo od erga omnes, che gli Stati assumono nei confronti della Comunità internazionale nel suo insieme. Questi ultimi obblighi riguardano tutti gli Stati, nel senso che, in considerazione dell'importanza dei diritti che sorgono in corrispondenza degli obblighi erga omnes, tutti gli Stati possono essere considerati come aventi un interesse giuridico a che tali diritti ricevano tutela. La configurazione degli obblighi erga omnes tracciata per la prima volta dalla Corte internazionale di giustizia nella sentenza in esame, oltre a ricomparire in pronunce successive (cfr. anche il Parere del 2004 sulle Conseguenze della costruzione del muro nei Territori palestinesi occupati (v. supra nella cartella relativa all'elemento oggettivo dell'illecito internazionale e alle circostanze escludenti l'antigiuridicità)) è rintracciabile, pur dopo l'eliminazione dell'art. 19 del precedente testo del Progetto di articoli sulla responsabilità internazionale degli Stati, nell'art. 48 del testo definitivo del Progetto di articoli come approvato nel 2001.

    • Corte internazionale di giustizia, sent. 30 giugno 1995, Timor orientale (Portogallo c. Australia)

      La sentenza si sofferma sul diritto all'autodeterminazione dei popoli, che la Corte identifica come atto a far sorgere obblighi erga omnes, la cui violazione può essere fatta valere anche da Stati non direttamente lesi, i quali agiscano "uti universi", vale a dire per conto della comunità internazionale nel suo insieme. Nondimeno, la Corte internazionale di giustizia osserva che il carattere erga omnes dell'obbligo violato non comporta di per sé una deroga alle regole concernenti l'esercizio della giurisdizione da parte della Corte stessa, la quale non può pertanto pronunciarsi in un caso in cui a formare oggetto di giudizio sia il comportamento di uno Stato che non è parte del procedimento pendente davanti alla Corte.

    • Progetto di articoli sulla responsabilità internazionale degli Stati 1996, art. 19

      Si riporta il testo dell'art. 19 contenuto nella precedente versione del progetto di articoli sulla responsabilità internazionale degli Stati, approvato nel 1996, il quale enunciava la distinzione tra crimini e delitti internazionali. Come crimini internazionali l'art. 19 del progetto del 1996 identificava, al par. 2, quegli atti internazionalmente illeciti consistenti nella violazione da parte di uno Stato di un obbligo internazionale a tal punto essenziale per la protezione degli interessi fondamentali della comunità internazionale che la violazione di un tale obbligo è riconosciuta dalla comunità internazionale nel suo insieme come un crimine internazionale. A titolo esemplificativo, il par. 3 della norma identificava come crimini internazionali: a) una violazione grave degli obblighi posti a protezione della pace e della sicurezza internazionale, come il crimine di aggressione; b) una violazione grave del diritto di autodeterminazione dei popoli mediante l'instaurazione o il mantenimento con la forza della dominazione coloniale; c) una violazione grave e su vasta scala degli obblighi posti a salvaguardia della dignità umana, come la pratica della schiavitù, il genocidio e l'apartheid; d) una violazione grave degli obblighi di salvaguardia e preservazione dell'ambiente umano, come l'inquinamento massiccio dell'atmosfera o dei mari. Ogni altro illecito internazionale che non fosse da considerarsi un crimine internazionale ai sensi del par. 2, costituiva invece un delitto internazionale. Si veda, ora, invece, la figura delle gravi violazioni di obblighi derivanti da norme imperative del diritto internazionale generale, alla quale è fatto riferimento negli articoli 40, 41 e 48 del testo definitivo del progetto di articoli, come approvato nel 2001 (v. il testo nella cartella relativa ai testi normativi di riferimento generale).

    • Risoluzione dell'Institut de droit international sugli obblighi erga omnes nel diritto internazionale

      L'Institut de droit international, associazione scientifica con sede a Ginevra che riunisce i più autorevoli studiosi di diritto internazionale dei diversi paesi a livello mondiale allo scopo di discutere di temi di particolare rilevanza nell'ambito del diritto internazionale, sui quali, nell'ambito delle sessioni convocate a cadenza biennale di volta in volta in un paese diverso nelle vari parti del mondo, adotta delle risoluzioni di carattere propositivo contenenti l'enunciazione dei principi e regole generali relative alla materia che ne forma oggetto, ha adottato in occasione della sessione tenutasi a Cracovia (Polonia) nel 2005 una risoluzione sul tema "Obligations erga omnes in International Law / Les obligations erga omnes en droit international". La risoluzione, oltre a contenere una definizione della nozione di obblighi erga omnes, formula alcune regole generali in ordine alle conseguenze derivanti dalla violazione di tale tipo di obblighi. Tali regole appaiono in buona parte ispirate al regime previsto dal Progetto di articoli sulla responsabilità internazionale degli Stati come adottato nel 2001 (v. nella cartella dei testi normativi di riferimento generale) relativamente alle conseguenze delle gravi violazioni di norme imperative di diritto internazionale generale (v. in particolare art. 5 della risoluzione dell'Institut de droit international, a fronte degli articoli 41 e 48 del Progetto di articoli del 2001).

    • Trattato dell'Atlantico del Nord (istitutivo della NATO - North Atlantic Treaty Organization), Washington, 4 aprile 1949, Art. 5

      L'articolo 5 del Trattato istitutivo della NATO contiene un noto esempio di clausola di autotutela collettiva tra i le Parti contraenti, in base alla quale un attacco armato subito da ciascuna di esse nell'ambito territoriale di applicazione dell'accordo (Europa o America settentrionale) sarà considerato come un attacco diretto contro tutte le Parti contraenti, con la conseguenza che nel caso in cui un tale attacco si verifichi ciascuna di esse, nell'esercizio del diritto di autotutela individuale o collettiva riconosciuto dall'art. 51 della Carta delle Nazioni Unite, assisterà la Parte o le Parti colpite dall'attacco prendendo, individualmente e d'intesa con le altre Parti, le misure necessarie, incluso l'uso della forza armata, per ristabilire e mantenere al sicurezza dell'area dell'Atlantico del Nord. Il paragrafo 2 dell'art. 5 stabilisce le condizioni procedurali inerenti all'esercizio dell'autotutela collettiva in base al par. 1, riproducendo sostanzialmente le condizioni poste dall'art. 51 della Carta ONU all'esercizio dell'autotutela da parte degli Stati.

    • Trattato sull'Unione europea (TUE), art. 42, par. 7.

      Il Trattato sull'Unione europea (TUE), nella versione come modificata dal Trattato di Lisbona, nel disciplinare all'art. 42 la politica di sicurezza e di difesa comune (PESD), prevede, al par. 7, una clausola di autotutela collettiva tra gli Stati membri dell'Unione europea che appare ispirata al modello dell'art. 5 del Trattato NATO (v. supra, in questa stessa cartella). La norma si richiama a propria volta all'art. 51 della Carta delle Nazioni Unite e stabilisce espressamente che gli impegni e la cooperazione che gli Stati membri intraprendono in questo settore devono rimanere conformi agli impegni assunti in ambito NATO, che, per gli Stati che ne sono membri, rimane il fondamento e la sede di attuazione della loro difesa collettiva.

  •  Le fonti del diritto internazionale: gli atti delle organizzazioni internazionali, in particolare: le risoluzioni adottate dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite nelle situazioni implicanti minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale

     

    • Corte internazionale di giustizia, parere 21 giugno 1971, Conseguenze giuridiche per gli Stati della continua presenza del Sudafrica in Namibia

      Il parere, noto per aver affermato la legittimità dell'adozione di risoluzioni del Consiglio di sicurezza su questioni di carattere non procedurale con l'astensione di uno o più membri permanenti, si sofferma altresì sull'interpretazione della risoluzione n. 276 (1970) relativa alla situazione in Namibia alla luce delle disposizioni della Carta delle Nazioni Unite, ricorrendo ad un'interpretazione evolutiva di quest'ultima, nel senso di accentuare la rilevanza del principio di autodeterminazione dei popoli.

    • Corte internazionale di giustizia, parere 22 luglio 2010, Conformità al diritto internazionale della dichiarazione di indipendenza del Kosovo

      Il parere della Corte internazionale di giustizia si pronuncia sull'interpretazione della risoluzione n. 1244 (1999) del Consiglio di Sicurezza, riguardante la situazione in Kosovo, al fine di stabilire se questa vietasse l'adozione di una dichiarazione di indipendenza. A tal fine, la Corte fa riferimento ai criteri di cui agli articoli 31 e 32 della Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati, ritenendo nondimeno che essi debbano essere adattati al contesto specifico delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza alla luce anche del procedimento decisionale, delineato dall'art. 27 dello Statuto delle Nazioni Unite, attraverso il quale vengono adottate. La Corte fa riferimento, tra gli elementi da prendere in considerazione, le dichiarazioni dei membri del Consiglio di sicurezza rese in occasione dell'adozione della risoluzione, le ulteriori risoluzioni emanate dal Consiglio stesso con riferimento alla medesima situazione e la prassi successiva degli organi dell'Organizzazione e degli Stati interessati.

    • Risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite n. 1441 (2002) concernente la situazione in Iraq

      La risoluzione in esame sollevava un problema interpretativo, consistente nello stabilire se nell'imporre l'obbligo all'Iraq di consentire lo svolgimento delle ispezioni volte ad accertare l'adempimento dei propri doveri di disarmo potesse contenere al proprio interno un'autorizzazione all'uso della forza militare in caso di violazione dell'obbligo suddetto. In proposito, le dichiarazioni pronunciate dai membri del Consiglio di sicurezza in occasione dell'adozione della risoluzione consentono di concludere nel senso che la risoluzione non contenesse al proprio interno alcun dispositivo nascosto (hidden trigger) atto ad autorizzare l'uso della forza in caso di violazione degli obblighi incombenti all'Iraq in assenza di una nuova risoluzione che disponesse in questo senso.

    • Risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite n. 1970 (2011) nei confronti della Libia

      La risoluzione costituisce un esempio della prassi delle risoluzioni con le quali il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha adottato misure non implicanti l'uso della forza ai sensi dell'art. 41 della Carta delle Nazioni Unite. Tali risoluzioni, che costituiscono atti vincolanti per tutti gli Stati membri dell'organizzazione, possono in alcuni casi, come in quello in esame, prevedere l'adozione da parte degli Stati membri dell'organizzazione, ovvero, ove del caso, da parte di un'organizzazione di carattere regionale come l'Unione europea alla quale gli Stati membri abbiano trasferito la competenza ad adottare atti in proposito, di misure di carattere restrittivo, con particolare riferimento alla libertà di circolazione ovvero di movimento di capitali, nei confronti di determinati soggetti, persone fisiche o giuridiche, indicati in un allegato alla risoluzione stessa.

    • Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite n. 2249 (2015), del 20 novembre 2015, relativa al terrorismo internazionale, in relazione agli attentati attribuibili all'ISIS

      La risoluzione del Consiglio di Sicurezza dichiara che lo Stato islamico dell'Iraq e del Levante (ISIS, noto anche come Da'esh) , con il suo violento estremismo ideologico, i suoi atti terroristici, i suoi continui attacchi sistematici e su larga scala alle popolazioni civili, le violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario, la distruzione del patrimonio culturale e il traffico illecito di beni culturali, ma anche con il controllo su parte significativa del territorio e delle risorse naturali della Siria e dell'Iraq, costituisce una minaccia globale e senza precedenti alla pace e alla sicurezza internazionale (a global and unprecedented threat to international peace and security). La risoluzione, nella sua parte operativa (v. in particolare il punto 5), chiama tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite che ne hanno la capacità a prendere tutte le misure necessarie, nel rispetto del diritto internazionale, e in particolare della Carta delle Nazioni Unite, così come dei diritti umani, del diritto dei rifugiati e del diritto internazionale umanitario, sul territorio che si trova sotto il controllo dell'ISIS in Siria e in Iraq, a raddoppiare e coordinare gli sforzi per prevenire e reprimere attacchi terroristici commessi dall'ISIS così come da altri individui o entità associate ad Al Quaeda, o da altri gruppi terroristici, così come identificati dal Consiglio di Sicurezza d'intesa con l'International Syria Support Group, in base alla dichiarazione di quest'ultimo in data 14 novembre 2014, allo scopo di sradicare il "riparo sicuro" (safe haven) che l'ISIS si è creato in parti significative del territorio della Siria e dell'Iraq. La risoluzione, al di là delle espressioni enfatiche utilizzate, rivela in realtà un approccio molto prudente, scrupoloso di rispettare la sovranità territoriale degli Stati interessati, particolarmente della Siria, che, diversamente dall'Iraq, non ha allo stato invocato l'intervento degli altri Stati a titolo di autotutela collettiva di fronte alla minaccia costituita dall'ISIS. Come tale, la risoluzione, pur prevedendo (al punto 7) l'aggiornamento delle liste di soggetti sospettati di sostenere il terrorismo internazionale, tenute dal Comitato delle sanzioni creato con la propria risoluzione n. 1267 (1999), allo scopo di meglio fronteggiare, attraverso misure non implicanti l'uso della forza come il blocco dei beni e le restrizioni alla libertà di circolazione dei soggetti in questione, la minaccia terroristica in atto, non si spinge fino al punto di autorizzare misure implicanti l'uso della forza nelle zone interessate.

  •  La risoluzione delle controversie internazionali: profili generali

     

    • Corte permanente di giustizia internazionale, sent. 30 agosto 1924, Grecia c. Regno Unito, Concessioni Mavrommatis in Palestina

      La sentenza, relativa all'esercizio da parte della Grecia del diritto di intervenire in protezione diplomatica a tutela dell'interesse di un proprio cittadino, Mavrommatis, nei confronti della Gran Bretagna, paese sotto il cui mandato la Palestina era stata posta, si sofferma preliminarmente sulla definizione di controversia internazionale, identificando come tale un disaccordo su di un punto di diritto o di fatto, una contraddizione, ovvero un'opposizione di tesi giuridiche o di interessi tra due parti, che concerna un rapporto disciplinato dal diritto internazionale.

    • Corte internazionale di giustizia, sent. 1° aprile 2011, Georgia c. Federazione Russa, Applicazione della Convenzione sull'eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale (eccezioni preliminari)

      La sentenza, che tratta di alcune questioni preliminari di carattere procedurale sorte relativamente ad una controversia tra la Georgia e la Federazione Russa derivante dagli illeciti commessi da quest'ultima nei territori dell'Abkhazia e dell'Ossezia del Sud, si sofferma sull'interpretazione della clausola compromissoria contenuta nell'art. 22 della Convenzione sull'eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale. La clausola compromissoria, che è una disposizione contenuta in un accordo internazionale la quale prevede la devoluzione di tutte o alcune delle controversie che potranno sorgere dall'accordo nel quale è inserita ad un arbitro o giudice internazionale, prevedeva nella specie la giurisdizione della Corte internazionale di giustizia con riferimento alle controversie concernenti l'interpretazione od applicazione della Convenzione. Al fine di accertare la propria giurisdizione in base alla clausola, la Corte si è quindi dovuta pronunciare sulla portata del termine "controversia", richiamandosi alla pronuncia della Corte permanente di giustizia internazionale relativa al caso delle Concessioni Mavrommatis in Palestina (v.)

  •  La risoluzione delle controversie internazionali: la Corte internazionale di giustizia

     

    • Risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite del 15 ottobre 1946, n. 9 (1946)

      Con la risoluzione n. 9 del 1946 il Consiglio di sicurezza ha fissato, in base all'art. 35, par. 2, dello Statuto della Corte internazionale di giustizia, le condizioni alle quali Stati non aderenti allo Statuto della Corte possono accedere alla Corte, posto, pur sempre, che sussista il consenso al fine dell'esercizio della giurisdizione ai sensi dell'art. 36 dello Statuto. Ai sensi del par. 1 della risoluzione, di cui si allega il testo in inglese e in francese, Stati non aderenti allo Statuto della Corte potranno accedere alla stessa a condizione che ne accettino la giurisdizione ai sensi delle disposizioni della Carta delle Nazioni Unite e alle condizioni previste dallo Statuto, e che si impegnino ad eseguire in buona fede le decisioni della Corte e ad adempiere agli obblighi previsti al riguardo dall'art. 94 della Carta.

    • Dichiarazione italiana di accettazione della giurisdizione della Corte internazionale di giustizia

      La Repubblica italiana ha presentato in data 25 novembre 2014 la propria dichiarazione di accettazione della giurisdizione della Corte internazionale di giustizia ai sensi dell'art. 36, par. 2, dello Statuto della Corte internazionale di giustizia (v. infra, nella cartella relativa ai testi normativi di riferimento generale). La dichiarazione, secondo una prassi diffusa, è assortita di alcune riserve, volte ad escludere, in particolare, l'effetto retroattivo della dichiarazione, specificandosi, al par. 1, che essa produce effetto unicamente con riferimento a controversie che sorgano posteriormente alla presentazione della dichiarazione stessa e relative a fatti verificatisi successivamente a tale data. La dichiarazione fa inoltre salvi, al par. 1, (i), i casi nei quali le parti abbiano concordato di ricorrere esclusivamente ad altro mezzo di risoluzione delle controversie e, al par. 1, (ii), esclude che essa possa essere invocata da un altro Stato che abbia invece accettato la giurisdizione della Corte unicamente con riferimento alla specifica controversia, oppure con una dichiarazione avente efficacia generale ma presentata meno di dodici mesi prima del deposito della domanda presso la Corte. La Repubblica italiana si riserva inoltre, al par. 2, il diritto di integrare, modificare o ritirare le riserve apposte alla dichiarazione, od ogni altra che dovesse essere aggiunta in seguito. Nel file allegato si riporta la trascrizione del testo inglese della dichiarazione, così come riprodotta sul sito Internet della Corte internazionale di giustizia www.icj-cij.org

    • Corte internazionale di giustizia, sent. 4 dicembre 1998, Spagna c. Canada, Competenza in materia di zone di pesca

      La sentenza della Corte internazionale di giustizia, relativa ad una controversia sulla delimitazione delle zone di pesca che contrapponeva la Spagna al Canada, si sofferma in via preliminare sulla sussistenza della giurisdizione della Corte in base al meccanismo contemplato nell'art. 36, par. 2 dello Statuto della Corte stessa (v. tra i testi normativi di riferimento generale). In base alla norma in questione, la giurisdizione della Corte internazionale di giustizia può sorgere per effetto dell'incontro di due dichiarazioni rese autonomamente dagli Stati parte della controversia, ognuno dei quali abbia dichiarato di accettare di sottoporsi per il futuro alla giurisdizione della Corte in relazione alle controversie internazionali che sorgano con un altro Stato il quale abbia emesso a propria volta una dichiarazione analoga. La Corte si sofferma in particolare sull'interpretazione di tali dichiarazioni, le quali possono, come nella specie, contenere riserve o limitazioni, esaminando in particolare la misura nella quale possa farsi riferimento in proposito alle regole consuetudinarie sull'interpretazione dei trattati come codificate negli articoli 31 ss. della Convenzione di Vienna del 1969 sul diritto dei trattati (v.), tenuto conto del carattere unilaterale di tali dichiarazioni.

    • Corte internazionale di giustizia, sent. 27 giugno 2001, Germania c. Stati Uniti, caso La Grand

      La sentenza affronta la questione degli effetti delle misure di carattere provvisorio o cautelare indicate dalla Corte internazionale di giustizia ai sensi dell'art. 41 del suo Statuto (v.), con particolare riferimento all'ordinanza con la quale la Corte richiedeva agli Stati Uniti, parti della controversia introdotta nei loro confronti dalla Germania innanzi alla Corte, di adottare le misure necessarie al fine di assicurare che la sentenza di condanna alla pena di morte dell'accusato (La Grand) non venisse eseguita in pendenza della decisione della controversia nel merito da parte della Corte stessa. La Corte ha interpretato la disposizione dell'art. 41 dello Statuto della Corte internazionale di giustizia, il quale, nel prevedere il potere della Corte di indicare misure cautelari, non precisa gli effetti delle misure stesse, nel contesto dello Statuto della Corte nel suo complesso, ed in particolare dell'art. 59 dello Statuto stesso, argomentando, sulla base della funzione propria delle misure cautelari di assicurare in pendenza del giudizio la possibilità di dare attuazione alle decisioni vincolanti della Corte stessa, che esse debbano considerarsi a propria volta come provviste di efficacia vincolante.

    • Corte internazionale di giustizia, ord. 28 maggio 2009, caso Hissène Habré (Belgio c. Senegal, misure cautelari)

      L'ordinanza della Corte internazionale di giustizia si sofferma sui presupposti dell'esercizio del potere della Corte stessa di indicare misure cautelari ai sensi dell'art. 41 del suo Statuto (v.). Nel caso di specie, relativo alla domanda presentata dal Belgio nei confronti del Senegal innanzi alla Corte internazionale di giustizia con riferimento all'obbligo di 'aut dedere aut iudicare' (concedere l'estradizione ovvero intraprendere un procedimento penale) nei confronti dell'ex-presidente del Chad Hissène Habré, ritenuto responsabile di crimini internazionali, la Corte internazionale di giustizia ha negato la sussistenza dei requisiti per l'emanazione di tali misure, ritenendo, in particolare, che le misure già disposte autonomamente dal Senegal allo scopo di impedire la fuga di Habré fossero sufficienti a far venir meno il 'periculum in mora' che avrebbe giustificato l'indicazione di ulteriori misure da parte della Corte. (v. anche, quanto agli effetti delle misure cautelari indicate dalla Corte internazionale di giustizia, la sentenza della stessa Corte relativa al caso LaGrand (2001), in questa stessa cartella).

    • Corte suprema degli Stati Uniti, sent. 25 marzo 2008, Medellin c. Texas

      La sentenza della Corte suprema degli Stati Uniti tratta degli effetti delle sentenze della Corte internazionale di giustizia nell'ordinamento statunitense, con specifico riferimento alla sentenza pronunciata dalla Corte nel 2004 relativamente al caso Avena (v. nella cartella relativa alle conseguenze dell'illecito internazionale), la quale aveva accertato che la condanna di quest'ultimo e di altri cittadini messicani, tra cui il ricorrente Medellin, alla pena capitale era stata emessa in violazione dell'art. 36, par. 1, lett. b) della Convenzione di Vienna sulle relazioni consolari del 1963. La Corte suprema ha affermato che le sentenze della Corte internazionale di giustizia emesse nei confronti degli Stati Uniti, pur vincolanti nei confronti dello Stato in quanto parte della controversia ai sensi dell'art. 59 dello Statuto della Corte (v.) e dell'art. 94, par. 1, dello Statuto delle Nazioni Unite (v.), nondimeno non presentano il carattere di norme self-executing, atte ad essere direttamente applicate nei confronti di soggetti privati all'interno dell'ordinamento statale in assenza di un atto interno di attuazione.

    • Legge 14 gennaio 2013, n. 5, Adesione della Repubblica italiana alla Convenzione delle Nazioni Unite sulle immunità giurisdizionali degli Stati e dei loro beni, nonché norme di adeguamento dell'ordinamento interno, art. 3

      La disposizione dell'art. 3 della legge n. 5/2013, la quale si inseriva accidentalmente nella legge che contiene l'autorizzazione all'adesione e l'ordine di esecuzione della Convenzione delle Nazioni Unite sulle immunità giurisdizionali degli Stati e dei loro beni, provvedeva all'adattamento del diritto interno non già alla Convenzione in questione, per il quale è sufficiente l'adattamento mediante procedimento speciale o per rinvio realizzato mediante l'ordine di esecuzione contenuto nell'art. 2 della stessa legge, bensì alla sentenza della Corte internazionale di giustizia del 3 febbraio 2012 relativa alla controversia Germania c. Italia, concernente l'immunità giurisdizionale della Germania relativamente alle azioni risarcitorie promosse innanzi ai giudici italiani per i danni derivanti dai crimini commessi dalla forze armate tedesche in territorio italiano durante la Seconda guerra mondiale (v. supra, nella cartella relativa allo ius cogens). A questo proposito, la norma intendeva superare l'ostacolo all'attuazione della sentenza della Corte internazionale di giustizia rappresentato dall'efficacia di cosa giudicata acquisita dalle sentenze con le quali la Corte di cassazione, negando l'immunità giurisdizionale della Germania in relazione a tali azioni (v. supra, sentenze riportate nella cartella relativa alle immunità giurisdizionali degli Stati esteri), aveva affermato l'esistenza della giurisdizione italiana a conoscere delle domande risarcitorie. La disposizione, pur discutibile per la fin troppo evidente riconducibilità alla fattispecie concreta dietro gli apparenti termini generali in cui è formulata, si proponeva di superare le incertezze nelle quali si erano imbattuti i giudici che avevano dovuto pronunciarsi nel merito di tali domande successivamente all'emanazione della sentenza della Corte internazionale di giustizia. La norma dell'art. 3, come è noto, è stata dichiarata costituzionalmente illegittima dalla Corte costituzionale, con sentenza del 22 ottobre 2014, n. 238 (v. supra, nella cartella relativa all'adattamento del diritto interno al diritto internazionale generale).

    • Corte internazionale di giustizia, parere 8 luglio 1996, Liceità della minaccia o dell'impiego di armi nucleari (su richiesta dell'OMS)

      Il parere, emanato nella stessa data del parere parallelo sulla medesima questione richiesto dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite (v. nella cartella relativa all'elemento oggettivo dell'illecito internazionale e alle cause di esclusione dell'antigiuridicità) , si sofferma sui presupposti della ricevibilità di una richiesta di parere che provenga, anziché dall'Assemblea generale o dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che, ai sensi dell'art. 96, par. 1 della Carta ONU, possono richiedere il parere della CIG su qualsiasi questione di diritto internazionale, da altri organi dell'Organizzazione ovvero da istituti specializzati (come, nella specie, l'Organizzazione mondiale della sanità) che siano a ciò autorizzati dall'Assemblea generale. In quest'ultimo caso, l'art. 96, par. 2 della Carta prevede che la richiesta di parere possa riguardare solamente questioni giuridiche che sorgano nell'ambito di attività dello specifico organo o istituto specializzato richiedente, requisito che, nel caso di specie, la Corte internazionale di giustizia ha ritenuto non soddisfatto.

  •  La risoluzione delle controversie internazionali: il Tribunale internazionale per il diritto del mare

     

    • Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Montego Bay (Giamaica), 10 dicembre 1982)

      Si vedano in particolare l'art. 287, relativo alle modalità di risoluzione delle controversie concernenti l'interpretazione e l'applicazione della Convenzione, e l'art. 290, par. 5, concernente la competenza funzionale del Tribunale internazionale del diritto del mare ad adottare misure cautelari urgenti nei casi in cui, come nella controversia relativa all'incidente dell'Enrica Lexie (su cui nella cartella introduttiva sui caratteri generali dell'ordinamento internazionale), il tribunale arbitrale competente per il merito della controversia non sia ancora costituito ed atto a deliberare.

    • Statuto del Tribunale internazionale per il diritto del mare

      Il testo costituisce l'allegato VI alla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Montego Bay, 1982, v. supra in questa cartella). Si vedano in particolare gli articoli 20-23, relativi alla competenza del Tribunale.

  •  La risoluzione delle controversie internazionali: il sistema di risoluzione delle controversie nell'Organizzazione mondiale del commercio

     

  •  I sistemi di tutela internazionale dei diritti umani. In particolare: il Comitato dei diritti umani delle Nazioni Unite

     

    • Patto delle Nazioni Unite sui diritti civili e politici e primo protocollo facoltativo (New York, 16 dicembre 1966)

      Si vedano, in particolare, nel file allegato, gli artt. 41-42 del Patto delle Nazioni Unite sui diritti civili e politici, relativi alle comunicazioni provenienti da Stati contraenti in ordine alle violazioni dei diritti garantiti dal Patto, e le disposizioni del primo protocollo facoltativo al Patto, relative alle comunicazioni provenienti da individui.

    • Corte internazionale di giustizia, sent. 19 dicembre 2005, Attività armate sul territorio del Congo (Rep. dem. del Congo c. Uganda)

      La sentenza, tra gli altri profili, ribadisce quanto già affermato nel parere del 9 agosto 2004 relativo alle Conseguenze giuridiche della costruzione del muro nei territori palestinesi occupati (v. nella cartella relativa all'elemento oggettivo dell'illecito internazionale e alle cause di esclusione dell'antigiuridicità), nel senso che gli strumenti internazionali sulla protezione dei diritti umani, con particolare riferimento, nel caso di specie, al Patto delle Nazioni Unite sui diritti civili e politici (cfr. art. 2 del Patto), si applicano anche in relazione alle attività extraterritoriali degli Stati che ne sono parti, in particolare nelle situazioni di occupazione militare del territorio di altri Stati.

  •  I sistemi di tutela internazionale dei diritti umani. In particolare: la Corte europea dei diritti dell'uomo

     

    • Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (Roma, 4 novembre 1950)

      Si vedano, in particolare, gli articoli 34 ss. della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (Roma, 4 novembre 1950), relativi ai ricorsi individuali innanzi alla Corte europea dei diritti dell'uomo.

    • Corte europea dei diritti umani, decisione 16 dicembre 2008, Ada Rossi c. Italia (ricevibilità)

      La decisione della Corte europea riguarda il profilo della ricevibilità dei ricorsi individuali alla Corte europea dei diritti dell'uomo, alla luce dei requisiti posti dagli articoli 34 e 35 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, con particolare riferimento alla qualità di vittima della violazione di un diritto tutelato dalla Convenzione, ai sensi dell'art. 34. La decisione esclude la sussistenza della qualità di vittima in una serie di ricorrenti, individui ed associazioni, che avevano presentato ricorso alla Corte europea a seguito della decisione, divenuta definitiva, con la quale la Corte d'appello di Milano, pronunciando su rinvio dalla Corte di cassazione, aveva autorizzato l'interruzione dei trattamenti sanitari che tenevano in vita Eluana Englaro. I ricorrenti reclamavano che l'adozione di tale decisione potesse ledere il diritto alla vita di altri soggetti in condizioni analoghe, dei quali agivano come rappresentanti. La Corte europea ha negato che i ricorrenti potessero considerarsi vittime della violazione lamentata, dal momento che esse non presentavano alcun collegamento con Eluana Englaro e che la decisione presa dalla Corte d'appello di Milano era strettamente basata sulle circostanze specifiche del caso di specie, e non si prestava ad essere estesa a fattispecie asseritamente analoghe di mantenimento in vita di persone in stato vegetativo.

    • Corte europea dei diritti umani, sent. 28 febbraio 2008, Saadi c. Italia

      La sentenza della Corte europea dei diritti umani riguarda gli effetti delle misure di carattere provvisorio o cautelare che la Corte europea dei diritti umani può disporre ai sensi dell'art. 39 del suo Regolamento. Benché né la Convenzione europea, che non contempla tali misure, né il Regolamento della Corte, disciplinino espressamente gli effetti di tali misure, la Corte europea ha affermato che queste debbano considerarsi vincolanti per lo Stato contraente parte del procedimento nei confronti del quale esse siano disposte, dal momento che esse sono volte a garantire in pendenza del giudizio sul merito della violazione lamentata l'effettività della tutela dei diritti garantiti dalla Convenzione. Nella specie, la Corte ha ritenuto che il carattere vincolante di tale misure si imponga in particolar modo laddove esse abbiano per scopo di tutelare l'individuo dal rischio concreto di andare soggetto a trattamenti inumani e degradanti vietati dall'art. 3 della Convenzione, come nel caso in cui, come nella specie, la misura cautelare consista nella sospensione dell'esecuzione di un ordine di espulsione di un immigrato irregolare, il quale rischierebbe di essere ricondotto nel suo paese d'origine o comunque in un paese dove avrebbe fondata ragione di temere di andare soggetto a trattamenti di tale genere.

    • Corte europea dei diritti umani, sent. 24 febbraio 2009, Ben Khemais c. Italia

      La sentenza della Corte europea dei diritti umani, riprendendo quanto affermato nella precedente sentenza relativa al caso Saadi (v. in questa stessa cartella), ha accertato la violazione da parte dell'Italia dell'art. 3 della Convenzione europea dei diritti umani (divieto di tortura e di trattamenti inumani e degradanti) e dell'art. 34 della Convenzione stessa (diritto di ricorso individuale per violazione dei diritti tutelati dalla Convenzione), per non avere l'Italia ottemperato alle misure cautelari indicate dalla Corte ai sensi dell'art. 39 del Regolamento della Corte stessa. Nella specie, la Corte europea aveva richiesto all'Italia di non dare corso al procedimento di espulsione del ricorrente verso la Tunisia in pendenza del giudizio della Corte stessa in ordine alla prospettata violazione dell'art. 3 della Convenzione europea che sarebbe derivata dall'espulsione del ricorrente stesso verso tale paese, dove questo avrebbe corso un concreto rischio di essere sottoposto a tortura o ad altri maltrattamenti. La Corte europea, come già avvenuto nella sentenza Saadi, tende a inquadrare la mancata ottemperanza alle misure cautelari indicate come atta a pregiudicare l'effettività del diritto di ricorso individuale alla Corte stessa.

    • Corte di cassazione, sent. 28 aprile 2010, n. 20514, A.A.E.H.H.

      La sentenza della Corte di cassazione italiana, relativa ad un caso simile a quelli che hanno formato oggetto delle sentenze della Corte europea dei diritti umani relative ai casi Saadi e Ben Khemais (v. in questa stessa cartella), riconosce l'efficacia vincolante per lo Stato parte del procedimento delle misure cautelari indicate dalla Corte europea ai sensi dell'art. 39 del proprio regolamento. Infatti, la Cassazione sottolinea come, malgrado il formale carattere di invito rivolto allo Stato parte che tali misure presentano, l'inottemperanza ad esse viene configurata dalla Corte europea dei diritti umani alla stregua di un'ostacolo all'effettivo esercizio del diritto di ricorso individuale alla Corte stessa contemplato dall'art. 34 della Convenzione europea dei diritti umani.

    • Corte di cassazione, sent. 3 ottobre 2006, n. 32678, Somogyi

      La sentenza della Corte di cassazione italiana tratta degli effetti delle sentenze della Corte europea dei diritti dell'uomo nell'ordinamento italiano, con riferimento all'art. 46 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo (v. il testo in questa stessa cartella), che afferma l'obbligo per gli Stati contraenti della Convenzione che siano parti della controversia innanzi alla Corte di conformarvisi. La Cassazione afferma, superando un precedente orientamento sfavorevole, che il giudice nazionale è tenuto a conformarsi alla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo per quanto attiene alla tutela dei diritti umani come garantiti dalla Convenzione europea, e ciò anche qualora tale obbligo comporti la necessità di prevedere il riesame di sentenze passate in giudicato, ovvero la riapertura di procedimenti penali. Nella stessa prospettiva si è posta più recentemente la Corte costituzionale, la quale, con sent. 7 aprile 2011, n. 113, Dorigo, ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'art. 630 cod. proc. pen. nella parte in cui non prevede, tra i casi di revisione, il caso in cui la riapertura del processo sia resa necessaria, in base all'art. 46, par. 1, della Convenzione europea, per conformarsi ad una sentenza definitiva della Corte europea dei diritti dell'uomo.

    • Legge 9 gennaio 2006, n. 12

      Disposizioni in materia di esecuzione delle pronunce della Corte europea dei diritti dell'uomo

  •  I sistemi di tutela internazionale dei diritti umani. In particolare: la Commissione e la Corte interamericana dei diritti umani

     

  •  I sistemi di tutela internazionale dei diritti umani. In particolare: la Commissione e la Corte africana dei diritti dell'uomo e dei popoli

     

  •  I tribunali penali internazionali

     

    • Tribunale penale internazionale (Norimberga), sent. 1° ottobre 1946

      Il Tribunale penale internazionale, istituito con l'Accordo di Londra dell'8 agosto 1945 tra le potenze vincitrici del Secondo conflitto mondiale, era competente a giudicare i responsabili dei crimini definiti nell'art. 6 dello Statuto allegato all'Accordo stesso quali crimini di guerra, crimini contro la pace e crimini contro l'umanità. La sentenza del Tribunale, emessa il 1° ottobre 1946, affermò in via preliminare che le disposizioni dello Statuto che individuavano i crimini rientranti nella competenza del Tribunale erano da considerarsi ricognitive del diritto internazionale consuetudinario vigente al tempo dell'inizio del conflitto, quale già si poteva trovare codificato in precedenti accordi, come la Convenzione dell'Aja del 1907 concernente le leggi e gli usi della guerra terrestre. Pertanto, l'istituzione del Tribunale e le disposizioni del Suo statuto non violavano il principio per il quale "nullum crimen sine lege, nulla poena sine lege".

    • Statuto del Tribunale penale internazionale per l'ex-Jugoslavia

      Il Tribunale internazionale per i crimini commessi nel territorio dell'ex-Jugoslavia è stato istituito dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite con la risoluzione n. 827 del 25 maggio 1993. Come previsto dall'art. 1 dello Statuto, il Tribunale è competente a perseguire le persone responsabili di gravi violazioni del diritto internazionale umanitario commesse nel territorio dell’ex-Jugoslavia dal 1991. Ai sensi dell'art. 9 dello Statuto, la giurisdizione del Tribunale penale internazionale prevale su quella dei giudici statali.

    • Tribunale penale internazionale per l'ex Jugoslavia (Camera d'appello), dec. 2 ottobre 1995, Tadic (giurisdizione)

      La decisione della Camera d'appello del Tribunale penale internazionale per l'ex-Jugoslavia, nel pronunciarsi sulla questione della giurisdizione del Tribunale, si sofferma sul profilo della legittimità dell'istituzione del Tribunale stesso, avvenuta tramite una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Il Tribunale risolve innanzitutto in senso affermativo la questione di stabilire se rientri o meno nella propria giurisdizione di pronunciarsi sulla validità della propria istituzione, applicando il principio Komptenz-Kompetenz, ovvero "la compétence de la compétence", per il quale un giudice internazionale, alla stessa stregua di un arbitro, ha innanzitutto il potere di giudicare della propria stessa competenza, in tale potere rientrando il sindacato della legittimità del fondamento stesso della propria giurisdizione. Il Tribunale supera altresì l'ulteriore obiezione alla propria competenza a pronunciarsi in proposito, basata sulla "political question", affermando che la natura politica dell'atto la cui legittimità veniva in considerazione nel caso di specie non valeva a sottrarlo al sindacato giurisdizionale. Nel merito, il Tribunale giunge alla conclusione della legittimità dell'istituzione del Tribunale stesso da parte del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, potendo tale misura rientrare nella nozione di misure non implicanti l'uso della forza che il Consiglio di sicurezza può adottare agendo in base all'art. 41 della Carta delle Nazioni Unite, in quanto volta al mantenimento, ovvero, nella specie, al ristabilimento della pace e delle sicurezza internazionale nella zona interessata dal conflitto mediante l'accertamento delle responsabilità per i crimini commessi in tale contesto, e ciò a prescindere dal grado maggiore o minore nel quale l'obiettivo perseguito mediante l'istituzione del Tribunale sia stato o meno raggiunto in concreto.

    • Statuto del Tribunale penale internazionale per il Ruanda

      Il Tribunale penale internazionale per i crimini commessi nel territorio del Ruanda è stato istituito dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite con risoluzione n. 955 dell'8 novembre 1994. Ha cessato le sue attività il 31 dicembre 2015. Da allora le sue funzioni residuali sono assolte dall'apposito International Residual Mechanism for Criminal Tribunals (v. infra in questa cartella). In base all'art. 1 del suo Statuto, il tribunale aveva competenza a perseguire le persone responsabili di violazioni gravi del diritto internazionale umanitario commesse nel territorio del Ruanda ed i cittadini ruandesi responsabili delle medesime violazioni compiute nel territorio degli Stati vicini tra il 1° gennaio ed il 31 dicembre 1994. Analogamente al Tribunale penale internazionale per l'ex-Jugoslavia (v.), la giurisdizione del tribunale prevaleva su quella dei giudici statali.

    • International Residual Mechanism for Criminal Tribunals

      In vista della cessazione delle funzioni dei due Tribunali penali internazionali ad hoc per l'ex Jugoslavia e per il Ruanda (v. in questa cartella) , il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, con risoluzione n. 1966(2010), ha istituito un International Residual Mechanism for Criminal Tribunals, articolato in due camere, con sede rispettivamente a L'Aja (Paesi Bassi) e ad Arusha (Tanzania), allo scopo di portare a termine le funzioni affidate ai due tribunali. Allo stato, mentre il Tribunale penale internazionale per il Rwanda ha cessato le sue funzioni dal 31 dicembre 2015, il Tribunale penale internazionale per l'ex-Jugoslavia è ancora attivo fino al 31 dicembre 2017, essendosi recentemente conclusi i procedimenti pendenti, rispettivamente, in primo grado a carico dell'accusato Mladic (conclusosi con sentenza del 22 novembre 2017) e in appello a carico degli accusati Prlic e altri (conclusosi con sentenza del 29 novembre 2017). In base ad informazioni disponibili sul sito del Tribunale penale internazionale per l'ex-Jugoslavia (www.icty.org), è al momento in corso presso il Tribunale un'inchiesta sull'episodio della morte del gen. Praljak, avvenuta a seguito dell'ingestione da parte del medesimo di una sostanza tossica durante l'udienza, al termine della lettura della sentenza di condanna in appello nel procedimento Prlic e altri, inchiesta la quale dovrà concludesi entro la chiusura del Tribunale prevista per il 31 dicembre 2017. (v. nel file allegato la risoluzione del Consiglio di sicurezza n. 1966(2010), con allegato lo statuto dell'International Residual Mechanism)

    • Statuto della Corte penale internazionale (Roma, 17 luglio 1998)

      La Corte penale internazionale, istituita con un accordo internazionale aperto alla firma a Roma il 17 luglio 1998 che ne contiene lo Statuto, in base al suo art. 5 giudica dei crimini di genocidio, dei crimini di guerra, dei crimini contro l'umanità e del crimine di aggressione. Relativamente a quest'ultimo crimine, lo Statuto è stato modificato con l'inserimento di un'apposita definizione nell'art. 8-bis in occasione della Conferenza di revisione tenutasi a Kampala, con risoluzione n. 6 dell'11 giugno 2010. Diversamente dai Tribunali penali internazionali per l'ex-Jugoslavia (v.) e per il Ruanda (v.), la Corte penale internazionale presenta carattere complementare rispetto alle giurisdizioni nazionali.

    • Legge 20 dicembre 2012, n. 237

      Norme per l'adeguamento alle disposizioni dello Statuto istitutivo della Corte penale internazionale